close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

abbonati
Medio Oriente e Africa

Quarant’anni di Rivoluzione islamica visti dalla letteratura iraniana

La statua di un uomo che trascina una libreria a Shiraz [© eFesenko - Shutterstock.com]

Il tema della Rivoluzione islamica ricorre più frequentemente nella letteratura iraniana in lingue occidentali mentre occupa uno spazio meno riconoscibile nella produzione in persiano, limitata dalla censura. Come la letteratura iraniana racconta gli eventi del 1979

Ultimo aggiornamento: 24/07/2019 08:18:52

SCARICA QUESTO ARTICOLO IN PDF

 

Come mai la mamma ha glissato sulla rivoluzione? Dopo la Savak, i ciclostilati, le scorribande in montagna e gli anni d’oro dell’università cos’è successo? L’intera rivoluzione è stata un rigagnolo che ha saltato a piè pari per approdare diretta agli anni ottanta. Alla fine della storia. Che poi mica ce l’ha una fine. (Mahsa Mohebali) [1]

A quarant’anni di distanza, la rivoluzione che in Iran ha destituito lo shah e portato all’istituzione della Repubblica Islamica continua a essere nota ai lettori occidentali soprattutto attraverso le opere di autori iraniani che risiedono all’estero e hanno scelto di scrivere nella lingua del paese d’accoglienza. La letteratura scritta in persiano, al contrario, si è finora mantenuta piuttosto relegata entro i confini dell’Iran, forse proprio perché essendo calibrata su un’audience interna è meno orientata all’esportazione[2]. Lo stesso tema della rivoluzione, a uno sguardo d’insieme, sembra ricorrere con maggiore insistenza proprio nella prima categoria, mentre nella seconda occupa uno spazio molto meno riconoscibile[3].

 

Limitando il campo ai libri di narrativa disponibili in italiano, se attingiamo dalle opere di autori iraniani scritte in lingue occidentali possiamo citare una lunga serie di titoli dove la rivoluzione fa da sfondo alla trama, quando non ne costituisce un elemento centrale. Alcuni di questi sono stati dei veri e propri casi editoriali, come Persepolis, la graphic-novel di Marjane Satrapi o i romanzi di Kader Abdolah, Scrittura cuneiforme e La casa della moschea, ma anche le opere di altri autori come Nahal Tajadod, Gina Nahai, Hamid Ziarati sono una presenza consolidata sul nostro mercato librario. Il quale conferma l’interesse per il genere, come dimostra la recente acquisizione da parte di Einaudi (e di altri editori europei) di Aria, il romanzo di esordio di Nazanine Hozar, celebrato dall’autrice canadese Margaret Atwood come «una grande saga sulla Rivoluzione iraniana». In coda a questa categoria possono aggiungersi anche quei romanzi originariamente concepiti in persiano, ma commissionati per apparire in traduzione sul mercato anglofono. È il caso di La gabbia d’oro, romanzo-testimonianza del premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, che ripercorre gli eventi del ’79 attraverso le vicende di tre fratelli, e di un’altra novità del 2018, il finalista dell’australiano Stella Prize The Enlightment of the Greengage Tree di Shokoofeh Azar, che racconta la storia di una famiglia che scappa da Teheran dopo la rivoluzione e i cui diritti in Italia sono stati acquisiti dalle Edizioni e/o.

 

Se la rivoluzione, dunque, caratterizza una buona fetta della fiction scritta da iraniani nelle lingue occidentali, nel panorama della letteratura persiana tout court occupa uno spazio meno preponderante. Questo è dovuto in parte alla censura, poco incline a far passare visioni critiche dell’evento, e in parte al fatto che questa letteratura nasce in seno alla società iraniana, a lei si rivolge e per questo l’ha accompagnata anche nelle fasi successive, ampliando notevolmente lo spettro degli argomenti trattati.

 

Le stesse storiografie della letteratura persiana pubblicate in Iran dedicano alla rivoluzione pochi paragrafi, descrivendola come uno spartiacque tra la letteratura degli anni  ’70 e quella degli anni ’80, piuttosto che come un evento che ha ispirato in sé una vera e propria corrente letteraria (come invece è successo per la guerra Iran-Iraq, durata otto anni) [4].  

