close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito
abbonati
Religione e società

Il no cristiano alla sacra violenza: un kairòs per tutti?

Saint-Étienne-du-Mont, dettaglio del martirio di Santo Stefano [Shutterstock.com]

Gli effetti del martirio, come gesto di amicizia verso i fratelli fedeli dell’Islam, contribuirebbero al superamento definitivo della violenza in nome di Dio

Ultimo aggiornamento: 01/02/2018 14:23:56

L’articolo è contenuto in Oasis n. 20. Per leggere interamente i contenuti acquista una copia o abbonati]

 

 

Se i conflitti religiosi hanno alimentato il pregiudizio che il monoteismo sia fattore di violenza, il percorso del Cristianesimo – che contempla il Figlio di Dio morire innocente sulla croce – evidenzia l’irreversibile congedo dalla violenza in nome di Dio. Termine di paragone anche per il dialogo interreligioso.

 

 

Si può affermare che la tesi del congedo dalla violenza religiosa abbia già avuto o possa avere in questo momento un qualche risvolto sul mondo delle religioni, e in particolare sul mondo islamico?

 

 

I tempi sono ancora brevi e la questione diventa delicata, ma si può forse tentare di proporre un esempio. Secondo il documento, la rottura con la violenza trova una delle sue espressioni più alte nell’accettazione libera della morte, a imitazione per grazia di Gesù, nel gesto martiriale. Sembra dunque che la testimonianza martiriale esemplifichi nel più alto dei modi la consapevolezza evangelica del divieto di usare la violenza in nome di Dio. Se questo tratto specifico della comprensione cristiana di Dio dovesse già avere avuto un qualche riflesso sulla coscienza di uomini che seguono un’altra religione, e in particolare l’Islam, forse questo potrebbe essere letto come un primo passo per approfondire la tesi che abbiamo presentato, ben consapevoli peraltro che essa richieda un approfondimento che va oltre questo tentativo.

 

 

Uno degli episodi che ha lasciato più segno nell’opinione pubblica, occidentale ma non solo, è stato l’assassinio di sette monaci cistercensi del monastero di Thibirine (Algeria) nell’anno 1996. L’impatto sulla coscienza cristiana di questo fatto – che si è potuto conoscere insieme all’eccezionale testamento del priore P. De Chergé, come espressione inequivocabile del significato di tale gesto – è stato molto profondo. Da Papa Giovanni Paolo II fino alle comunità cristiane in tutto il mondo, ma anche al gran pubblico che ha scelto di vedere il film Des hommes et des dieux, moltissimi hanno accolto con ammirazione e rispetto il gesto di libera permanenza nel monastero fino ad assumere la conseguenza della morte violenta. La documentazione in merito è molto ampia[1].

 

 

Effetti del martirio cristiano

 

 

Tale scelta ha anche avuto un qualche effetto sulla coscienza e sulla vita dei credenti musulmani? In caso positivo si potrebbe forse trovare un esempio della tesi del kairòs che abbiamo presentato. Gli effetti della libera consegna alla morte, come gesto di amicizia verso i fratelli fedeli dell’Islam, per sconfiggere il nesso maledetto fra violenza e religione andrebbero allora oltre i confini visibili della confessione di fede cristiana e contribuirebbero – secondo i tempi e i ritmi noti solo alla Provvidenza divina – al superamento definitivo della violenza in nome di Dio. Per una prima valutazione possiamo rimandare a quanto Mons. Teissier, allora Arcivescovo di Algeri, ha raccolto in un suo volume<[2]. Le testimonianze da lui presentate ci insegnano innanzitutto due cose: da una parte il sincero orrore di persone di fede musulmana davanti ai crimini commessi contro religiosi e religiose, contro semplici cristiani che erano in ottimi rapporti con i loro vicini musulmani e venivano uccisi in nome di un’ideologia politico-religiosa. In secondo luogo, e si tratta di una riflessione più direttamente legata al nostro studio, la consapevolezza matura che «oggi le tradizioni religiose in generale – e Cristianesimo e Islam in particolare – dovrebbero impegnarsi di più a favore della pace. È diventato inaccettabile per la maggioranza dei credenti sinceri che si possa invocare Dio per giustificare una guerra o un’aggressione contro un altro gruppo umano».

 

 

I MARTIRI CONTRIBUISCONO A SUPERARE LA VIOLENZA IN NOME DI DIO Mi pare che non sia sbagliato ritenere questo giudizio come un bell’esempio del frutto che la testimonianza di fede e di amore offerta da questi cristiani in Algeria ha portato, favorendo una coscienza più netta e profonda del bisogno di congedarsi definitivamente dalla violenza in nome di Dio. Superfluo rilevare che non abbiamo la pretesa di stabilire un nesso causale univoco fra l’uccisione dei cristiani e l’evoluzione della mentalità condivisa. Soltanto Dio può dire con ogni sicurezza quale sia l’andamento ultimo dei cuori umani e come si intrecciano le diverse componenti spirituali e religiose in ciascun caso concreto. Ma non sembra azzardato suggerire che l’idea di un kairòs favorevole per la definitiva separazione fra religione e violenza – pienamente consona al messaggio evangelico – possa anche maturare in altre tradizioni religiose. Non mancano esempi di persone o gruppi islamici – a volte insieme ai cristiani – che denunciano pubblicamente come inaccettabili gli atti di violenza subiti da parte dei cristiani, anche quando vengono commessi “in nome di Dio”[3].

