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Medio Oriente e Africa

Rouhani sotto attacco. Ma l’Iran non crollerà

Manifesto esposto a Isfahan nel 2015 per le celebrazioni dell'anniversario della Rivoluzione [© Oasis]

A causa delle nuove sanzioni imposte dall’amministrazione Trump, ma non solo, l’Iran attraversa una fase di debolezza interna. Difficilmente però questo porterà alla fine del regime

Ultimo aggiornamento: 16/01/2019 17:41:45

A partire dal 5 novembre 2018, all’Iran è stato imposto un nuovo pacchetto di sanzioni. Come previsto, il presidente iraniano Hassan Rouhani dovrà quindi affrontare non solo l’impasse del cosiddetto “Accordo sul nucleare iraniano”, ma anche la crescente pressione interna da parte dei suoi rivali politici.

 

Il (Joint Comprehensive Plan of Action), conosciuto anche come Accordo sul nucleare iraniano, aveva sancito uno storico successo della diplomazia multilaterale. L’accordo raggiunto a Vienna nel luglio del 2015 puntava ad abolire le sanzioni legate al nucleare contro Teheran in cambio di una restrizione del suo programma nucleare. La notte dell’accordo, migliaia di iraniani avevano invaso le strade di Teheran festeggiando e ripetendo con entusiasmo e ottimismo: «il mondo è cambiato», come il giorno seguente titolava il quotidiano riformista Etemad. Effettivamente, da quella notte molte dinamiche sono cambiate, all’interno dell’Iran e al suo esterno. Le sfide relative alla sicurezza regionale, alla ricostruzione e alla gestione dei flussi di profughi hanno confermato che l’Iran avrebbe dovuto essere pienamente reintegrato nella regione, nonostante gli Stati Uniti abbiano cercato di contrastare questo percorso sin dall’inizio della presidenza Trump. L’Iran non è stato soltanto un attore fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico (ISIS) in Iraq, ma gioca anche un ruolo chiave nei futuri sviluppi siriani. La Repubblica Islamica non è più isolata, ma si trova direttamente coinvolta nelle diverse dispute in corso in Medio Oriente e continuerà a mantenere le sue priorità geopolitiche con o senza il riconoscimento internazionale. Il coinvolgimento dell’Iran garantirebbe perciò una maggiore sicurezza nella regione e in Europa, come è stato costantemente sottolineato da Federica Mogherini, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione Europea[1].

 

Il ripristino delle sanzioni

 

Internamente all’Iran, le aspettative riposte nell’accordo stanno purtroppo svanendo. Dopo l’“implementation day” del gennaio 2016, quando il JCPOA è ufficialmente entrato in vigore, un numero considerevole di aziende straniere – in particolare italiane (l’Italia è il primo partner commerciale di Teheran tra i Paesi dell’Unione Europea), ma anche tedesche e francesi, hanno cominciato a investire in Iran. Tuttavia, nel maggio del 2018, gli Stati Uniti si sono unilateralmente ritirati dall’accordo e hanno annunciato la loro intenzione di imporre a Teheran delle sanzioni secondarie, che di conseguenza avrebbero punito i Paesi terzi commercialmente coinvolti con l’Iran. Le sanzioni americane sono state ripristinate in due tornate: una preliminare in agosto, che ha colpito l’accesso dell’Iran al dollaro, i software industriali, il commercio di metalli e il settore automobilistico; la seconda tornata, a novembre, ha limitato invece le transazioni finanziarie e le esportazioni di greggio. Già da aprile, l’esportazione di greggio e di condensato iraniano era calata del 39%. Con la repentina uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo, le imprese straniere hanno lasciato l’Iran per evitare le sanzioni degli Stati Uniti, mentre l’amministrazione Trump ha messo in mostra una postura esplicitamente anti-iraniana. John Bolton, Consigliere per la sicurezza nazionale e Mike Pompeo, Segretario di Stato, hanno avvertito l’Iran che se non avesse modificato il suo comportamento nella regione avrebbe dovuto prepararsi a subire le «più pesanti sanzioni della storia»[2]. Queste minacce non erano connesse al JPCOA, dal momento che l’Iran ha sempre rispettato i termini dell’accordo, come peraltro riferito dai controlli invasivi dell’Agenzia Atomica Energetica Internazionale (IAEA). In realtà, l’obiettivo delle sanzioni statunitensi è quello di indebolire l’economia iraniana, provocare disordini interni e malcontento nella società, generare instabilità politica e preparare la strada al collasso del regime.