 

 

I primi racconti della Rivoluzione

 

Ma se il racconto della rivoluzione si disperde nel mare magnum di romanzi, racconti e poesie che oggi in Iran affrontano le tematiche più disparate, ciò non significa che gli scrittori siano stati del tutto reticenti al riguardo. Alcuni hanno provato a raccontarla negli anni immediatamente successivi, e oggi non manca chi ha deciso di ritornare sull’argomento.

 

A poco più di un anno dall’uscita di scena dello shah, uno dei più influenti rinnovatori della letteratura persiana del Novecento, Howshang Golshiri, si cimenta in un primo bilancio della rivoluzione con il racconto Cronaca della vittoria dei magi (Fathnāme-ye moghān)[5], pubblicato nel novembre del 1980 sulla rivista Kārgāh-e qesse. Scritta alla prima persona plurale, la Cronaca riporta il punto di vista degli intellettuali che hanno sostenuto la rivoluzione per ottenere maggiori libertà e diritti, ottenendo di fatto l’esatto contrario, e li mostra mentre si adattano, insieme al resto della società, alle nuove restrizioni. Tra le scene del racconto che colpiscono maggiormente c’è la descrizione dell’abbattimento di una statua dello shah da parte di un gruppo di rivoluzionari. È anche ben rappresentata l’incredulità con cui viene accolto il clima di intransigenza morale portato dal nuovo regime: il velo obbligatorio per le donne, la messa al bando degli alcolici dal mercato, la censura verso tutte quelle opere non conformi alla dottrina islamica, fossero persino i classici fondanti della letteratura persiana come il Libro dei re di Ferdusi.

 

Sempre frutto degli anni immediatamente successivi alla rivoluzione è invece il poderoso romanzo I misteri del mio paese (Rāzhā-ye sarzamin-e man) di Reza Baraheni[6]. Originario di Tabriz e autore di punta perseguitato dal regime dello shah, Baraheni torna in Iran nel ’79 dopo un periodo di esilio trascorso negli Stati Uniti e si misura con il progetto di raccontare l’evento quasi in presa diretta. Ne risulta una narrazione di più di mille pagine che descrive il clima di insofferenza verso le ingerenze straniere e il risentimento contro i Pahlavi che ha caratterizzato i decenni precedenti alla rivoluzione, per approdare infine all’ascesa di Khomeini. Il cui nome compare per la prima volta in un’opera letteraria persiana nella forma di una scritta vergata su un muro da un anonimo simpatizzante:

Nell’angusto vicolo di Azar Shahr si riassumeva perfettamente tutta Teheran. Era ricoperto di slogan da cima a fondo. Ce n’erano perfino sull’asfalto. […] Qualcuno aveva disegnato una caricatura di Bakhtiar[7] che sembrava un fachiro indiano intento a fumare l’oppio, mentre appena lì a fianco compariva lapidario il motto: “Khomeini, guida degli oppressi!"[8].

Il romanzo non esprime un giudizio netto sull’avvento della Repubblica Islamica, ma registra efficacemente il clima politico e sociale in cui essa è nata, riportando anche il punto di vista delle masse popolari su cui la propaganda dell’ayatollah fece particolarmente presa. Per questo motivo ha ricevuto critiche sia dai detrattori sia dai sostenitori del nuovo regime, che per diversi anni ne ha vietato la ristampa.

 

 

Le scrittrici degli anni 90

 

