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Medio Oriente e Africa

Il futuro dell’Iran dopo Rafsanjani

L’ex presidente appena scomparso era l’ago della bilancia dei delicati rapporti su cui si regge la Repubblica Islamica. L’incognita delle elezioni e dei rapporti con l’America

Alcuni quotidiani iraniani l'indomani della morte di Rafsanjani

L’equilibrio politico dell’Iran è stato scosso dall’improvvisa morte dell’ex presidente della Repubblica Islamica, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Fin dalla Rivoluzione islamica, nel 1979, Rafsanjani, ai cui funerali ha partecipato una folla enorme, nonostante gran parte della popolazione lo ritenesse l’emblema della corruzione che affligge il Paese, ha svolto un ruolo centrale nel panorama politico iraniano: speaker del Majlis (il Parlamento) negli anni ’80, comandante in capo delle forze armate nei momenti conclusivi della sanguinosa guerra tra Iran e Iraq, presidente della Repubblica per due mandati, presidente del Consiglio per il Discernimento (l’organo incaricato di redimere le controversie tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani) e membro dell’Assemblea degli Esperti. Il conservatore pragmatico Rafsanjani ha saputo attraversare, rimanendo sempre al centro dello scacchiere politico, tutte le fasi della vita della Repubblica Islamica: sia quando erano i riformisti a gestire il potere sia quando gli ultraconservatori occupavano le cariche politiche più importanti. Pejman Abdolmohammadi, ricercatore alla London School of Economics e docente all’università di Genova, sottolinea la centralità di Rafsanjani, morto a Teheran all’età di 82 anni per un arresto cardiaco, nella recente storia del Paese, e spiega che effetti avrà la sua scomparsa sull’Iran e sulla turbolenta regione. La stessa Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, “difficilmente avrebbe ricoperto la sua attuale posizione se, alla morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, Rafsanjani non l’avesse sostenuto”, racconta a Oasis Abdolmohammadi. Si tratta di una consapevolezza che Khamenei ricorda con una certa difficoltà. Non è un caso che la Guida abbia indirizzato il suo messaggio di cordoglio funebre a Rafsanjani utilizzando non il titolo di ayatollah – che gli apparteneva – ma quello di hojjatoleslam – inferiore nel clero sciita: quasi a voler rimarcare la sua superiorità. L’ascesa dei pasdaran Nonostante le divergenze tra i due, la capacità del pragmatico Rafsanjani di svolgere un ruolo equilibratore tra i diversi (e a volte in conflitto) centri di potere iraniani mancherà anche alla Guida suprema, che rimane priva di uno dei “pilastri” della Repubblica Islamica. L’ex presidente era uno dei pochi, forse l’unico, che dalla sua posizione poteva criticare il sistema, parlando schiettamente persino a lui. Basti pensare che era stato Rafsanjani nel 2011 a consigliare alla Guida suprema di marginalizzare gli ultraconservatori, spiegando al rahbar i rischi insiti nel “fascismo islamico” dei pasdaran (Guardiani della Rivoluzione), dice a Oasis Riccardo Redaelli, ordinario di Geopolitica all’Università Cattolica di Milano. È proprio questa la previsione di Abdolmohammadi: venuto a mancare Rafsanjani, si fa più forte la spinta verso il potere dei pasdaran e del fronte conservatore vicino all’establishment militare. Tanto più che Rafsanjani avrebbe potuto in futuro influenzare anche le trattative per l’elezione di una nuova Guida suprema, considerate l’età – 77 anni - e l’incerta salute di Khamenei. E nei negoziati per l’elezione della Guida Suprema, il dominus di tutto il sistema politico-religioso iraniano, vogliono giocare un peso sempre più importante, persino a discapito del clero tradizionale, molte “istituzioni rivoluzionarie” come i pasdaran e le più importanti bonyad, fondazioni e centri del potere economico locali che controllano vastissimi capitali. Rouhani e Zarif Le prime “vittime” dell’accresciuto potere degli ultraconservatori sarebbero i “moderati” come l’attuale presidente della Repubblica Hassan Rouhani e il suo ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif. Tanto più che alle ultime elezioni per il rinnovo del Majlis e dell’Assemblea degli Esperti il buon risultato che hanno ottenuto è dovuto anche alla presentazione del ticket Rouhani-Rafsanjani, che ha saputo riunire e portare alla vittoria di quella che è stata definita “lista della speranza”. I moderati e cosiddetti riformisti, afferma Redaelli, beneficiavano “della capacità del tattico Rafsanjani di condurre trattative sottobanco, proteggendo lo schieramento con la sua spregiudicatezza e muovendo a questo fine le leve di cui disponeva negli apparati di potere”. Non esiste, nel campo dei pragmatici moderati, una figura che possa svolgere con la stessa efficacia il ruolo dell’ex presidente, sostiene Abdolmohammadi, e per questo le elezioni presidenziali di maggio, dall’esito di per sé tutt’altro che scontato, assumono contorni ancora più foschi per i moderati e i riformisti. I rapporti con l’Occidente La firma dell’accordo sul nucleare tra Iran e le potenze internazionali, guidate dagli Stati Uniti e fortemente voluto dal presidente americano uscente Barack Obama, è sembrata coronare la convinzione mostrata fin dagli anni ’90 da Hashemi Rafsanjani: per la salvezza della Repubblica Islamica era necessario avere relazioni anche con il mondo occidentale e con Washington. L’elezione di Donald Trump, che durante la sua campagna elettorale ha minacciato di stracciare l’accordo con l’Iran, fa temere per la tenuta dell’intesa internazionale. Ora, la morte dell’ex presidente iraniano e l’eventualità che senza il suo appoggio Rouhani, sostenitore del deal nucleare, perda le elezioni apre un’incognita sulle future relazioni tra Washington e Teheran. E tra Teheran e gli inquieti vicini arabi. [twitter: @fontana_claudio]

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