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Medio Oriente e Africa

Il braccio di ferro tra esercito e Fratelli

Egitto/ Nel complesso Risiko giocato a colpi di consultazioni elettorali, manifestazioni rivoluzionarie e ricorsi all’Alta Corte, il grande Paese liberatosi dal regime trentennale di Mubarak è stretto oggi tra le mosse e contromosse dei due principali protagonisti che si contendono il potere. 

Durante i 18 mesi che hanno fatto seguito alla caduta di Mubarak, l’Egitto ha assistito a quattro consultazioni elettorali e diversi sussulti rivoluzionari[1]. I due principali attori politici del Paese, i Fratelli Musulmani e il Consiglio Superiore delle Forze Armate (CSFA), avevano stabilito insieme una tabella di marcia che prevedeva una sorta di transizione democratica. Quest’ultima era concepita come un antidoto per neutralizzare attori e processi rivoluzionari e dare una nuova legittimità all’apparato statale e agli strumenti di potere. Si trattava di far leva sulla maggioranza silenziosa contro le avanguardie rivoluzionarie, sulle campagne per contrastare le città, di privilegiare il tempo prosaico rispetto ai momenti eroici, di dare alla pluralità politica e sociale i suoi diritti contro l’unità nazionale. Questa tabella di marcia è stata approvata dal referendum del marzo 2011.

 

 

Lo schema adottato era il seguente: a) elezioni legislative. Precedute da diversi giorni di scontri tra esercito e manifestanti e scaglionate su più giorni, le elezioni sono state organizzate tra il novembre 2011 e il gennaio 2012. Il sistema elettorale adottato era un misto di proporzionale (per i 2/3 dei seggi) e di scrutinio uninominale a doppio turno (per il rimanente terzo). Si sapeva che la legge elettorale, frutto di un laborioso compromesso o piuttosto di un braccio di ferro, avrebbe rischiato di essere dichiarata incostituzionale dall’Alta Corte. Le due coalizioni islamiste sono arrivate in testa: la coalizione guidata dai Fratelli ha ottenuto il 37% dei voti e il 42% dei seggi; la coalizione salafita ha ottenuto il 28% dei voti e più del 22% dei seggi.

 

 

b) Il Parlamento eletto avrebbe dovuto nominare un’Assemblea Costituente: i Fratelli si sono assicurati un controllo quasi totale di quest’ultima, ma la procedura adottata è stata tale da spingere la giustizia amministrativa a dichiararla illegale nell’aprile 2012. È stato dunque necessario nominarne una seconda, con una composizione più equilibrata, nonostante gli islamisti detenessero la maggioranza. È quanto si è fatto, ma le procedure utilizzate non sono completamente soddisfacenti. Nell’attesa di un’eventuale decisione della giustizia, la nuova Costituente prosegue i suoi lavori e la versione finale della Costituzione avrebbe dovuto essere pronta entro la fine di settembre. Sarà sottoposta a referendum se la magistratura non invaliderà il processo di nomina di quest’Assemblea.

 

 

c) Le elezioni presidenziali sono state organizzate a maggio/giugno 2012: prima di parlarne è utile ricordare l’evoluzione dei rapporti tra il Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA) e i Fratelli. Dal febbraio 2011 a metà maggio 2011 sono eccellenti. Poi si deteriorano. I militari capiscono che i Fratelli non si sarebbero posti limiti nella loro aspirazione al potere, che non sono poi così moderati e democratici come dicono e che anche le altre forze politiche contano. Cercano allora di prendere qualche precauzione volta a impedire che i Fratelli scrivano da soli la Costituzione. Tutti i tentativi dell’estate 2011 falliscono. Il secondo round rivoluzionario del novembre 2011 riavvicina di nuovo i compagni di viaggio: i due temono per la tabella di marcia e i Fratelli “coprono” la repressione. Fino a febbraio/marzo 2012 i due attori governano insieme, con un CSFA molto debole a causa dell’impopolarità dovuta alla brutalità della repressione e all’incompetenza della sua gestione. Nei mesi successivi avrebbe tuttavia risalito la china, muovendosi con maggior abilità, mentre la performance del Parlamento si dimostrava pietosa.

