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Medio Oriente e Africa

L’ordine dei Guardiani regna a Teheran (per ora)

Nel giugno 2009 l’Iran è stato scosso da una potente onda d’urto che per la prima volta dai tempi della Rivoluzione ha intaccato le basi stesse del potere pur senza riuscire a cambiarlo. Uno sguardo al Paese che da trent’anni si trova al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni internazionali, anche perché lo vuole.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 10. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 06/02/2018 16:48:14

Le immagini delle manifestazioni contro il presidente Ahmadinejad hanno scosso la nostra falsa certezza che la Repubblica islamica dell’Iran sia un sistema granitico, sostenuto dalla maggioranza degli iraniani. La normalizzazione, a prezzo di numerose vittime, feriti, arresti, torture e processi pubblici, non può nascondere il fatto che anche in Iran la dissidenza ha raggiunto i vertici dell’apparato politico e che certi dignitari religiosi, colpiti dalla violenza del potere, hanno messo in discussione la verità ufficiale.

 

 

L’ayatollah Khamenei, Guida suprema, è dovuto intervenire in persona durante la preghiera del venerdì per sostenere il processo elettorale e respingere le accuse d’irregolarità: la sua autorità religiosa è stata seriamente intaccata da questa presa di posizione partigiana con la quale si è inaspettatamente assunto la responsabilità del broglio. Questa crisi potrà far vacillare la Repubblica islamica? Prima di tentare di rispondere, propongo di ritornare in primo luogo sulla genesi della rivoluzione del 1979, quindi sull’importanza che la questione iraniana riveste per il mondo intero e in particolare per l’Europa. Esaminerò in seguito i fattori che potrebbero far evolvere la situazione attuale in una direzione o nell’altra.

 

 

La sollevazione popolare del 1978 ha avuto cause prossime, spesso evidenziate, come la destabilizzazione dello Shah dopo l’elezione di Carter, difensore dei diritti dell’uomo, alla presidenza degli Stati Uniti e il cancro linfatico da cui lo Shah sapeva di essere affetto e che ha ridotto la sua determinazione a difendere il trono dopo le prime maldestre mosse. Ma essa aveva anche cause più profonde di cui molti dei testimoni dell’evento non sempre si sono resi conto chiaramente. La rivoluzione era la rivincita di un popolo che aveva subito, almeno dall’inizio del XIX secolo, umiliazioni continue, ingerenze politiche ed economiche, e che spesso nella storia recente aveva avuto la sensazione di essere privato del suo destino e della sua sovranità. La dinastia Pahlavi, generalmente incensata dagli occidentali per le sue realizzazioni, era percepita dalla popolazione come una monarchia continuamente manipolata da interessi stranieri: dalla potente Anglo-Iranian Oil Company fino al 1951 e in seguito dall’imperialismo americano, che utilizzava l’Iran come un alleato importante contro il comunismo e il nazionalismo arabo. È per questo che la rivoluzione, lungi dall’essere l’esito di una semplice crisi episodica, rappresentava per gli iraniani, a torto o a ragione, l’accesso alla dignità politica. Né i russi né i britannici né gli americani né alcun altro avrebbe più dettato legge in Iran. E la reale data della vittoria della Rivoluzione non è l’11 febbraio (caduta della monarchia), ma il 4 novembre successivo, quando gli studenti seguaci dell’Imam assaltarono l’ambasciata americana e presero in ostaggio i diplomatici che vi lavoravano.

 

 

Rivelando al mondo i documenti confidenziali trovati nei tritacarte e pazientemente ricostruiti, essi erano fieri di mostrare l’ipocrisia del sistema politico internazionale che parlava di democrazia e agiva come se i popoli fossero schiavi. Questa ambasciata non era altro che un “nido di spie” che doveva essere smantellato insieme a tutti i legami con l’America.

 

 

Dei principi che sono a fondamento della Repubblica islamica tre meritano di essere sottolineati nel loro incrociarsi e contraddirsi dal 1979 in poi: l’antimperialismo, la preoccupazione di evitare una nuova dittatura e la dimensione teocratica della velâyat-e faqîh (governo del giurista-teologo). È proclamando indipendenza, libertà, Repubblica islamica che la rivoluzione iraniana ha rovesciato la monarchia costituzionale denunciata come dittatura vassalla dell’imperialismo americano. Riaffermando violentemente la propria identità umiliata il popolo iraniano si è rivolto verso quegli ulema sciiti che avevano guidato l’opposizione allo Shah per numerosi decenni. Solo loro fra le élite del paese non potevano essere sospettati, per collusione culturale o economica, di essere succubi di una potenza straniera.