 

Mentre l’Unione Europea ha cercato, in maniera del tutto inadeguata, di mantenere in vita l’accordo mettendo in atto un Regolamento di blocco e uno “Special Purpose Vehicle”, l’imposizione delle sanzioni secondarie ha già provocato l’arresto degli investimenti in Iran da parte delle aziende dell’UE. A causa di questi cambiamenti, negli ultimi mesi, il rial iraniano (la moneta nazionale) ha subito una pesante svalutazione, che ha raggiunto tassi del 70% sul libero mercato. Aziende come Total, Siemens, Deutsche Telecom e Pininfarina sono state costrette ad abbandonare il Paese e interrompere gli accordi commerciali con Teheran per evitare le sanzioni statunitensi. Anche case automobilistiche straniere come Peugeot, Citroen e Hyundai hanno lasciato il Paese, mentre compagnie aeree come Airbus, KLM, Aegean e British Airways hanno smesso di offrire i loro servizi all’Iran. Ma come la storia ha ripetutamente dimostrato, più che modificare il comportamento dell’Iran in politica estera, le sanzioni avranno pesanti effetti sui cittadini comuni. I costi già elevati dei beni di prima necessità stanno costringendo le famiglie più povere a procurarsi scorte di cibo, mentre il prezzo di riso, carne rossa, frutta e latte è già più che raddoppiato. Prodotti importati come pannolini, assorbenti e alcune medicine, sono già molto difficili da reperire.

 

L’attuale dibattito tra gli schieramenti politici

 

La politica interna iraniana risulta perciò influenzata da queste recenti dinamiche. Il dibattito presenta un alto grado di polarizzazione dell’élite politica a causa dell’incertezza economica. Le pressioni straniere vengono sfruttate da alcune fazioni per indebolire il governo in carica, mentre quest’ultimo ha attuato un rimpasto per poter affrontare le nuove sfide. I falchi hanno sempre rifiutato il JCPOA nel quadro della loro lotta per il potere contro i moderati/pragmatici. Essi accusano il governo di Rouhani «di avere venduto il Paese al nemico storico» e «di essersi fidato degli USA». Secondo i falchi, il Presidente della Repubblica Islamica è responsabile dell’attuale peggioramento della situazione economica. D’altra parte Rouhani condanna la violazione dell’accordo da parte degli USA e il loro ripristino unilaterale delle sanzioni. Egli definisce le minacce esterne un jang-e ravani, una guerra psicologica, che spinge le forze di sicurezza e gli ultraconservatori ad esacerbare gli approcci conflittuali a scapito della stabilità politica interna[3].

 

Hassan Rouhani ha fondato la sua legittimità politica sulla realizzazione del JCPOA come mezzo per risollevare l’economia nazionale, aprire il Paese agli investimenti stranieri e porre rimedio all’endemica ingiustizia sociale. Ma i tanto attesi risultati positivi dell’accordo sul nucleare iraniano tardano a farsi sentire, non solo a causa della nuova serie di sanzioni statunitensi, ma anche per via di distorsioni interne, come la mancanza di trasparenza e di responsabilità politica, la corruzione diffusa all’interno del sistema economico e le continue rivalità tra fazioni che rallentano il processo legislativo. Per eludere queste difficoltà interne, Rouhani accusa la politica di Washington nei confronti dell’Iran, mentre i falchi sfruttano le minacce degli USA per delegittimare il governo di Rouhani. Inoltre il Presidente è stato accusato di malgoverno, e lo scorso agosto gli è stato chiesto di riferire al Parlamento sui suoi piani economici.