 

 

La lezione delle presidenziali

 

 

Torniamo alle presidenziali: vi si candidano molte personalità politiche. Prima dell’inizio della campagna ufficiale una scheggia impazzita diventa molto popolare e sembra in buona posizione per raggiungere il secondo turno: l’ex Fratello Musulmano diventato salafita Hâzim Abû Ismâ‘îl. Rappresenta il salafismo rivoluzionario, quello dei poveri. Fa paura all’establishment. Ma si scopre che la madre è americana e non può candidarsi. Analogamente molte altre candidature importanti sono rifiutate, in particolare quella dell’uomo forte dei Fratelli Musulmani, Khayrat al-Shâtir, quella dell’ex capo dei servizi segreti Omar Soliman e quella dell’ex candidato alle presidenziali Ayman Nûr.

 

 

In lizza rimangono 5 candidati seri: il Fratello Musulmano Muhammad Mursî (i Fratelli avevano presentato due candidati), poco noto al grande pubblico, ma che può contare sulla formidabile macchina elettorale della sua formazione, l’ex Fratello ‘Abd al Mun‘im Abû-l Futûh, che spera di unire quegli islamisti che si sentono a disagio con i discorsi e le pratiche dei Fratelli e la gioventù nazionalista devota e/ma liberale, il nazionalista di sinistra nasseriano Hamdîn Sabâhî la cui campagna pone l’accento sulla sua vicinanza ai meno abbienti, l’ex Ministro degli Esteri ‘Amr Mûsâ, l’unico ad aver preparato un programma serio – ma senza una chiara identità –, e l’ultimo Primo Ministro di Mubarak, il generale Shafîq, che punta sul prestigio dell’uniforme, sul bisogno di sicurezza e sulla difesa dello Stato civico. Mursî (25%) e Shafîq (24%) arrivano in testa e si ritrovano al secondo turno, ciò che non sorprende affatto chi conosce il Paese. Il risultato di Abû-l Futûh (quarto con il 17%) delude ma non stupisce. Invece i risultati di Sabâhî, terzo con più del 22% di voti, e di ‘Amr Mûsâ, che affonda con l’11%, costituiscono uno choc o una piacevole sorpresa.

 

 

Se ne possono trarre i seguenti insegnamenti: i Fratelli hanno perso metà del loro elettorato (Mursî ottiene 5,5 milioni di voti mentre alle legislative la Fratellanza aveva circa 11 milioni di elettori). I tre candidati eliminati insieme raccolgono più voti dei due che arrivano al secondo turno, e questo non è mai un bene. I due candidati vicini all’ala rivoluzionaria (Sabâhî e Abû-l Futûh) insieme ottengono il 40%, un risultato che costituisce un grande progresso per questa tendenza. Il risultato è una clamorosa sorpresa per gli anziani del partito di Mubarak che riattivano le loro reti per sostenere il generale Shafîq. L’ala rivoluzionaria e i Fratelli reclamano l’applicazione della legge che il parlamento islamista aveva fatto votare, privando Shafîq dei diritti politici e proclamandolo ineleggibile.

 

 

Azioni e reazioni della Corte e dell’esercito

 

 

L’Alta Corte delibera tra i due turni: dichiara anticostituzionale la legge che priva Shafîq dei diritti politici e la legge elettorale che ha regolato le legislative, e ordina la dissoluzione del Parlamento. Le due sentenze sono giuridicamente fondate ed erano attese, ma a destare sospetti è la tempistica. Quest’ultima, probabilmente a torto, è attribuita alle pressione del CSFA desideroso di attenuare gli effetti di una vittoria di Mursî. Mi sembra più probabile che la “scelta” del momento (sempre che sia stata una scelta) sia stata dettata dall’arrivo di Shafîq al secondo turno.

 

 

Il CSFA dal canto suo moltiplica le misure impopolari: un decreto conferisce nuovamente alla polizia militare e ai servizi segreti (DRM) il diritto di arrestare i civili. Questo “colpo”, che riattiva i brutti ricordi dell’arbitrio poliziesco, costa probabilmente decine di migliaia di voti al generale Shafîq. E, la sera del secondo turno, il 24 giugno, il CSFA promulga una “dichiarazione costituzionale complementare” nella quale attribuisce a se stesso il potere legislativo e proclama l’autonomia dell’esercito, mettendo il nuovo Presidente sotto una pesante tutela. Lo stesso giorno annuncia la composizione del “Consiglio di Difesa Nazionale”, che si presume possa decidere, tra l’altro, le dichiarazioni di guerra: i civili eletti sono una minoranza.