 

 

Un possibile fondamento teoretico

 

 

Dal punto di vista della riflessione cristiana è possibile, più a monte, offrire un fondamento filosofico-teologico che renda ragione di questo influsso – reale o potenziale – dello Spirito del Risorto oltre i confini visibili dell’esperienza cristiana. Il tema è classico e la bibliografia sui diversi modelli conosciuti, già nella patristica e nella teologia medioevale fino ad oggi, è vastissima[4].

 

 

Per il nostro scopo può essere sufficiente ricordare in estrema sintesi alcune pagine di Hans Urs von Balthasar che approfondiscono le modalità con cui Dio rende testimonianza agli uomini, come l’accurata esposizione di ciò che egli chiama «l’evidenza soggettiva» della fede[5]. Dal fatto che lo spirito umano si apre alla luce dell’essere, nell’atto filosofico e nell’atto religioso, come pure dal fatto che «Dio rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio» (1 Cor 4,6), si parla classicamente di un lumen fidei, cioè di un’illuminazione interiore per grazia, in forza della quale l’uomo può riconoscere l’evidenza oggettiva della figura cristologica. Il teologo svizzero si domanda se non ci sia un’elevazione e illuminazione ontologica e conoscitiva dell’a-priori filosofico e religioso umano alla luce rivelata di Dio. In nuce, la tesi balthasariana è che la luce della rivelazione raggiunge – o può raggiungere – tutti, e non solo i cristiani, in quanto gli uomini sono gratuitamente situati da Dio in un rapporto intimo con la luce della rivelazione, e dunque tanti aspetti di quell’a-priori filosofico e religioso in ambito extracristiano devono essere influenzati di fatto dalla grazia. E nelle creazioni delle religioni, delle filosofie e delle arti extracristiane si potrebbero trovare momenti che attestino più o meno chiaramente l’obbedienza al Dio che si rivela. Quest’argomentazione sull’azione divina interiore va sempre collegata con ciò che Balthasar stesso chiama «la testimonianza di Dio nella storia» dove si occupa delle caratteristiche storiche, visibili, della forma cristiana, quella di Cristo come analogatum princeps, e quella dei cristiani per partecipazione. Sarà soltanto la giusta combinazione dell’azione divina nei cuori e dell’attuazione nella storia a rendere possibile la risposta di fede al Dio che si rivela[6].

 

 

Sulla base di questi argomenti, validi per l’insieme della rivelazione cristiana, sembra possibile considerare che un’eventuale maturazione della trasmissione della rivelazione, quale forse il kairòs del congedo dalla violenza religiosa, possa in modo simile illuminare il pensiero e le pratiche religiose del mondo su questo aspetto cruciale della vita personale e sociale, fino alle conseguenze politiche. Nulla vieta, dunque, che la tesi del documento possa essere cristianamente accolta de iure, in attesa di una sua effettiva verifica de facto nel mondo del pensiero, dei riti e delle pubbliche prese di posizione delle religioni. Un processo che forse si è già avviato, nascosto sotto la scorza di un’attualità oggi particolarmente tragica.

 

 

[L'articolo è contenuto in Oasis n. 20. Per leggere interamente i contenuti acquista una copia o abbonati]

 

 

 

 

 

[1] Per una selezione ragionata di letteratura sui sette monaci martiri di Thibirine e il significato del loro gesto: http://www.moines-tibhirine.org/index.php?option=com_content&id=127&Itemid=108.

 

 

 

 

 

[2] Henri Teissier, Chrétiens en Algérie, un partage d’espérance, Desclée de Brouwer, Paris 2002. Si può anche consultare una “lettura musulmana” del testamento del P. de Chergé, in un tono più apologetico: http://oumma.com/Une-lecture-musulmane-du-Testament.

 

 

 

 

 

[3] Sul sito www.asianews.it si possono trovare regolarmente notizie su gesti di denuncia della violenza subita dai cristiani. Diverse realtà di credenti musulmani prendono posizione pubblica in questo senso, il che sembra orientarci ancora nella direzione dell’andamento auspicato dal documento della CTI.

 

 

 

 

 

[4] Per quanto riguarda la riflessione del Magistero della Chiesa e della teologia sul rapporto fra cristianesimo, le altre religioni, la pace e la violenza religiosa, si può vedere l’abbondante materiale raccolto in Karl Becker, Ilaria Morali (Eds), Catholic Engagement with World Religions. Orbis, New York 2010.

 

 

 

 

 

[5] Cf. Hans Urs Von Balthasar, Gloria I. La percezione della forma, Jaca Book, Milano 20053, 113-385.

 

 

 

 

 

[6] Si veda Ibi, 158 ss

Iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale