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Consigli di lettura

I viaggi della speranza nell’apocalisse contemporanea

Il cinema guarda all’amore: dei fratelli sperduti nella giungla di San Paolo, del padre e del figlio nel mondo post-atomico, dell’insegnante e dei suoi alunni nella Francia multietnica. E guarda alla vita reale di una infermiera ugandese che scopre e fa scoprire la verità più ignorata di tutte: “tu vali più della tua malattia”.  

Ultimo aggiornamento: 13/02/2018 12:46:02

Che cosa state cercando?» chiesero una volta a Jack Kerouac, autore di On the road, romanzo culto per più di una generazione di idealisti e anche di fanatici dello sballo. «Dio» rispose Kerouac. «Voglio che Dio mi mostri il suo volto». Chissà se Walter Salles, il regista che da anni prova a portare sullo schermo il romanzo – pare che questa sia la volta buona – farà sua l’urgenza di Kerouac. Difficile ma non impossibile, per l’eclettico autore brasiliano, capace di passare da Central do Brasil, bellissimo e struggente film sull’educazione, ai viaggi del giovane Che Guevara, per arrivare al cuore della realtà con un quasi documentario come Linha de passe (Linea di passaggio). Presentato all’ultimo festival di Cannes, mette insieme la strada – quella che quattro fratelli percorrono attraverso la giungla di San Paolo – e la ricerca del padre. È un nesso già sperimentato negli anni Sessanta, non nuovo al cinema di Salles, quello che scandisce il viaggio come educazione sentimentale alla vita: un movimento interiore prima che esteriore, una domanda di identità che si identifica con un percorso le cui tappe sono incontri reali.

 

 

Verso Sud

 

 

Sembra un paradosso, ma il secondo film che catalizza le attese degli schermi invernali, dopo On the road, ha un titolo quasi uguale. Si tratta di The road (La strada), che il regista australiano John Hillcoat ha da poco terminato di girare tra Pennsylvania, Louisiana e Oregon. È tratto dal bellissimo romanzo di Cormac McCarthy, vincitore del Pulitzer: racconto apocalittico e disarmato di un viaggio a Sud che, attraverso paesaggi spettrali, approda alla radice della speranza. Ancora prima che esca, questo film ha già una storia interessante. I diritti per l’adattamento cinematografico sono stati acquistati dal produttore Aronofsky non appena i fratelli Coen hanno terminato di realizzare la versione cinematografica del romanzo precedente dell’autore, Non è un paese per vecchi: il film che segna l’incontro tra lo scrittore e i registi più profetici del nostro tempo. La trasposizione cinematografica di un altro romanzo di McCarthy, Cavalli selvaggi, era già stata azzardata con esiti incerti da uno degli attori culto dei Coen, Billy Bob Thornton. L’uomo che nel romanzo trascina il suo bambino attraverso la desolazione di un mondo grigio dove, all’indomani di una misteriosa apocalisse, luce e calore sono solo un gigantesco punto di domanda nel cuore, avrà nel film il volto di Viggo Mortensen, l’Aragorn de Il Signore degli Anelli. Gran bella scelta, quella dell’eroe della Terra di Mezzo, per affrontare la questione più urgente e negletta: cosa resta di umano in un mondo che umano non è più? Un viaggio della speranza, per vedere l’effetto che fa una presenza vera, un cuore, in mezzo all’apocalisse, lo ha fatto anche un giovane italiano, Emmanuel Exitu. Non si chiama così davvero, ma in quel riferimento allo scrittore Giovanni Testori, che il regista bolognese ha voluto indossare come nuova identità, c’entra la speranza. Ben diversa dalle speranzelle che – spiegava l’autore lombardo – non aiutano a vivere. Exitu è andato a Kampala a incontrare Rose Busingye, un’infermiera che assiste, con l’aiuto dei volontari Avsi, 2000 malati di Aids e 2050 orfani. Il risultato è un cortometraggio sorprendente, Greater-Defeating Aids, premiato a Cannes da Spike Lee, presidente della giuria del concorso promosso dalla tv online Babelgum. Di speciale, in questo documentario, c’è il volto luminoso di Rose, la gioia che contagia le donne sieropositive che le si affidano con commovente abbandono, la profondità delle sei parole che cambiano la vita a una di loro, Vicky: «Tu vali più della tua malattia». Di straordinario, in questo documentario che non si sovrappone mai alla realtà ma la osserva nel suo punto di fuga, quando la vita trionfa sulla morte, c’è una certezza che traspare da ogni fotogramma. Si tratta di un’opzione positiva per cui le cose, interrogate, rispondono.