 

 

Tutte queste misure sono interpretate dall’opinione pubblica come un modo per colpire il candidato Mursî. Ma questa valutazione non tiene conto di un fatto: il generale Shafîq non era il candidato dei dirigenti dell’esercito: i suoi rapporti con loro (e soprattutto con Tantawi) erano pessimi. Figlio dell’istituzione militare, all’interno di quest’ultima aveva le sue reti e avrebbe potuto sostituire i dirigenti militari senza essere accusato di voler indebolire la “Grande Muette”[2]. La strategia dei capi dell’esercito, negli ultimi 18 mesi, era consistita nel dividere, nell’allontanare la gioventù rivoluzionaria dai Fratelli. La vittoria di Shafîq li avrebbe definitivamente riavvicinati e avrebbe infiammato il Cairo. In effetti i due candidati, Shafîq più di Mursi, sono stati presi di mira dalle misure adottate dal CSFA. Tuttavia, ciò non significa che nell’esercito e nei servizi di sicurezza Shafîq non avesse numerosi sostenitori.

 

 

Il secondo turno ha luogo il 23 e 24 giugno. Qualche ora dopo la chiusura dei seggi elettorali, i Fratelli annunciano che il loro candidato ha vinto le elezioni con il 52% dei voti e che qualunque altro risultato sarebbe stato l’esito di frodi elettorali e avrebbe innestato una mobilitazione di massa se non molto di più. Gli osservatori indipendenti confermano la stima dei Fratelli. La proclamazione dei risultati ritarda e la tensione sale. Infine, una settimana dopo, Mursî è proclamato vincitore con il margine preannunciato. Ma al Cairo e nelle grandi città circola la voce che il vincitore sarebbe Shafîq e che i risultati sono stati truccati per evitare una conflagrazione.

 

 

Che cos’è accaduto? Sembrerebbe possibile affermare quanto segue: a) la commissione elettorale è ben presto giunta alla conclusione che se il punteggio annunciato dai Fratelli e dalle ONG era esatto, lo scrutinio era stato inficiato da numerose irregolarità, le principali e le più gravi delle quali commesse dai Fratelli. b) La stessa commissione ha preso tempo per valutare l’impatto di queste irregolarità sull’esito finale del voto.

 

 

c) Delle sue conclusioni esistono più versioni: per gli uni, i giudici hanno deciso che le irregolarità non cambiavano il risultato finale. Altri hanno ritenuto che avesse vinto Shafîq ma che il CSFA, sapendo che nessuno gli avrebbe creduto, ha deciso di non tenere conto delle irregolarità. Infine, alcuni dicono che i giudici pensavano che le irregolarità delle due parti erano tali che sarebbe stato necessario ripartire da zero e ricominciare le elezioni. Ma il CSFA ha rifiutato questa opzione. d) In ogni caso, il CSFA ha alimentato la confusione dichiarando a molti interlocutori, prima che la commissione proclamasse Mursî vincitore, che Shafîq aveva vinto le elezioni. È difficile sapere se il CSFA ha detto la verità e poi ha ritrattato per evitare problemi gravi, se si è sbagliato in buona fede, o se ha mentito per indebolire il vincitore Mursî. In compenso, allo stato attuale delle mie conoscenze, non credo che avesse l’intenzione di compiere brogli a favore di Shafîq, ciò che invece pensano i Fratelli.

 

 

La doccia scozzese del presidente

 

 

In ogni caso, il nuovo capo dello Stato si scontra ben presto con il CSFA. Prima annuncia che avrebbe esercitato tutte le sue prerogative, ciò che nessuno, tranne qualche giornalista, al momento prese seriamente. L’8 luglio convoca il Parlamento che l’Alta Corte ha fatto sciogliere. Ma si tratta di un errore, perché così facendo si aliena la magistratura, le cui decisioni vengono ignorate, ed è costretto a fare marcia indietro. La costituzione del nuovo governo è così laboriosa e il numero dei ministri Fratelli talmente esiguo che pochi notano che i Fratelli e i loro alleati hanno ottenuto i ministeri chiave dell’Informazione e della Giustizia, oltre a diversi altri ministeri che consentono di costituire delle clientele, che un Ministro degli Interni loro ostile è stato allontanato e che la maggior parte dei nuovi responsabili sono “Fratello-compatibili”. Si nota soprattutto che Tantawi, che tutti dicevano desideroso di entrare nella storia come il generale che ha ridato il potere ai civili, è rimasto ministro della Difesa e comandante in capo dell’esercito. Il maresciallo ha infatti ceduto alle richieste dei suoi pari… lasciandosi sfuggire l’occasione per farsi da parte.

