Un regime ossessionato dai complotti, una popolazione misera e disperata, le comunità religiose intimidite o perseguitate. Viaggio nella terra della paura, da dove tutti vogliono scappare

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:36:50

Arrivano. Sono sciami di coperte arrotolate, bastoni appoggiati alla nuca, mani e braccia sospese, gambe esili allungate sulla salita d’asfalto. Sono forme di donne, mantelli variopinti avvolti nelle trame rosse e verdi, mocciosi saltellanti, trasformati nella coda sobbalzante della quotidiana transumanza. Sono i fantasmi dell’alba, i pellegrini dell’aurora, i pendolari del nuovo giorno. Scompaiono nell’ombra di sicomori e baobab, riaffiorano tra le buche dell’asfalto, si rituffano nell’ultimo lembo di foresta prima della periferia di Asmara, arrancano tra le pieghe di questa serpentina d’asfalto decollata dal porto di Massawa e approdata ai 2400 metri dell’altipiano.

«Arrivano da Shegrini, Ardorobu, ma anche da Nefasit, 25 chilometri più in giù – racconta divertito Daniel, il mio autista, sfrecciando in mezzo a quella folla in marcia. Una volta avevano gli autobus, adesso devono farsela a piedi; i mezzi pubblici non ci sono più, quelli privati sono troppo cari, ma loro pur di arrivare al lavoro si fanno anche venti chilometri all’andata e al ritorno». Sono la prima avvisaglia del male oscuro che divora l’Eritrea. Li incontri all’alba e al tramonto su questo labirinto di asfalto sospeso tra il Mar Rosso di Massawa e i 2440 metri della capitale Asmara. Nel 1935 gli ingegneri italiani lo completarono in sette mesi. Allora era una delle meraviglie d’Africa, 120 chilometri d’asfalti avvinghiati alla roccia e alla boscaglia, affiancati da una ferrovia e da una teleferica. Erano imprese ardite per quei tempi, capaci di far volare le merci dalle banchine di Massawa al cuore della capitale. Oggi quel manto d’asfalto dilaniato dalle buche, le traversine inutilizzate, i pali della luce abbattuti, sono l’icona della decadenza, del disfacimento politico economico e sociale dell’ex colonia italiana. Quelle pattuglie di variopinti pendolari appiedati sono le avanguardie silenziose della metastasi politica e sociale. Sono paura e miseria. Sono la rappresentazione in scala minore delle fiumane che calpestano le frontiere sudanesi, egiziane e libiche per poi tuffarsi tra le onde del Mediterraneo e talvolta scomparirvi. Dietro a quei pendolari corre il silenzio. Lungo questo serpente d’asfalto il traffico è scomparso.

Dal mare sale solo il ruggito di rari camion carichi di merce e container. Sono gli ultimi approvvigionamenti per una nazione dove latte, pane, carne sono razionati, dove le paghe di un mese non bastano a riempire il serbatoio di un’automobile, dove il traffico privato è un lusso. La prima a farlo notare è la ragazza del distributore Total. Quando le chiedi dove sono finite le auto non fiata, non ti guarda nemmeno. Tace, riempie con severa dedizione il serbatoio, lo rabbocca all’ultima goccia, c’infila un dito, porta la benzina all’estremo filo, riempie quella ricevuta da 774 nafka e te l’allunga con un sorriso gelido. Un attimo dopo ti regala le risposte: «Qui prendo 600 nakfa al mese. Il tuo pieno di benzina costa più della mia paga. Con quei soldi do da mangiare a mio figlio per più di cinque settimane, penso alla casa e a mia madre che è vedova. E tu mi chiedi dove sono finiti gli automobilisti? Come si fa a riempire il serbatoio se non riusciamo neppure a riempire la pancia, se mio marito non torna a casa da mesi perché da sei anni fa solo il militare?». Non aggiunge altro. Scuote la testa. Ti congeda con quella mezza verità masticata, sputata, riingoiata. «Se parlo finisco nei guai e poi chi mi viene a salvare, tu? Chiedi in giro e capirai». Le prime risposte attendono 25 chilometri oltre Nefasit, dopo le due ore di mulattiera che portano alle pietre di Debre Bizen. È il più importante monastero ortodosso d’Eritrea, lo fondò nel XIV secolo il monaco Filepos, il grande patriarca della chiesa copta d’Eritrea. Davanti a quelle pietre attende uno dei suoi fedeli. «Chiamatemi Filepos come lui e nessuno vi smentirà. A Nefasit portano tutti il suo nome e nessuno penserà a me» – avverte il monaco. S’interrompe. Ci pensa su. «Conosci la fine del nostro patriarca? Filepos, quello vero, alla fine fu costretto all’esilio. Oggi noi copti siamo nella sua stessa situazione, dobbiamo scegliere se diventare i pupazzi di un potere impazzito o andarcene. Il problema è il presidente, è Isaias Afewerki. Il potere gli ha dato alla testa, ha risvegliato in lui le allucinazioni del comunismo. In dieci anni ha distrutto il paese, trasformato il popolo in un esercito di schiavi e ora per concludere vuole cancellare Chiesa e fede. I monasteri che non accettano di obbedire al governo rischiano di venir chiusi, requisiti dall’esercito, trasformati in prigioni o caserme».

Per seguire la storia del Filepos dei giorni nostri bisogna andare al gennaio del 2006. Allora una sessione segreta del sinodo ortodosso controllato dal governo destituisce l’ottantenne patriarca Abune Antonios che si ritrova relegato agli arresti domiciliari. «Un anno dopo due preti accompagnati dalla polizia arrivano a casa sua, prelevano le sue insegne e a maggio del 2007 il governo lo sostituisce d’ufficio con il vescovo Dioskoros di Mendefera, un impostore senza alcuna carica. Da quel giorno il nostro patriarca è scomparso, non sappiamo neppure se sia vivo». Il tentativo di imbrigliare la chiesa ortodossa è la conseguenza del decreto che nel 2002 riconosce solo quattro fedi ufficiali: la musulmana, la cattolica, la luterana e quella eritrea/ortodossa. Il “riconoscimento” punta in verità al controllo e serve a giustificare la repressione d’ogni altra manifestazione di fede. Da allora i cristiani evangelici sono vittime di vere e proprie persecuzioni. Nelle caserme e nei campi militari le persecuzioni si estendono a chiunque possegga una Bibbia, un Vangelo o un Corano o tenti di pregare in pubblico. «Più di 2000 esponenti di minoranze religiose messe al bando nel 2002 sono detenuti in luoghi segreti, senza accuse e senza processo [...] Anche alcuni membri delle religioni registrate tra cui musulmani e ortodossi sono detenuti – denuncia il rapporto 2009 di Amnesty International. Il 13 e il 14 agosto 2009 almeno 40 religiosi e studenti musulmani del gruppo etnico saho sono stati arrestati dai soldati ad Asmara e in altre città».

Scomparsi nel nulla

Le persecuzioni religiose fanno il paio con quelle politiche. Il caso più famoso è quello di Petros Solomon, ex comandante e responsabile dei servizi segreti del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo, il movimento indipendentista guidato da Isaias che il 24 maggio 1991 mise fine alla ventennale occupazione etiope. A guidare i guerriglieri vittoriosi quella mattina di maggio c’era proprio Petros Solomon, compagno d’armi e braccio destro di Isaias. Quella vittoria segna il solco della divisione. Petros Solomon cerca da Ministro degli esteri di mantenere i rapporti con la comunità internazionale e da Ministro della difesa di evitare il conflitto con l’Etiopia. Isaias Aferwerki spinge per la guerra e l’isolamento. Terrorizzato dai complotti, diffidente nei confronti della comunità internazionale, il “presidente” mette da parte la Costituzione, dimentica la promessa d’elezioni e rispolvera le pratiche apprese tra il 1968 e il 1970 nei campi d’addestramento di Pechino. L’eliminazione del cosiddetto “Gruppo dei 15”, l’arresto di Solomon e di quattordici firmatari di una lettera di critica al regime è una perfetta riedizione delle purghe maoiste. Solomon e compagni, prelevati all’alba del 18 settembre 2001, scompaiono nel nulla. Quando la comunità internazionale distratta dall’attacco alle Torri Gemelle se ne accorge, i 15 sono già desaparecidos.

L’ambasciatore italiano Antonio Bandini, colpevole di aver chiesto chiarimenti a nome dell’Unione Europea, viene espulso. Ai quattro figli di Solomon viene impedito di raggiungere la madre Aster Yohannes in viaggio negli Stati Uniti. Disperata, la moglie di Solomon s’appella all’ex amico Isaias. Due anni dopo Aster viene invitata a rientrare e lo stesso presidente le garantisce l’incolumità. All’aeroporto viene arrestata davanti ai quattro bimbi corsi a riabbracciarla e da allora non se ne ha più notizia. La stessa sorte tocca qualche tempo dopo a tre dei suoi quattro figli. Arresti ed epurazioni trasformano il paese in una prigione a cielo aperto. «Alla base di tutto vi sono le paranoie del presidente; vede ovunque nemici e cospiratori pronti a insidiargli il potere – spiega uno dei pochi rappresentanti delle organizzazioni internazionali ancora presenti ad Asmara.

