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Medio Oriente e Africa

Cittadini post-rivoluzionari: l’attivismo di studenti e donne in Iran

Manifestazioni durante l'Onda Verde del 2009 [Hamed Saber - https://www.flickr.com/photos/hamed/]

Storicamente, gli studenti e le donne hanno svolto un ruolo importante in Iran, partecipando alla rivoluzione del 1979 e ai successivi dibattiti politici e culturali. Nei decenni successivi alla rivoluzione, il loro rapporto con il potere politico è cambiato: in alcuni momenti hanno sostenuto la narrazione ufficiale, in altri l’hanno sfidata

Ultimo aggiornamento: 08/02/2021 14:13:09

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La società iraniana ha subito dei cambiamenti significativi dopo la Rivoluzione del 1979. Le trasformazioni sociali hanno riguardato il ruolo dei giovani nella sfera sociopolitica, la ridefinizione degli spazi pubblici, il rafforzamento della società civile e nuove forme di attivismo politico. La natura di questo cambiamento si spiega alla luce di un cambio generazionale, della generalizzazione dell’istruzione e dei servizi, e di una nuova mentalità rispetto alla politica, alla religione e ai diritti individuali. Oggi la popolazione iraniana conta circa 82 milioni di cittadini, più della metà dei quali hanno meno di 30 anni. Le persone si concentrano perlopiù nei grandi agglomerati urbani, città che nel tempo hanno inghiottito le periferie senza però garantire condizioni di vita migliori agli abitanti. Le aree rurali e le regioni periferiche continuano a patire una centralizzazione dello Stato che sembra incapace di rispondere alle loro esigenze. Ciò ha ampliato ulteriormente il divario già esistente tra il centro e le province, non solo in termini geografici ma anche di opportunità. I giovani iraniani hanno un livello d’istruzione elevato, ma l’accesso al mercato del lavoro rimane sbilanciato a causa delle discriminazioni di genere e di classe, mentre in alcune province, come il Kurdistan, il Khuzestan e il Sistan Baluchistan, la disoccupazione è sistematicamente più elevata che nelle altre.

 

I giovani non hanno vissuto la Rivoluzione o la guerra tra Iran e Iraq, ma hanno conosciuto una élite che non ha mantenuto le promesse di maggiore partecipazione politica, di opportunità di lavoro e giustizia sociale e di genere, e di minori restrizioni sociali e minore interferenza politica nella vita delle persone. Il risentimento dei giovani verso la classe politica, tuttavia, è diverso secondo i contesti sociali e geografici.

 

La società iraniana è piuttosto poliedrica e le sue componenti non possono essere ridotte in categorie rigide. Gli elementi che definiscono le principali disparità o similarità tra i gruppi sociali sono il livello di istruzione, l’ubicazione geografica, l’accesso al mercato del lavoro, il reddito, la distribuzione della ricchezza e le opportunità di cui dispongono.

 

Storicamente, studenti e donne hanno svolto un ruolo importante prendendo parte al dibattito rivoluzionario nei campus universitari e partecipando alla mobilitazione di massa avvenuta tra il 1977 e il 1979. Nei quattro decenni successivi alla rivoluzione, il loro rapporto con il potere politico è mutato: in alcuni momenti hanno sostenuto e rafforzato la narrazione ufficiale a favore del sistema, in altri l’hanno sfidata chiedendo un cambiamento. È dunque interessante indagare il ruolo svolto da queste due categorie di cittadini dopo la rivoluzione e come è cambiato il loro attivismo nella sfera pubblica.

 

L’attivismo studentesco

 

L’Iran ha una lunga tradizione di attivismo studentesco in particolare nelle grandi città come Teheran, Tabriz, Isfahan e Shiraz. Prima della rivoluzione del 1979, i campus universitari hanno rappresentato un terreno favorevole per la diffusione di idee rivoluzionarie, e sono stati un luogo importante per l’organizzazione di riunioni e sit-in. A quel tempo, le associazioni studentesche sostenevano perlopiù le ideologie marxiste di sinistra. Non è dunque un caso che una delle prime azioni intraprese dagli islamisti all’indomani della Rivoluzione sia stata proprio l’“islamizzazione” delle università e del sistema scolastico. La Rivoluzione culturale (Enqelab-e farhangi) è stata messa in atto nei primi tre anni ’80. Il suo obiettivo era quello di riformare i programmi e i libri universitari, estromettere i professori dissidenti e, soprattutto, contrastare nei campus universitari la possibile opposizione laica, marxista e di sinistra.