 

Un’altra prova delle pressioni del dissenso interno su Rouhani è rappresentata dai continui rimpasti di governo. Negli ultimi mesi, i ministri del Lavoro (Ali Rabiei), dell’Industria, delle Attività Minerarie e del Commercio (Mohammad Shariatmadari, che ha sostituito Rabiei come ministro del Lavoro), dell’Economia (Masoud Karbasian) e dello Sviluppo urbano e stradale (Abbas Akhoundi) si sono dimessi. Inoltre, i ministri degli Affari Esteri, dell’Educazione, della Scienza e degli Interni sono attualmente a rischio sfiducia. Questa dinamica evidenzia la difficoltà del Presidente a mantenere una sua linea politica e le pressioni esterne e il malcontento interno tra i membri del gabinetto. È inoltre entrata in vigore una nuova legge che proibisce ai pensionati (oltre i 60 anni per gli uomini e 55 per le donne) di assumere cariche pubbliche. Questo controverso provvedimento ha spinto alle dimissioni (forzate) alcuni giovani membri del gabinetto come ad esempio Shahindokht Molaverdi, Consigliera Presidenziale per i Diritti Umani, mentre funzionari più anziani hanno potuto ottenere delle esenzioni. La stessa legge ha portato alla nomina del terzo sindaco di Teheran in diciotto mesi[4].

 

Le divisioni interne sul FATF

 

Con l’obiettivo di ridurre la pressione internazionale sull’economia iraniana, il governo ha lanciato un dibattito finalizzato a soddisfare le richieste del Financial Action Trade Force (FATF) di Parigi, che contrasta il finanziamento del terrorismo e il riciclaggio di denaro. Il parlamento ha approvato il progetto di legge sul contrasto al finanziamento del terrorismo con 143 voti (e 120 contro) che avrebbe permesso di cominciare ad applicare le norme internazionali stabilite dal FATF ed evitare in questo modo l’isolamento del sistema bancario iraniano[5]. Ma il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione ha respinto la legge, rimandandola al Parlamento per ulteriori revisioni. All’inizio anche la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, aveva contestato la legge, ma alla fine ha autorizzato il Parlamento a decidere come procedere. Questo controverso testo legislativo costituisce un altro campo di battaglia nell’ambito della lotta interna tra gli ultraconservatori e i moderati/pragmatici che hanno la maggioranza in Parlamento.

 

Gli ultimi dibattiti in corso in Iran hanno riguardato le affermazioni provocatorie di Mohammad Zarif, Ministro degli Affari Esteri, il quale ha confermato che le dinamiche di riciclaggio di denaro in Iran sono reali. Egli ha dichiarato che quanti si sono opposti alle richieste del FATF sono contrari alla trasparenza finanziaria perché traggono benefici da attività opache. Senza riferirsi ad alcuno in modo preciso, il Ministro Zarif ha implicitamente accusato i falchi all’interno del Parlamento di essere coinvolti nel riciclaggio di denaro e, di conseguenza, di essersi opposti alla legge. Queste affermazioni hanno ovviamente innescato forti reazioni nell’opposizione. Sono circolate voci sulla possibilità di sfiduciare il Ministro o di costringerlo a mostrare al potere giudiziario le prove delle sue dichiarazioni[6]. Per quanto la politica iraniana possa sempre riservare delle sorprese, è improbabile che questo accada. Il 23 novembre 2018, il quotidiano riformista Aftab-e Yazd ha titolato “Un solo Iran dietro a Zarif”[7], in seguito alle dichiarazioni di Rouhani e Mahmoud Vaezi, Capo del Gabinetto del Presidente, a sostegno del Ministro degli Esteri. Vale la pena di notare che Rouhani aveva provato a smorzare i toni per evitare le accuse dei falchi, dirottando l’attenzione sulla necessità di combattere i trafficanti di droga e di alcool, in quanto categorie che alimentavano il riciclaggio del denaro nel paese. L’Iran ha tempo fino a febbraio per dimostrare di aver ottemperato ai principi del FATF, altrimenti tornerà nella lista nera.

 

Rouhani tra estremisti e riformisti

 

Sia il JCPOA che la legge finalizzata a soddisfare le richieste del FATF sono stati pesantemente criticati dagli ultraconservatori, che hanno accusato il Presidente Rouhani di avere aperto le porte dell’Iran alle ingerenze straniere. A partire dalla fine del 2017, nel Paese si sono verificate diverse proteste a causa del deterioramento dell’economia, del carovita e della disoccupazione. La frustrazione delle classi più basse si è intrecciata con la rabbia dei lavoratori che si lamentavano per gli stipendi non pagati, i salari troppo bassi e le condizioni lavorative precarie. Più recentemente, gli operai della fabbrica di canna da zucchero Hafte Tapeh (situata nella complessa regione del Khuzestan) hanno scioperato per più di due settimane contro il mancato pagamento degli stipendi e i contratti informali che avevano fatto seguito alla controversa privatizzazione dell’azienda. Le manifestazioni e gli scioperi di insegnanti, autisti, operai e impiegati statali sono quindi stati strumentalizzati dai falchi per indebolire il governo. Ad esempio, il giornale ultraconservatore Kayhan ha dichiarato che queste proteste erano il risultato della dipendenza economica dal JCPOA e dalla FATF[8].

 

A ogni modo, non sono solo i falchi a contestare le politiche di Rouhani. Anche i riformisti lo accusano di non aver migliorato l’economia e di non aver garantito maggiore spazio alla società civile, come invece era stato promesso durante la campagna elettorale. La “luna di miele” tra i pragmatici e i riformisti è perciò minata da rilevanti fratture. Malgrado l’appoggio dell’ex presidente Mohammed Khatami – che continua ad avere voce in capitolo nella guida (dalle retrovie) del fronte riformista – alle elezioni presidenziali del 2013 e del 2017, Hassan Rouhani ha elaborato un programma moderato-pragmatico che soltanto nella fase iniziale della sua campagna si è occupato delle questioni interne care anche agli elettori riformisti. Tra le promesse mai mantenute dall’attuale governo vi erano la protezione dei diritti dei cittadini e la libertà di circolazione dell’informazione. Il Presidente ha messo la sordina su questi temi per evitare ulteriori attriti con i falchi che già stavano contestando il negoziato multilaterale poi sfociato nel JCPOA. Grazie a questa svolta politica, Rouhani ha ottenuto l’appoggio di conservatori quali Ali Larijani (presidente del Parlamento) e Ali Akbar Velayati (ex Consigliere per gli Affari internazionali della Guida Suprema), portando i centristi vicino ai moderati-conservatori e lontano dai riformisti.

 

Lo scenario della politica interna dell’Iran appare quindi fortemente polarizzato. La crescente frammentazione tra i membri dell’élite al potere contribuisce anche a destabilizzare l’economia nazionale, già presa di mira dalle sanzioni statunitensi. Per alleviare l’effetto di queste divisioni interne, la Guida Suprema Ali Khamenei ha insistentemente invocato l’unità. Negli ultimi tre anni Khamenei ha mantenuto una posizione equilibrata, sostenendo gli sforzi diplomatici della delegazione iraniana a Vienna e Ginevra, ma cercando anche di evitare che si generassero profonde fratture interne. Senza cercare un capro espiatorio interno per l’aggravamento delle condizioni economiche, Khamenei ha esortato l’élite iraniana a superare i propri conflitti, convergendo per combattere il comune nemico. Il comportamento della Guida Suprema mostra come la stabilità interna e la sopravvivenza del regime prevalgano sulla competizione tra schieramenti. Esso evidenzia inoltre come all’interno del sistema gli ultraconservatori siano particolarmente deboli e privi di una guida carismatica. La frammentazione del fronte conservatore è cominciata durante le presidenze di Ahmadinejad, che aveva spostato l’orientamento politico conservatore verso una posizione più radicale e populista.

 

Che cosa aspettarsi per il futuro?

 

Da un punto di vista economico, è probabile che l’Iran riesca a sopravvivere malgrado le sanzioni e le crescenti pressioni economiche. Ciononostante, la vita degli iraniani comuni andrà incontro a un impoverimento, visto che i membri della classe media subiranno una perdita significativa del loro potere d’acquisto. Le classi più basse e la gioventù istruita sono i principali bersagli delle sanzioni e per questo il governo dovrebbe alleviare la pressione su di essi attraverso un potente sistema di sussidi, l’erogazione di generi di prima necessità e il miglioramento del tasso di occupazione. Inoltre questi provvedimenti dovrebbero non incrementare la disuguaglianza sociale, che è causa permanente di proteste di piazza e di insoddisfazione popolare. I gruppi legati alle Guardie Rivoluzionarie che hanno il controllo dei confini nazionali e dei porti probabilmente continueranno a praticare importazioni ed esportazioni illegali attraverso il mercato nero, con l’effetto di alterare i prezzi. Il governo sta già pianificando il passaggio da riforme orientate al libero mercato a un maggior coinvolgimento statale nell’economia. Per gestire la crisi imminente, il presidente Rouhani intende riformare il sistema bancario, impedire l’iperinflazione e risolvere il problema della scarsa circolazione di capitali e di liquidità, utilizzando possibilmente fondi statali e pubblici per finanziare grandi imprese[9].

 

Da un punto di vista politico, le radicate rivalità interne all’élite politica iraniana continueranno ad esistere. Il governo dovrà resistere alle fratture politiche, anche se, come dimostrato dalla posizione della Guida Suprema, la questione della sopravvivenza del sistema farà passare in secondo piano le rivalità tra fazioni. L’isolamento del Paese potrebbe condurre a nuove emergenze interne dal punto di vista politico ed economico, ma non porterà né al collasso del sistema, né a un cambio di regime, come invece si aspetta l’amministrazione Trump. La Repubblica Islamica è riuscita a sopravvivere alla più grave fase di isolamento del 2012, quando anche l’Unione Europea aveva imposto sanzioni al governo di Ahmadinejad. Oggi l’Iran beneficia di un clima diverso, che comprende anche l’impegno dell’Unione Europea per far fronte alla situazione e salvare ciò che resta JCPOA.

 

Testo tradotto dall'inglese.
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis.

Note

[1] Intervento dell’Alto Rappresentante/Vice Presidente Federica Mogherini alla conferenza stampa che è seguita al Consiglio Affari Esteri, 28 maggio 2018, https://www.un.org/unispal/wp-content/uploads/2018/05/EUREMARKS_280518.pdf

[2] After the Deal: A New Iran Strategy, Intervento di Mike Pompeo, Segretario di Stato, 21 maggio 2018, USA, Dipartimento di Stato, https://www.state.gov/secretary/remarks/2018/05/282301.htm

[3] فیلم/روحانی:دلیل تلاطم بازار"جنگ روانی"است, (Video: Rouhani: il motivo della crisi economica è la guerra psicologica), «Mashregh news», 14 giugno 2018, https://www.mashreghnews.ir/news/864525/فیلم-روحانی-دلیل-تلاطم-بازار-جنگ-روانی-است

[4] Why Theran’s Reformists Changed Three Mayors In 18 Months, «Radio Farda», 13 ottobre 2018, https://en.radiofarda.com/a/iran-reformists-controlling--tehran-city-council-elect-mayor/29598451.html

[5] Iran hails FATF’s decision to extend suspension of its counter-measures, «Press TV», 19 ottobre 2018, https://www.presstv.com/Detail/2018/10/19/577464/FATF-Iran-Marshall-Billingslea-commitments

[6] اعتیاد به استیضاح (“Dipendenza da mozione di sfiducia”), «Etemad», 27 novembre 2018, http://www.etemadnewspaper.ir/fa/main/detail/114436/اعتياد-به-استيضاح

[7] یک ایران حامی ظریف, (“Un solo Iran dietro Zarif”), «Aftab-e Yazd», 22 novembre 2018, http://aftabeyazd.ir/122564-یک-ایران-حامی-ظریف.html

[8] FATFتلخی نیشکر هفت‌تپه حاصل گره‌ زدن اقتصاد به برجام و, (“L’amarezza della canna da zucchero di Haft-Tappeh è il risultato dell’accordo nucleare del FATF”), «Kayhan», 21 novembre 2018, http://kayhan.ir/fa/news/147708/تلخی-نیشکر-هفت‌تپه-حاصل-گره‌-زدن-اقتصاد-به-برجام-و-fatf

[9] Mohsen Shariatinia, Sanctions push Rouhani to boost state involvement in Iran’s economy, «Al monitor», 13novembre 2018, https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/11/iran-economy-market-rouhani-sanctions-doctrine-government.html

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