 

 

A Scuola

 

 

Se il problema è educare il cuore e lo sguardo alla speranza che un altro mondo sia possibile, non sempre serve viaggiare. Si tratti di guerra o sicurezza, di amore o terrorismo, alla fine si torna sempre lì, sui banchi, dove forse le cose avrebbero potuto prendere una piega diversa fin dal principio. Se n’è accorto anche il cinema, finalmente, che l’emergenza è anche, soprattutto, educativa. Se i film americani che parlano di ragazzini e di scuola, anche i migliori, si rifugiano sempre in un buonismo imbarazzante, l’Europa osa di più. Freedom Writers, prodotto nel 2007 da Danny De Vito e diretto da Richard LaGravenese, è ispirato a una storia vera e all’ennesimo libro di successo su una scuola americana dove si concentrano tutte le contraddizioni del mondo. In Italia arriva solo adesso, su dvd e satellite. Racconta di una giovane insegnante al primo incarico in un liceo di Los Angeles, all’indomani dei disordini razziali degli anni Novanta. Gli allievi provengono da famiglie povere, vivono in quartieri degradati, sono rassegnati alla violenza. E gli adulti fanno finta di non vedere. La forza di volontà dell’insegnante, la sua passione, la scrittura come strumento di scoperta dell’io, riusciranno a fare breccia in una situazione senza via d’uscita. Non proprio un capolavoro – con la speranza che affoga subito nella retorica di un happy end annunciato –, ma in giorni come questi, quando pare normale persino la notizia che “gli insegnanti texani di Harrold potranno andare armati a scuola”, allo scopo di “prevenire le sparatorie e proteggere il corpo docente e gli allievi in caso di attacco armato”, è meglio di niente. Intanto l’Europa si sveglia. Tra gli impresentabili telefilm italiani sulla scuola, dove i ragazzi sono sempre furbetti e i professori frustrati, si annuncia per l’autunno l’eccezione di O’ Professore, il tv-movie girato da Maurizio Zaccaro con Sergio Castellitto nelle strade desolate di Scampia, a Napoli. Liberamente tratto da Gli ultimi della classe di Paola Tavella, racconta i cosiddetti “maestri di strada”, quelli che, armati solo di pazienza, vanno a cercare i ragazzini a casa, li strappano letteralmente alla strada, li portano a scuola. Non sono missionari ma insegnanti: soprattutto uomini. E sono da seguire, più che nel chiuso delle aule, nelle corse su strada. Proprio come Miloud, il protagonista del film Pa-ra-da, presentato a Venezia da Marco Pontecorvo, figlio del più famoso Gillo.

 

 

Miloud è il clown che in Romania raccoglie i ragazzini abbandonati, che sniffano colla e vernici, che dormono nelle fogne. Li porta con sé, insegna loro un mestiere, azzarda una promessa: la felicità è possibile. Ottimismo forzato, utopia? Ci provano anche i francesi, ed è interessante che il docufilm Entre les murs di Laurent Cantet, che ha vinto l’ultimo festival di Cannes, sia già stato acquistato per il mercato statunitense dalla Sony che ha riconosciuto a questo prodotto ibrido, a basso costo, «l’universalità del tema». Anche questo film è tratto da un libro che ha venduto milioni di copie. L’autore, François Bégaudeau, professore di scuola media, sullo schermo è l’insegnante che si ritrova a Parigi in una classe multietnica delle banlieues, col compito non facile di cercare un linguaggio che sia comune ai venti giovanissimi alunni (tutti attori non professionisti, scelti dal regista dopo sperimentazioni durate mesi). Sono cinesi, algerini, marocchini: e François insegna francese. Così, l’attenzione si sposta dalle regole della democrazia a quelle della grammatica. Sempre di ordine si tratta. Il dramma si consuma però con la scoperta che le regole non bastano a fondare un ordine che abbracci davvero la diversità umana. E alla fine, in questo laicissimo microcosmo, incerto tra tolleranza e rigore, a perdere sono tutti: professori e studenti. Una sconfitta sancita l’ultimo giorno di scuola da una ragazzina disperata che dice al prof: «Monsieur, credo di non avere imparato nulla». Un j’accuse che inizia a bassa voce, nello spazio angusto dell’aula, Entre les murs, e diventa un grido che esce fuori, per le strade, in un mondo che ha perso la capacità di porre domande e offrire risposte. A qualsiasi latitudine viviamo, è il nostro.

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