 

Oltre ai gruppi studenteschi di sinistra era presente anche un’associazione di studenti musulmani, che dal 1979 è diventata sempre più attiva. Gli studenti iraniani musulmani hanno accolto con favore l’istituzione della Repubblica islamica e ne hanno sposato la causa, contribuendo a eliminare le fonti interne ed esterne di minaccia. In particolare, il gruppo noto come Daneshjuyan Mosalman Pire Khatt-e Imam, composto dagli studenti musulmani che seguivano la linea dell’Imam (Khomeini), nel novembre del 1979 ha occupato l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, mostrando tutta la sua devozione nel sostegno e nella protezione dell’identità della Repubblica islamica. Inoltre, l’Ayatollah Beheshti aveva fondato l’organizzazione studentesca Daftar-e Tahkim-e Vahdat-e Hozeh va Daneshgah (Ufficio per il rafforzamento dell’unità tra le università e i seminari, noto anche semplicemente come DTV), i cui membri erano stati particolarmente attivi nell’occupazione dell’ambasciata e durante i 444 giorni della crisi degli ostaggi. Il DTV sovraintendeva ai pattugliamenti nei campus universitari, allo sradicamento dell’opposizione e alla diffusione della propaganda islamista. Di conseguenza, da luogo di dissenso qual era stata, l’università sarebbe diventata uno spazio di sostegno al sistema, in cui l’attivismo studentesco avrebbe difeso la sopravvivenza della nuova repubblica.

 

Nei due decenni successivi alla Rivoluzione, con il boom demografico e il processo di urbanizzazione aumentò significativamente il numero di studenti che accedeva all’istruzione superiore, mentre scuole e università divennero accessibili a chiunque, indipendentemente dalla collocazione sociale e dal luogo geografico di provenienza. Il livello di alfabetizzazione andò sensibilmente crescendo, insieme all’idea che l’istruzione avrebbe reso possibile l’emancipazione socioeconomica.

 

Se prima l’accesso all’università era un privilegio delle classi altolocate, nell’Iran post-rivoluzionario è cambiata la composizione degli studenti e molti ragazzi e ragazze delle classi medio-basse sono entrati/e nei campus e nei convitti universitari. Non è un elemento trascurabile perché sarebbe stato questo gruppo di studenti a offrire un supporto essenziale ai volontari basiji filogovernativi attivi nelle università.

 

L’islamizzazione dell’università continuò gradualmente anche dopo la Rivoluzione culturale e s’intensificò il controllo sul comportamento degli studenti e dei professori, sui corsi, sulla separazione tra uomo e donna, e sulla produzione culturale. Agli occhi dell’establishment l’attivismo studentesco era accettabile solo nella misura in cui contribuiva al suo progetto. Fino agli anni ’80, il DTV è stata l’unica organizzazione studentesca esistente. Ciononostante, le università rimasero importanti luoghi d’incontro, di scambio di idee e d’informazioni, in cui era possibile accedere alle risorse e alle biblioteche, continuando quindi a offrire lo spazio per la mobilitazione politica.

 

Il passaggio dall’ideologia al pragmatismo avviato da Hashemi Rafsanjani, presidente della Repubblica tra il 1989 e il 1997, venne messo in discussione da quelle forze sociopolitiche che erano state gradualmente escluse dalla scena politica. Inoltre, il DTV aveva riunito gli islamisti di sinistra che percepivano la trasformazione politica in atto come una deviazione dai principi khomeinisti.

 

A partire dai primi anni ’90, intellettuali, chierici e giornalisti iniziarono a promuovere un discorso nuovo a sostegno della tolleranza, della partecipazione popolare e dello Stato di diritto in un sistema più inclusivo e democratico. Membri del DTV accolsero con favore questo discorso e sostennero la candidatura di Mohammad Khatami alla presidenza nel 1997. Gli studenti, il cui contributo all’elezione di Khatami fu essenziale, iniziarono a chiedere pluralismo, partecipazione, democrazia e diritti per le donne. In altre parole, a metà degli anni ’90 l’attivismo studentesco è emerso in tutto il suo potenziale, testimoniando il cambiamento della società e della politica iraniana.

 

A livello sociale è altresì emersa una nuova generazione istruita, che criticava le promesse non mantenute della rivoluzione e gli elementi illiberali della Repubblica. A livello politico, l’epoca Rafsanjani è stata caratterizzata dal passaggio da un discorso di sinistra basato sulla giustizia sociale a una forma di consumo e sviluppo di tipo capitalistico. Secondo alcuni “seguaci dell’Imam”, si è trattato di una deviazione dai principi della rivoluzione.