Certo a livello internazionale nessuno gli ha mai dato una mano. Quando Addis Abeba si è rifiutata di ritirarsi dalla cittadina di Badme, come previsto dagli accordi di Algeri del 2000, né l’ONU né la comunità internazionale hanno fatto nulla. Per il presidente è stato un affronto fatale e lo ha dimostrato bloccando i rifornimenti ai caschi blu schierati alla frontiera etiope, costringendo l’ONU a chiudere la missione... Da qui la sua diffidenza, il suo isolamento, il terrore dei complotti e il tentativo di imporre un controllo sociale assoluto e completo». L’Eritrea di oggi ricorda la Cambogia dei Khmer Rossi. Il principale ingrediente di questo “neo polpottismo” in salsa africana mescolato, secondo gli americani, a sospette complicità con le milizie fondamentaliste somale, è la coscrizione obbligatoria permanente. Le leggi varate dopo l’indipendenza del 1993 introducono una ferma di 18 mesi per uomini e donne, con la possibilità di un’estensione della ferma al cinquantesimo anno d’età in caso di “mobilitazione ed emergenza”. Quella clausola per molti anni viene interpretata come una sorta di possibile richiamo sul modello svizzero o israeliano.

Nel 2002 entra però in vigore lo Warsai Yekalo (“giovani e veterani”). L’editto impone il servizio obbligatorio e permanente fino ai 50 anni per gli uomini e ai 47 per le donne. Inizialmente il decreto non sembra influire sulla smobilitazione dei coscritti arruolati durante la guerra con l’Etiopia. Nel 2007 però la macchina si blocca e il paese si trasforma in un’immensa caserma. «Sembra una reazione all’isolamento internazionale. Imprigionando la popolazione nei ranghi dell’esercito il regime si assicura gli effettivi per reagire a un attacco imprevisto, si garantisce manodopera a basso costo e s’assicura il controllo di vaste masse di potenziali disoccupati capaci di alimentare rivolte o movimenti di opposizione» spiegano gli esponenti della comunità internazionale presenti in Eritrea. A inasprire il controllo sociale contribuisce l’obbligo per studenti e studentesse di frequentare il dodicesimo anno di scuola obbligatorio presso il campo militare di Sawa. Sawa non è solo la porta d’accesso per una vita in divisa. Quel centro militare diventa il grande laboratorio sociale al cui interno selezionare i futuri quadri del regime, separarli dalla crusca della truppa da utilizzare come bassa manovalanza, individuare i pericolosi, gli inaffidabili e i potenziali ribelli da relegare nei centri di rieducazione e prigionia. «A Sawa si scelgono i giovani più promettenti, quelli destinati assieme ai figli dei funzionari a evitare il servizio militare permanente e a frequentare l’università. Chi si ribella o si dimostra svogliato finisce a Ki’a, un campo nel deserto dove inizia la leva permanente; diventa uno schiavo in divisa costretto a lavorare nelle tenute agricole, nei porti o nelle aziende dello Stato per poco più di 25 dollari al mese». Così un rapporto di Human Rights Watch che cita il racconto di un ex funzionario dell’FPLP fuoriuscito. «Terminato l’addestramento di sei mesi i coscritti del servizio nazionale diventano manodopera a disposizione del governo e possono essere impiegati in coltivazioni, officine e aziende di stato, ma anche in bar, negozi e ristoranti gestiti da colonnelli e generali e alti funzionari di regime. Il tutto – aggiunge l’ex funzionario – senza garantire nulla più dei 400 nafka (20 Euro) pagati dal governo ai coscritti».

Fuggire a qualunque costo

Chi non accetta le regole, chi si ribella rischia di passare direttamente nella fornace di Klima, una base nel deserto della Dancalia dove la mancanza d’acqua e il cibo razionato mettono a dura prova la capacità di sopravvivenza. Fuori da Sawa le prospettive non sono migliori. Le donne sposatesi e rimaste incinte ottengono il congedo, ma devono rassegnarsi a una vita da vedove bianche, lontane dai mariti e prive di risorse. Chi non fa in tempo a sposarsi prima del servizio nazionale ben difficilmente trova moglie o marito. La prima conseguenza è la rarefazione della famiglia. «La situazione è terrificante, i giovani qui non possono sperare né in una moglie, né in un lavoro, sono senza futuro, sono schiavi. Possono solo scegliere tra la prigionia, i lavori forzati e i rischi di una fuga» – racconta un sacerdote. Dietro il portone della sua sagrestia ogni mattina centinaia di disperati fanno la fila per chiedere qualcosa da mangiare, dei soldi da portare a casa, dei consigli per fuggire dal paese. «Non scriva il mio nome per l’amore del cielo, un mio confratello è già stato arrestato... Qui la situazione è terrificante, la gente pur di fuggire sfida la sorte. Noi li sconsigliamo, spieghiamo che rischiano la morte tre volte, prima per mano delle guardie eritree, poi per mano di egiziani, etiopi, sudanesi e libici, infine a causa del deserto o del mare. Ma non ci ascoltano. Sono pronti a tutto, partono, muoiono, vengono catturati. Quei pochi che ce la fanno arrivano come li vedete, ridotti a scheletri senza più patria». Nei racconti del religioso si nasconde una tremenda verità, sanzionata dai dettami del regime e svelata da Human Rights Watch. Il ministero della Difesa nell’aprile del 2007 ha autorizzato i posti di frontiera ad abbattere chiunque tenti l’espatrio illegale. «Quella circolare ordina di far fuori chiunque tenti di passare – spiega un alto ufficiale riparato all’estero citato da Human Rights Watch; la stessa sorte spetta a chi è accusato di ripetuti tentativi di sconfinamento anche se non viene sorpreso durante l’attraversamento».