 

 

All’inizio della Repubblica, la lotta antimperialista giustificava la repressione delle rivolte autonomiste, della stampa d’opinione e dei partiti contestatori, quindi lo sradicamento dei movimenti di sinistra accusati di essere le appendici ideologiche dell’Est o dell’Ovest. La guerra con l’Iraq scatenata da Saddam Hussein con la complicità occidentale (1980-88) rese concreto il pericolo esterno. Essa ha fornito una giustificazione per l’eliminazione delle tendenze rivali all’Islam politico e ha permesso di affermare ancor di più la legittimità patriottica e nazionale del regime. Dopo le fallite riforme del presidente Mohammad Khatami (1997-2005) e l’elezione di Ahmadinejad (2005), gli osservatori si sono chiesti se l’Iran avrebbe allentato la stretta su donne, partiti, giornali e intellettuali. La pressione esterna ha avuto ragione dei tentativi di riforma e ha favorito la militarizzazione del sistema politico.

 

 

Il paese è sotto pressione su tutti i fronti: le guerre in Kuwait (1991), Afghanistan (2001), Iraq (2003), Libano (2006) e Gaza (2008) hanno fatto cadere due nemici di Teheran (Saddam e i talebani), ma hanno creato una turbolenza nella quale il regime si sente accerchiato dagli americani, ostracizzato come potenza terrorista e colpito dalle sanzioni e dalle violente reazioni antisciite nel mondo musulmano. La Costituzione del 1979 garantisce la sovranità popolare e neutralizza le derive dittatoriali, ma se gli ingranaggi democratici s’inceppano e il potere viene confiscato dai miliziani si potrà parlare non più di repubblica, ma di dittatura islamica, un regime in cui la strumentalizzazione della religione renderà l’alibi islamico ancor meno credibile.

 

 

Sulla Scena del Mondo

 

 

Tre ragioni spiegano la risonanza della questione iraniana nei nostri media. In primo luogo l’Occidente è preoccupato per il petrolio e per il suo approvvigionamento energetico e l’Iran detiene la quinta riserva mondiale di oro nero e la seconda (dopo la Russia) di gas, ciò che ne fa una nazione ambita e corteggiata dal mondo intero. La guerra Iran-Iraq, svoltasi all’inizio su un lungo fronte nella Mesopotamia e tra le montagne curde, si è riassunta per gli occidentali nella questione di come controllare il petrolio e come indirizzarlo verso i paesi industrializzati e per questa ragione è stata chiamata Guerra del Golfo. Questo appellativo svincolato dall’avvenimento è stato ripreso più tardi per indicare la guerra del Kuwait (1991), poi la guerra angloamericana contro Saddam nel 2003, un fatto che la dice lunga sull’inquietudine dei paesi industrializzati preoccupati dalla diminuzione delle risorse petrolifere nel mondo. In secondo luogo la questione dell’Islam concerne sempre più l’Europa per la presenza nel continente di minoranze di origine musulmana che reagiscono spesso all’unisono con i loro fratelli in Medio Oriente e che sono sensibili ai temi rivoluzionari antimperialisti sviluppati dalla rivoluzione iraniana.

 

 

L’Iran è stato il primo paese musulmano a rivendicare non più il nazionalismo e il socialismo come valore dominante, ma l’Islam come fondamento ideologico della legittimità politica. Si tratta di un Islam al tempo stesso moderno, progressista, aperto alle forme parlamentari della democrazia, terzomondista, antimperialista e preoccupato dal destino del popolo palestinese. Questo Islam, anche se rifiutato da molti dei giovani ormai saturi di propaganda religiosa, resta il collante sociale che definisce al meglio la cultura collettiva di fronte alle sfide della globalizzazione. È proprio cercando il massimo d’indipendenza nei confronti degli occidentali che l’Iran ha scelto la linea della rottura andando fino in fondo nel sostegno agli sciiti di Hezbollah in Libano e ai radicali islamici di Hamas a Gaza. Nel momento in cui il fronte filoisraeliano dichiarava che bisognava boicottare i vincitori delle elezioni palestinesi (2006) e non versare più loro le sovvenzioni fino ad allora distribuite a titolo di aiuto ai rifugiati, l’Iran ha colto l’occasione per rincarare la propaganda antisionista. Poco importa a questo punto che l’antisemitismo che ha conosciuto l’Europa non abbia alcuna presa in Iran, dove gli ebrei sono impiantati dalla più remota antichità e dove contrariamente a quanto succede nei paesi della regione hanno mantenuto il diritto di cittadinanza. Poco importa che il discorso antisionista di Ahmadinejad sia più una provocazione amplificata dai media occidentali alla ricerca di tutto ciò che può demonizzare il nemico di Israele che una reale minaccia di cui l’Iran non ha i mezzi. .