 

Durante la presidenza riformista (1997-2005), le associazioni studentesche sono cresciute grazie alle parziali aperture culturali e sociali sostenute del presidente Khatami. Quotidiani, riviste e ONG sono moltiplicati, così come è fiorito il dibattito pubblico su temi quali la democrazia e i diritti civili. Questo dibattito ha favorito l’attivismo studentesco, anche se le università e la sfera pubblica più in generale sono rimaste sotto stretto controllo governativo. I gruppi sostenitori del sistema, come l’Associazione islamica degli studenti e gli studenti basiji, si sono scontrati con il DTV. Quando nel 1999 la polizia è intervenuta violentemente per sopprimere una protesta studentesca filo-riformista scoppiata nel dormitorio dell’Università di Teheran sono emersi due elementi chiave. Da un lato, il fatto che la classe politica non fosse riuscita a sopperire ai bisogni e alle ambizioni dei giovani. Le aspettative di una maggiore liberalizzazione sociale promossa dal fronte riformista furono deluse dall’azione di istituzioni non elette, che bloccarono sistematicamente iniziative e cambiamenti. D’altro canto, il senso di tradimento spinse molti studenti a rinunciare alla partecipazione politica boicottando le elezioni del 2005.

 

Le battaglie delle donne

 

Anche le donne hanno svolto un ruolo importante nella storia iraniana. Nonostante abbiano partecipato alle manifestazioni di massa della fine degli anni ’70, dopo la Rivoluzione esse non hanno visto miglioramenti del loro status giuridico e delle loro condizioni sociali. Una delle prime proteste dell’era post-rivoluzionaria è scoppiata proprio a causa della re-imposizione del velo obbligatorio, simbolo di una élite politica che voleva diffondere la morale e l’etica islamica. Nei primi anni della Repubblica, le donne si sono trovate ad affrontare diversi problemi, tra cui la separazione dei generi negli spazi pubblici, il matrimonio precoce, un limitato accesso alle opportunità lavorative, l’esclusione dal posto di lavoro e un diritto di famiglia discriminatorio. Troppo spesso l’Occidente ha guardato alla libertà e all’emancipazione delle donne attraverso una lente sbagliata, quella del codice islamico di abbigliamento imposto dall’alto (per esempio il velo obbligatorio), considerato un simbolo di oppressione imposto da una società maschilista. Se questo punto di vista non è del tutto errato, esso limita enormemente la capacità di guardare oltre il problema del vestiario e di riconoscere, quindi, altre importanti battaglie quotidianamente intraprese delle donne iraniane.

 

Ci sono ovviamente forme ricorrenti di manifestazioni contro l’obbligo del velo, anche se questo fenomeno non riguarda tutta la popolazione femminile iraniana. D’altro canto, in Iran le donne lottano da anni per superare la discriminazione di genere, la negazione dei diritti, le restrizioni previste dal diritto di famiglia e la loro rappresentazione nella società come semplici figure genitoriali e casalinghe. Le donne, dunque, hanno sviluppato diverse forme di attivismo, nonostante le barriere culturali, politiche e di genere esistenti. La partecipazione femminile all’istruzione secondaria è passata dal 26% del 1990 al 67,4% del 2018[1], ciò che ha consentito alle donne di accedere al dibattito intellettuale. Dalla metà degli anni ’90, le questioni di genere sono entrate nella discussione politica: i quotidiani, le riviste e gli intellettuali che si occupano le questioni femminili e il rafforzamento della società civile hanno incoraggiato la partecipazione delle donne. Sebbene non ci siano stati grandi cambiamenti nelle leggi discriminatorie relative alle donne, è cresciuta la consapevolezza della necessità di far sentire la propria voce contro questa disuguaglianza di genere istituzionalizzata. Nel 2006 è stata lanciata la campagna “Un milione di firme” per promuovere l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne, e per modificare le leggi discriminatorie contro queste ultime. La campagna è stata condotta attraverso l’interazione faccia a faccia, seminari pubblici, conferenze e riunioni porta a porta. L’idea era quella di promuovere un movimento dal basso che potesse raggiungere la società mettendo in moto una forma di attivismo non violento capace di affrontare la questione dei diritti delle donne e aumentare la consapevolezza in merito alla loro condizione. Tuttavia, con l’ascesa dei neoconservatori a partire dai primi anni 2000, la campagna è stata costantemente presa di mira, con la repressione e arresto degli attivisti e la chiusura degli spazi di dialogo e incontro che, in un modo o nell’altro, erano tollerati sotto la presidenza di Khatami.