Molte reclute non rientrate ai centri di reclutamento forzato o al posto di lavoro in divisa non hanno scelta. «Se ti fermano devi avere i documenti con il timbro del congedo, se non ce l’hai finisci in un campo disciplinare dove rischi la vita. In Eritrea le speranze di farcela sono veramente poche. Le strade sono controllate, all’entrata di ogni centro abitato c’è un posto di blocco, ma anche se li superi non vai lontano. Città e villaggi sono divisi in settori chiamati zoba e controllati da un kebelia, un funzionario di partito di provata fede – spiega un giovane impiegato come manovale in divisa al porto di Massawa. «Per avere il permesso di lasciare la città, per ottenere le tessere annonarie e comprare pane, latte, uova e carne devi chiedere al kebelia. Lui sa tutto di tutti, riceve le soffiate e governa una rete di sottoposti messi a controllare i singoli isolati e i palazzi. È un vecchio sistema cinese studiato per rendere impossibile la vita a fuggitivi o latitanti. Se non vieni denunciato o preso, mandi sul lastrico chi ti ospita perché per darti da mangiare deve acquistare molto di più di quanto previsto dalle carte annonarie. E una segnalazione sull’aumento dei consumi può portarti la polizia in casa».

Una fuga riuscita all’estero ha comunque il suo costo. «Se un giovane di leva scompare ma è ancora in Eritrea, la famiglia viene sbattuta in prigione fino a quando il figlio non si ripresenta in caserma o al posto di servizio. Se invece è fuggito all’estero, chiedono un pagamento di 50mila nafka (2500 euro). Chi non può pagare finisce subito in prigione. Ho visto genitori buttati dietro le sbarre per più di sei mesi». La morsa del regime non risparmia neppure gli espatriati. La diaspora rappresenta per Asmara la principale fonte di valuta pregiata destinata alle esauste casse del eritree. Il sistema risale alla guerra di liberazione. Allora gli uffici dell’FPLE all’estero estorcevano a profughi e fuoriusciti vere e proprie gabelle destinate a finanziare la guerra di liberazione. I registri del fronte sono passati alle ambasciate eritree e continuano a venir aggiornati con i nomi dei residenti autorizzati a lavorare all’estero e in possesso di passaporto. «Chi vuole poter tornare in patria deve dimostrare di aver versato una tassa del due per cento sul reddito. Quei soldi sono la principale risorsa del governo» spiega Abtom, un uomo d’affari trasferitosi da molti anni in Germania.

La gabella del due percento imposta ai residenti all’estero è saltata fuori qualche anno fa dall’esame dei documenti contabili dell’ambasciata eritrea di Londra dove nel 2003 erano annotate entrate per 6 milioni e 200mila dollari. Circa tre milioni venivano imputati a pagamenti per la distribuzione di terreni statali mentre soltanto 74282 dollari provenivano da diritti di visto o tasse per l’espatrio. I circa tre milioni di dollari restanti, pagati con bonifico sui conti dell’ambasciata, erano tutte esazioni del due percento mascherate come contributi caritatevoli destinati alla lotta alla carestia, alla siccità o all’aiuto per i disabili. Quasi una presa in giro per chi dall’interno del Paese assiste alla quotidiana decomposizione della grande prigione chiamata Eritrea.

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Gian Micalessin, Quel male oscuro che divora l’Eritrea, «Oasis», anno V, n. 10, dicembre 2009, pp. 73-77.

 

Riferimento al formato digitale:

Gian Micalessin, Quel male oscuro che divora l’Eritrea, «Oasis» [online], pubblicato il 1 dicembre 2009, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/quel-male-oscuro-che-divora-l-eritrea.

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