 

 

Nelle loro aspirazioni egemoniche gli iraniani restano ancora ostacolati da due handicap: non sono arabi e sono per la maggior parte sciiti, in un mondo musulmano all’80% sunnita. Si può comprendere come la rincorsa filo-palestinese li aiuti a superare questi due svantaggi per imporsi nella regione. La questione di Israele è talmente sensibile nei paesi occidentali e soprattutto in Europa, che ancora porta la mala coscienza della Shoah, che la maggior parte degli europei si sentono direttamente implicati nella difesa di Israele, quale che sia la politica di questo paese nei confronti dei palestinesi. In aggiunta, una quarta ragione spiega l’importanza della questione iraniana: l’assenza di una soluzione pacifica in Cisgiordania e a Gaza crea un terreno favorevole per tutte le violenze: i conflitti regionali non si limitano alla Palestina.

 

 

Dall’11 settembre 2001 gli occidentali hanno compreso di non essere al sicuro in nessun luogo e hanno reagito dando origine a due nuovi conflitti, in Afghanistan e in Iraq. Curiosamente gli iraniani si ritrovano dalla parte americana. Le ripetute accuse da parte dei media occidentali all’ingerenza iraniana in questi conflitti, a sostegno dei gruppi di insurrezione, sono probabilmente in parte vere, cioè riflettono le contraddizioni interne della Repubblica islamica. Gli elementi più anti-americani hanno in effetti interesse a indebolire il dominio americano sull’Iraq per impedire che questo paese diventi un satellite di Washington. Per simpatia essi appoggiano i gruppi estremisti sciiti che affermano la sovranità e l’indipendenza del paese e in tal modo si associano alle imprese più radicali e generalmente antisciite di gruppi fondamentalisti che fanno ricorso al terrorismo e agli attentati suicidi.

 

 

Per quanto riguarda i curdi, l’Iran si è infiltrato da molto tempo nel nord dell’Iraq per tentare di indebolire i movimenti transfrontalieri che potrebbero agire in vista di un’autonomia o di un’indipendenza dei curdi non solamente in Iraq, ma anche in Iran e in Turchia. In Afghanistan la situazione è ugualmente confusa: l’ideologia wahabita dei talebani li ha spinti, una volta al potere, ad azioni di repressione violenta contro gli sciiti. Una quindicina di diplomatici iraniani sono stati massacrati a Mazar-i Sharif, nel nord del paese. L’aspetto retrogrado e fondamentalista del radicalismo islamico talebano si oppone al progressismo dell’Islam politico iraniano.

 

 

In sintesi, non esiste alcun contatto tra le due tendenze che legittimano e regolano, ciascuna in maniera opposta, l’esercizio del potere nel nome dell’Islam e della sharî‘a. Ma in aggiunta alla prossimità geografica e alla permeabilità della frontiera, i legami culturali e storici e la penetrazione della lingua persiana rendono la comunicazione tra l’Iran e l’Afghanistan molto facile. È in Iran che durante l’occupazione sovietica si sono rifugiati fino a due milioni di afgani e molti, soprattutto per ragioni economiche, vi sono rimasti. È molto probabile che i talebani, per non fare affidamento solo sulle zone tribali del nord del Pakistan, abbiano stabilito alcune basi logistiche nell’est dell’Iran, soprattutto negli ambienti del Belucistan sunnita. La tolleranza degli iraniani nei confronti di questo genere di fenomeno si può spiegare con il desiderio d’infiltrare il movimento talebano e con l’incapacità di controllare il traffico d’armi e di droga legati all’insurrezione afgana. Tra tutti i paesi musulmani l’Iran è stato uno dei primi a riconoscere il governo di Hamid Karzai: il presidente riformatore iraniano Khatami ha reso visita nel 2002 al suo omologo afgano prima ancora dell’investitura ufficiale; in quell’occasione si è visto il capo dell’esecutivo iraniano passare davanti al picchetto d’onore dei marines americani a Kabul.