 

È bene ricordare che le donne, come tutti gli altri gruppi della società iraniana, non rappresentano un blocco monolitico. Alcune donne favorevoli al sistema collaborano con lo Stato per preservare il ruolo femminile nella vita pubblica e privata. Le attiviste musulmane mirano a proteggere la rappresentazione religiosa della donna devota e a sostenere le tradizioni e le leggi che ne definiscono la dignità. Il loro riferimento in questo senso è Fatima, la figlia del Profeta e moglie di Ali, che citano sistematicamente. Alcune donne più conservatrici hanno beneficiato dell’islamizzazione dall’alto, che ha consentito loro di oltrepassare il loro ruolo tradizionale, e di accedere alla sfera pubblica, andare a lavorare e frequentare le università sentendosi socialmente e moralmente “protette” dalle istituzioni. Per comprendere appieno il movimento femminista e le forme di attivismo delle donne in Iran occorrerebbe indagare molti altri elementi, ma questo esula dal presente saggio. Qui è importante inquadrare più in generale il ruolo delle donne nella Repubblica islamica come artefici di un possibile cambiamento.

 

L’attivismo delle donne è reso possibile dall’appartenenza a reti formali o informali, dal coinvolgimento nella sfera pubblica, dalla partecipazione (anche limitata) alla politica, dal dibattito intellettuale e, soprattutto, dalla convergenza di alcuni aspetti del loro orientamento – sia esso tradizionalista, islamista o laico – in vista di rivendicazioni comuni. Nel 2013, per esempio, diversi gruppi di attiviste, islamiste e non, si sono incontrate per un “brain-storming sulle istanze delle donne” che aveva un obiettivo comune: la parità dei diritti tra uomini e donne, l’abrogazione delle leggi discriminatorie e l’incremento della presenza femminile in politica. Social network e piattaforme digitali hanno diffuso la notizia dell’incontro e, non a caso, l’allora neo-eletto presidente della Repubblica Hasan Rouhani ha parlato dell’urgenza di migliorare la condizione delle donne. Tuttavia, nonostante alcune nomine femminili alla vicepresidenza e a livello locale, il bilancio dello sforzo compiuto da Rouhani per migliorare e proteggere i diritti delle donne non è stato positivo.

 

I limiti dell’attivismo femminile in Iran dipendono da due fattori: in primo luogo, il fenomeno è spesso concentrato nella classe media delle aree urbane, mentre restano escluse le altre classi sociali e le zone rurali. In secondo luogo, le pressioni dall’alto hanno dissuaso il coinvolgimento attivo delle donne nella sfera pubblica. In questo contesto, le scelte individuali sono determinanti e possono gradualmente abbattere le aspettative e gli stereotipi legati al genere. Per esempio, l’età media del matrimonio delle donne (e degli uomini) si è alzata sia nelle aree rurali che in quelle urbane. Le donne possono volersi sposare più tardi, vivere da sole, non avere figli, ignorare la segregazione di genere e lavorare in diversi settori. Tutte queste scelte danno forma a una nuova concezione del ruolo delle donne nella società iraniana. Asef Bayat ha affermato che l’attivismo femminile in Iran è (e dovrebbe essere) messo in atto nelle pratiche quotidiane, con la resistenza all’ideologia dominante e cercando di superare i vincoli esistenti attraverso azioni e comportamenti di ogni giorno.

 

Con l’ascesa della seconda generazione di conservatori, iniziata nel 2002, gli spazi per i movimenti studenteschi organizzati e l’attivismo femminile si sono ridotti a causa della pressione delle forze di sicurezza e dell’azione della magistratura nel contenimento e nel contrasto di studiosi, giornalisti e attivisti. Oltre agli arresti arbitrari avvenuti in un clima prolungato di securitizzazione, diverse forze di mobilitazione hanno perso d’intensità e adesioni, lo spazio pubblico si è ristretto e alcuni temi sono scomparsi dalle conferenze pubbliche, con conseguenti maggiori limitazioni per le donne, attivisti e intellettuali riformisti. La censura è cresciuta mentre gli spazi per il dibattito sono diminuiti. Le associazioni di studenti e professori basiji si sono moltiplicate, imponendo un maggiore controllo sull’università.