La scena letteraria degli anni 90 è segnata dal boom delle scrittrici. Tra le tante, Goli Taraghi si distingue come quella che nei suoi racconti torna più spesso sul periodo della rivoluzione. Figlia di una famiglia colta e agiata (il padre era parlamentare), dagli anni ’80 Goli Taraghi vive stabilmente in Francia ma, a differenza di tanti suoi colleghi connazionali che hanno lasciato il Paese, ha sempre mantenuto un forte legame con l’Iran, che visita spesso e dove tiene lezioni in università oltre a pubblicare tuttora i suoi libri. Taraghi racconta la rivoluzione attraverso storie private, che tuttavia parlano indirettamente anche della dimensione politica del Paese. Nei racconti della raccolta Tre donne[9], in particolare, ben emergono gli stravolgimenti sociali innescati dalla rivoluzione, raccontati non senza una punta di humor. C’è dell’autocritica nei confronti della propria classe sociale, di cui è ritratta l’ottusità nel non saper interpretare i cambiamenti in atto, a cui però fa da contraltare la tracotanza cafona e non meno nociva degli umili in cerca di rivalsa. La domestica del racconto Zeinab, per esempio, si licenzia in tronco e per giunta pretende la proprietà di una parte dell’ex casa padronale, convinta che dopo la rivoluzione le spetti di diritto.

 

Un’altra scrittrice, Fereshteh Sari, rielabora il tema della rivoluzione con grande originalità nel suo romanzo Sole a Tehran[10] (Āftāb dar Tehrān), ponendola in dialogo con il presente. La narrazione, infatti, si apre sul 2007 con il ritratto affettuoso e un po’ ironico di una giovane ragazza, Aftab, che la madre, Nilufar, vuole dissuadere da un’operazione di rinoplastica. Nei capitoli successivi, invece, scivoliamo dai ritmi frenetici della capitale di oggi, dove imperversa la speculazione edilizia, a quelli altrettanto tumultuosi degli anni ’70. Alla frivolezza delle nuove generazioni si contrappone, così, la posa seriosa dei gruppi di sinistra in cui militava Setareh, un’amica di Nilufar.

 

Sole a Tehran non è mai stato pubblicato in Iran ed è comparso per la prima volta in traduzione italiana. L’esigenza, in questo caso, non è stata quella di inseguire l’editoria occidentale: il romanzo procede secondo una prospettiva intimista che mantiene impliciti molti riferimenti a fatti storici e culturali riconoscibili solo da un pubblico iraniano. Ma oggi proporre un discorso critico sulla rivoluzione in Iran vuol dire ancora scontrarsi con lo scoglio della censura e per questo sono sempre di più le scrittrici e gli scrittori che scelgono di pubblicare le loro opere all’estero. Questa scelta comporta la rinuncia alla distribuzione ufficiale, ma non al rapporto con i lettori. I titoli più famosi, infatti, si trovano facilmente sul mercato nero, che come ha dichiarato in un’intervista lo scrittore Amir Cheheltan «non è propriamente nero ma si può piuttosto definire “grigio” in quanto assolutamente non così nascosto».

 

 

I figli della Rivoluzione

 

Il caso che ha avuto più risonanza è stato Il colonnello (Kolonel) di Mahmoud Doulatabadi[11]. Autore tra i più osannati in Iran, dove ogni suo libro è sempre preceduto da grande attesa, Doulatabadi ha scritto il romanzo negli anni ’80, ma ha aspettato trent’anni prima di pubblicarlo. Il colonnello esce nel 2009 in Germania, e poi nel Regno Unito, in Francia e Italia, mentre viene paradossalmente immessa sul mercato nero iraniano una traduzione persiana della traduzione tedesca. La storia segue le vicende dei cinque figli del protagonista, il colonnello Mohammad Taqi, ciascuno dei quali prende una strada diversa durante la rivoluzione, tre militano nei gruppi di sinistra (Tudeh, Fedayn e Mojahedin), uno diventa seguace di Khomeini mentre la figlia maggiore si sposa con un losco affarista.

I giovani… non si può certo dire che loro perseguissero i propri interessi, cercavano solo la propria verità e se stessi. La rivoluzione rappresentava il massimo dell’eccitazione per loro, che cavalcavano l’onda di quell’ebrezza come colombe in fuga verso il sole, sempre più in alto, fino a rimanerne bruciati.[12]

Il tema della rivoluzione che divora i suoi figli (e dei figli che si divorano a vicenda) viene ripreso anche da un altro autore, Abbas Maroufi, nel suo romanzo Fereydoun aveva tre figli[13] (Fereydun se pesar dasht), pubblicato nei Paesi Bassi e che presenta una trama analoga al Colonnello. Anche qui, infatti, le vicende del ’79 sono seguite attraverso le storie di tre giovani che attraverso le loro scelte politiche esemplificano le varie fazioni che parteciparono alla rivoluzione: i gruppi di sinistra, i sostenitori di Khomeini e chi si è mosso nell’ombra solo sulla base del proprio opportunismo.