 

 

Che cosa cerca l’Iran in questi due conflitti? Mantenere lo status quo frontaliero e imporsi come arbitro. In Iraq, contrariamente alla minacciosa prospettiva di una spartizione affacciatasi nel 1991, si profila una partita globale condotta da sciiti influenzati dall’Iran. Per questo Tehran favorisce una normalizzazione consensuale che bloccherebbe l’emergere di un Kurdistan indipendente. Da parte afgana l’asse strategico che lega Kabul a Islamabad e soprattutto a Karachi deve ormai lasciare il posto a una nuova rotta che passa per Mashad e per l’est iraniano. Questo vale non solo per l’approvvigionamento delle truppe della NATO e per il commercio estero afgano, ma anche per il collegamento tra l’Asia centrale e l’Oceano Indiano: in entrambi i casi gli interessi iraniani non si oppongono, ma anzi convergono con quelli occidentali.

 

 

Infine, l’ultima preoccupazione dell’Occidente nei confronti dell’Iran riguarda la proliferazione nucleare. Con la guerra Iran-Iraq, l’Iran ha ripreso il programma di arricchimento dell’uranio cominciato ai tempi dello Shah, allo scopo di sviluppare in maniera indipendente tutta la filiera nucleare civile. In realtà nella scelta iraniana la prospettiva militare è determinante, ma più come un deterrente che il Paese potrebbe sviluppare rapidamente in caso di un nuovo conflitto, che come un’arma offensiva pronta a essere utilizzata (come nel caso del Giappone, di cui si è detto che è un «paese sulla soglia», essendosi vietato di fabbricare bombe di distruzione di massa, ma pronto a farvi ricorso per difendersi). Lo scenario è particolarmente inquietante ma non riguarda solamente l’Iran, poiché l’India, il Pakistan e Israele, per non parlare della Russia e dell’Ucraina, sono già potenze nucleari. Un quadro molto allarmante quando si nota la rapidità dell’evoluzione politica di tutta l’area.

 

 

Tutto il Potere ai Guardiani

 

 

In politica interna la situazione iraniana è mutevole. Sin dall’inizio, la definizione di un nuovo potere ha oscillato tra democrazia e legge islamica. Per risolvere il problema, i rivoluzionari del 1979 hanno creato un ossimoro politico, la Repubblica islamica. Contrariamente a tutte le aspettative e malgrado i pronostici allarmisti di tutti gli oppositori iraniani che sono andati in esilio dopo il 1979, il concetto ha funzionato abbastanza bene. I religiosi hanno preso la guida del paese, compreso l’esecutivo, ma hanno accettato le regole democratiche conquistate dagli iraniani all’inizio del XX secolo: il sistema parlamentare, la separazione dei poteri, le libertà fondamentali del cittadino nello Stato, l’uguaglianza davanti alla legge… e anche il diritto di voto e l’eleggibilità delle donne. Prendendo le redini di un grande stato, i religiosi hanno compreso alcune regole fondamentali dei sistemi politici moderni, come la necessità della propaganda, il controllo della comunicazione, una certa alternanza, una gestione responsabile delle ricchezze nazionali; si sono proposti per i grandi dibattiti internazionali, la lotta contro l’imperialismo americano e il comunismo, le cause panislamiste, ma anche le questioni dello sviluppo del Terzo Mondo, i problemi finanziari ed energetici, la necessità di assicurare la difesa del paese non soltanto sul piano militare, ma anche su quello economico e culturale, ecc.

 

 

In tutte queste questioni il ruolo dell’Islam è divenuto sempre più vago. L’Islam ha fatto da collante per ritrovare, dopo la guerra Iran-Iraq, una solidarietà con alcuni paesi della regione e per mostrare agli occidentali una facciata ideologica apparentemente impenetrabile. Sorpresi dal dinamismo degli ulema politicizzati, i liberali, nazionalisti e laici, hanno a volte collaborato con le nuove istituzioni e hanno dato il loro contributo ai dibattiti ideologici; ma hanno soprattutto cercato di ricreare degli spazi di libertà non clericali nella stampa, nella letteratura e nelle riflessioni teoriche. Grandi dibattiti hanno messo in discussione le opzioni fondamentali del regime, che si tratti di velâyat-e faqîh o della repressione del pluralismo politico, del diritto delle donne e delle minoranze etniche o religiose, o ancora dell’apertura o meno alla cultura occidentale. Certo la censura ha bloccato lo sviluppo dei dibattiti sulla velâyat-e faqîh, considerata come la monarchia in Gran Bretagna, la chiave di volta dell’intero edificio. Ma in altri ambiti, per esempio il pluralismo religioso, il ruolo dei sunniti in particolare e lo statuto legale delle minoranze religiose ufficiali, le questioni restano sul tappeto e sono oggetto di discussione. Molti fattori hanno modificato profondamente l’orientamento della vita politica.

 

 

Alla morte di Khomeini (1989), siccome tra i possibili successori non figurava nessun teologo di alto grado, è stato nominato come guida colui che Khomeini stesso aveva designato e che portava solo il titolo di hojjat ol-eslâm e non di ayatollah. Questo abbassamento di qualifica richiesta per detenere la posizione suprema dello Stato ha comportato una certa secolarizzazione ideologica. Dopo le manifestazioni dell’estate 2009 la figura della guida è stata messa in discussione pubblicamente e alcuni hanno addirittura progettato di forzarlo alle dimissioni.

 

 

Con il presidente Khatami (1997-2005), il ruolo delle donne e dei giovani è emerso come forza di rinnovamento politico. Ciò è la conseguenza di due fattori: l’emergere di una generazione largamente scolarizzata che ha avuto accesso a università e media moderni (televisione satellitare, internet) e dunque è stata esposta a un richiamo culturale verso l’esterno, e il crescente ruolo delle donne nella società. Su questo paradossale secondo punto si può constatare l’efficacia dell’islamizzazione che, obbligando le donne a velarsi, ha aperto loro maggiormente lo spazio pubblico e soprattutto l’accesso alle università fino ai più alti livelli: il 60% degli studenti sono ragazze. Medici, ingegneri, insegnanti, esse si sposano più tardi delle loro madri e hanno in media solo due bambini; hanno il desiderio di esercitare una professione e spesso finiscono per occupare posti di responsabilità.

 

 

Si può aggiungere a questi due fattori un terzo che stupisce tutti coloro che visitano l’Iran: la rapida urbanizzazione. Con la perdita delle radici rurali l’iraniano di oggi riduce nella sua vita i segni di appartenenza all’Islam clericale tradizionale, mentre tende a fabbricarsi una religione più personale e individualista. Tutti questi fattori portano ad allontanare la popolazione iraniana dal modello islamico classico che i fondatori della Repubblica avevano sognato, quello di una società in cui gli ulema fossero le guide universali che avrebbero formato in Iran un uomo interamente plasmato dall’ideale religioso.

 

 

Al contrario i giovani, saturi di propaganda fin da piccoli, tendono a discostarsene in massa. C’è stato un colpo di stato in Iran dopo il 12 giugno? I dirigenti che si sono proclamati vincitori con la rielezione di Ahmadinejad hanno accusato i contestatori di aver tentato una “rivoluzione di velluto” come quelle suscitate dagli americani in Georgia o in Ucraina. Su questo essi hanno dalla loro argomentazioni e parallelismi, compresi i simboli che Mir Hossein Moussavi ha adottato per il suo movimento, il colore verde, le grandi manifestazioni per la giustizia e la libertà, ecc., e il sostegno orchestrato dall’estero, amplificato in Iran dall’audience della recentissima televisione BBC in persiano. Da parte loro i dirigenti della contestazione, Moussavi, Mehdi Karroubi e Mohammad Khatami, hanno denunciato il colpo di stato militare, la repressione da parte delle milizie armate, i brogli organizzati, i processi in stile staliniano. Questi ultimi non dimenticano di guardare a ciò che è successo dal giugno 2005, con il primo mandato di Ahmadinejad: gli assi centrali del potere, i ministeri, i governatorati di provincia, ma anche la direzione dei settori più importanti dell’economia come il petrolio, i trasporti, gli aeroporti, l’industria militare e soprattutto nucleare, sono stati sistematicamente affidati a Guardiani della Rivoluzione. Questi miliziani, il cui corpo proviene dalla guerra Iran-Iraq, che godono di un forte inserimento popolare e devono tutto ciò che hanno al regime, hanno già fatto il loro colpo di stato strisciante. Non c’è dunque da stupirsi nel constatare che non abbandoneranno il loro mandato al capriccio delle urne. Non è la persona di Ahmadinejad a essere in gioco, ma una concezione pretoriana del potere: la conservazione di un ordine islamico divenuto più importante dell’Islam stesso e che si chiude su di sé perché attorno non percepisce altro che nemici.

 

 

Bibliografia Yann Richard, L' Iran de 1800 à nos jours, Flammarion, Paris 2009.  

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