 

 

Il 12 agosto Mursî mette a segno un colpo da maestro: licenzia il ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore ‘Inân, abrogando la dichiarazione costituzionale complementare che lo metteva sotto tutela. Ne promulga un’altra che concentra tutti i poteri nelle sue mani. Se non è possibile, in questo contesto, ricostruire la genesi del colpo di mano, diciamo che esso ha sconvolto l’assetto istituzionale e ha mandato un messaggio estremamente forte, in particolare ai settori della burocrazia di Stato ostili ai Fratelli. Questo colpo, alla fine, ha come obiettivo principale il capo di Stato maggiore ‘Inân ed è stato possibile solo perché nell’esercito molti alti ufficiali si auguravano la destituzione di quest’ultimo e degli ufficiali del CSFA.

 

 

Nei ranghi della “Grande Muette” il colpo di mano di Mursî era previsto per la fine di settembre: Tantawi stava per farsi da parte e si sapeva che i due possibili successori erano ‘Inân e Sîsî. Per ironia della sorte ‘Inân corteggiava i Fratelli dalla sera del primo turno delle presidenziali. Ma questi ultimi hanno ritenuto l’altro candidato più affidabile e più popolare. Resta da capire perché i Fratelli e Mursî abbiano deciso di accelerare il processo: o hanno visto nell’attentato terrorista di Rafah[3] un’opportunità per legittimare il colpo davanti all’opinione pubblica, oppure temevano l’ascesa di una contestazione cairota che avrebbe incitato l’esercito a intervenire per riprendere il potere. Oppure ancora, la fazione cappeggiata da al-Sîsî e/o ‘Assâr (non si sa chi ha negoziato con i Fratelli) ha fatto un’“offerta migliore”.

 

 

Il Presidente Mursî dispone ormai di un potere di gran lunga superiore a quello detenuto da Mubarak, se si eccettua il fatto che il Consiglio di Difesa Nazionale non è stato sciolto e per il momento conserva le sue prerogative di dichiarare guerra. Il capo dello Stato detiene i poteri esecutivi e legislativi. Dispone, attraverso l’apparato della Fratellanza, di una formazione politica di sostegno molto più efficace del partito di Mubarak. Lui e i Fratelli controllano la Costituente. I suoi colpi spettacolari e il suo discorso davanti alla Conferenza dei non-allineati hanno ampliato la sua base popolare.

 

 

Ma il suo potere è fragile e le sfide sono enormi. I Fratelli, tra le legislative e il primo turno delle presidenziali, hanno perso elettori. Il Cairo, in generale, continua ad essere ostile agli islamisti, e questo in un Paese centralizzato non è cosa da poco. Il sostegno e la benevolenza degli americani e dei giovani rivoluzionari sono condizionati. Non si sa se quello dell’esercitò durerà. I rapporti dei Fratelli con il principale alleato regionale dell’Egitto, l’Arabia Saudita, sono pessimi da vent’anni. Il Presidente deve affrontare una situazione economica preoccupante la cui gestione, presto o tardi, comporterà misure molto impopolari e deve affrontare numerose sfide relative alla sicurezza, in particolare nel Sinai. La mappa politica ed elettorale del Paese lo vede confrontarsi con un dilemma: se vuole recuperare elettori salafiti deve effettuare una grande virata a destra. Se vuole rassicurare le classi medie e le élites cairote deve governare al centro.

 

 

La sua forma di governo per il momento è simile alla doccia scozzese: dosa numerose misure impopolari, permettendo ai Fratelli di assumere il controllo di diverse istituzioni, molestare e intimidire fisicamente e giudiziariamente l’opposizione, con qualche decisione più popolare. In ogni caso è ancora troppo presto per stabilire se siamo davanti all’istituzione di un autoritarismo teocratico duro, come molti temono, o se, più semplicemente, i Fratelli tentano maldestramente di riportare l’ordine a forza di gesti brutali ma non mortali, per rendere di nuovo possibile un’attività economica.

 

 

 


 

[1] La redazione di questo articolo è stata chiusa il 19 ottobre 2012.

 

 

[2] Letteralmente “il grande muto”, termine con il quale si indicava l’esercito nella Terza Repubblica francese. L’autore estende la metafora al ruolo dei militari nell’Egitto contemporaneo (N.d.R.).

 

 

[3] Si tratta di un attacco avvenuto il 5 agosto 2012 a un posto di confine tra Egitto e Israele in cui sono rimasti uccisi 15 poliziotti egiziani [N.d.R.].

 

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