 

Nonostante queste restrizioni, la controversa rielezione di Mahmud Ahmadinejad nel 2009 ha provocato diverse manifestazioni, partite dalla capitale e poi diffusesi nelle periferie del Paese. Paola Rivetti, che ha analizzato la natura dei movimenti sociali in contesti autoritari, sostiene che l’Onda Verde – nata proprio dopo la rielezione di Ahmadinejad – ha beneficiato di precedenti forme di attivismo, che con le loro reti hanno reso possibili le manifestazioni del 2009. Queste ultime hanno contestato le politiche illiberali e le limitazioni poste alla rappresentanza popolare. Portando avanti una rivendicazione politica, l’Onda Verde ha rappresentato un serio rischio per la sopravvivenza della Repubblica islamica ed è stata quindi repressa brutalmente. I manifestanti sono stati guidati dai leader riformisti Mehdi Karrubi e Mir Hossein Musavi, successivamente esclusi dalla competizione politica e posti agli arresti domiciliari. La leadership politica dietro queste proteste ha dimostrato che esisteva ancora una possibilità di cambiamento dall’interno del sistema autocratico.

 

Un malcontento diffuso

 

Nonostante la repressione messa in atto dalle forze di sicurezza dopo il 2009 e la riduzione degli spazi di dissenso e di dibattito pubblico, le manifestazioni in Iran non si sono estinte. Se l’Onda Verde chiedeva cambiamenti politici, negli ultimi anni le proteste sono state guidate principalmente da bisogni e rivendicazioni economiche. Nel corso del 2018 e del 2019 diverse proteste si sono diffuse in tutto il Paese, dalle piccole aree urbane alle regioni periferiche. Teheran e i campus universitari invece sono sembrati meno coinvolti da queste manifestazioni. Le ragioni principali della protesta sono riconducibili all’elevato costo della vita e dei beni di prima necessità, ai ritardi nei pagamenti, alla disoccupazione giovanile, alla riduzione dei sussidi e all’inquinamento atmosferico. Diverse categorie di lavoratori (dagli operai dell’industria agli insegnanti, ai camionisti) hanno denunciato la precarietà dei contratti, l’insicurezza e le difficili condizioni del lavoro. I giovani istruiti delle classi medio-basse hanno lamentato l’alto tasso di disoccupazione giovanile, che colpisce soprattutto le donne. Diversi gruppi sociali si sono radunati nelle strade di Ahvaz, nella provincia del Khuzestan, per protestare contro le politiche ambientali inefficaci e la scarsità di acqua potabile. In diverse province, inoltre, le persone hanno criticato il coinvolgimento iraniano nella regione e lo stanziamento di fondi cospicui per le missioni militari all’estero.

 

Le proteste più recenti sono state fortemente represse dalle forze di sicurezza, com’è accaduto nel novembre 2019 quando l’accesso a Internet è stato bloccato per alcuni giorni e non c’è stata alcuna copertura mediatica della repressione messa in atto. Il grande limite di questa forma più attuale di attivismo è la sua natura non organizzata: manca una leadership politica (gli stessi riformisti hanno condannato le proteste) e le rivendicazioni popolari sono variegate, così come lo sono le categorie sociali coinvolte. È difficile, perciò, pensare che queste sporadiche proteste dal basso, prive di una struttura organizzata, possano innescare dei cambiamenti politici. Allo stesso tempo, però, le proteste possono far luce su quali gruppi sociali stiano maggiormente soffrendo a causa delle difficoltà economiche, aggravate anche a causa della pandemia di COVID-19.

 

Gli studenti di Teheran hanno manifestato in alcune occasioni, ma il fenomeno è rimasto marginale. Nel 2016 le donne hanno lanciato una campagna per “Cambiare il volto maschile del Parlamento”, che mirava a ridurre le disparità nella rappresentanza e favorire la presenza politica femminile, facendo così leva sui candidati riformisti eletti in parlamento nel 2016. A causa del ripristino delle sanzioni statunitensi dal 2017, della crisi geopolitica nella regione e dei problemi economici, lo spettro politico è sbilanciato a favore delle fazioni neoconservatrici, che potrebbero prevalere alle elezioni presidenziali previste per giugno 2021, e quindi intensificare la stretta sull’attivismo della società civile e la mobilitazione sociale.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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[1] Dati delle Nazioni Unite, Human Development Index, Islamic Republic of Iran, “Population with at least some secondary education, female (% ages 25 and older)”, http://hdr.undp.org/en/indicators/23906