 

I figli della rivoluzione, tuttavia, sono anche quelle generazioni nate dagli anni ’80 in avanti che oggi compongono la fetta più numerosa della società iraniana. Sono le iraniane e gli iraniani di trenta e quaranta anni che sono particolarmente attivi nel campo letterario. Forse la rivoluzione va letta anche attraverso i loro romanzi, racconti e poesie, che raramente si soffermano sull’evento in sé ma ne descrivono piuttosto gli effetti sul lungo termine. Sono l’espressione di un Paese impegnato a superare un capitolo doloroso della propria storia, che si sforza di guardare al presente e al futuro senza il peso delle vecchie ideologie, con l’obiettivo di riallacciare i legami con il mondo esterno e allargare sempre di più il campo delle libertà sociali e politiche.

Loro, la generazione degli anni settanta, erano i superstiti della buona musica, dei bei libri rilegati delle edizioni Kanun, dei filmini di famiglia con la otto millimetri, erano i figli della rivoluzione. Almeno la metà, tra ragazzi e ragazze, si chiamavano Azad, Azadeh o Azadi – “libertà”. (Mohammad Tolouei)[14]

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Mahsā Moheb‘ali, Vāy khāhim sād, Nashr-e Zaryāb, Kābul, 2016, p. 13. Dove non diversamente indicato la traduzione dei brani citati è mia.

[2] Cfr. Omid Azadibougar, The Persian Novel, Rodopi, Amsterdam-New York, 2014, p.3.

[3] Crf. Laetitia Nanquette, Orientalism Versus Occidentalism, I.B Tauris, London-New York, 2013.

[4] Cfr. Mohammad Ja‘far Yāhaqqi, Manuale di letteratura e saggistica persiana contemporanea, a cura di Neda Alizadeh Kashani e Raffaele Maurielo, Ismeo/Ponte33, Roma, 2018; Hassan Mir‘ābedini, Sad sāl-e dāstān-nevisi-ye Irān, Nashr-e Cheshmeh, Tehran, 2007.

[5] Tradotto sia in inglese: Hushang Golshiri, The Victory Chronicle of the Magi, trad. di Mohammad Reza Ghanoonparvar, Iranian Studies 30/3-4, 1997; sia in francese: Houchang Golchiri, Chronique de la victoire del mages, L’Inventaire, Parigi, 1997.

[6] È disponibile una traduzione francese del primo volume del romanzo: Réza Barahéni, Les mystères de mon pays. Tome 1, trad. di Clément Marzieh, Fayard, Parigi, 2009.

[7] Shapour Bakhtiar (1914-1991) è stato l’ultimo primo ministro dell’epoca Pahlavi.

[8] Rezā Barāheni, Rāzhā-ye sarzamin-e man, Nashr-e Morgh-e Āmin, Tehran, 1387, pp. 452-453.

[9] Goli Taraghi, Tre donne, trad. di Anna Vanzan, Edizioni Lavoro, Roma, 2009. Della stessa autrice si può leggere in italiano anche La signora melograno, trad. di Anna Vanzan, Calabuig/Jaca Book, Milano, 2014.

[10] Fereshteh Sari, Sole a Tehran, trad. di Anna Vanzan, Editpress, Firenze, 2014.

[11] Mahmoud Doulatabadi, Il colonnello, trad. di Anna Vanzan, Cargo, Napoli-Roma, 2011.

[12] Il colonnello, op. cit., p. 12.

[13] ‘Abbās Mar‘ufi, Fereydun se pesar dasht, Nashr-e Denā, Rotterdam, 2001.

[14] Mohammad Tolu‘i, Ānātomi-ye afsordegi, Nashr-e Ofoq, Tehran, 2017, p. 112.

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale