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Religione e società

Immigrazione: perché non basta «non essere razzisti»

La sfida posta dal rapporto con l’altro, da chi appartiene a un’altra cultura o un’altra religione, incalza tutto il processo educativo,che comincia nella scuola ma va ben oltre. L’Italia, che non ha forti paradigmi etnici o ideologici, può meglio di altri rispondere a questa sfida  

Questo articolo è pubblicato in Oasis 11. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 12:36:33

La sensazione immediata che si prova oggi di fronte al termine ‘educare’ – ancor prima che alla realtà da esso significata, confusa e incerta nei suoi protagonisti e nelle sue modalità – è quella di una specie di sfasamento temporale: lo stesso ritmo concitato della modernità ci indurrebbe a preferire parole come ‘istruire’ se non ‘informare’, ‘addestrare’ o ‘esercitare’...svelandoci implicitamente il carattere frammentario-contenutistico da un lato, e pragmatico-utilitaristico dall’altro dei processi di comunicazione propri della nostra epoca. Trasmettere nozioni e insegnare pratiche sono certo componenti dell’educazione, soprattutto della sua fase strutturata nella scolarizzazione, ma sono ben lungi dall’esaurirne la natura profonda di processo continuo e a lungo termine. Il fatto stesso che ci si trovi a educare persone di differente provenienza linguistica, culturale e religiosa in un contesto non più omogeneo fa emergere con maggiore evidenza le contraddizioni latenti proprie di un sistema che, comunque, si troverebbe ad affrontare questa sfida, ma se ne rende conto con più chiarezza proprio a causa di queste nuove presenze. Un altro aspetto che caratterizza la realtà in cui ci troviamo è il peso sempre maggiore che nella formazione dei giovani svolgono agenzie educative inedite rispetto a quelle tradizionali: famiglia, scuola e parrocchia. I mass-media, il gruppo dei pari, la società intera coi suoi modelli e le sue mode incidono sempre di più sulla personalità malleabile di chi ancora si sta formando e con un’efficacia direttamente proporzionale agli ingenti investimenti e alle sofisticate tecnologie che contraddistinguono questi settori. È dunque facile che le famiglie, più o meno consapevolmente e con scarsa capacità di discernimento, deleghino alla televisione, ai dvd e ai videogiochi il compito di intrattenere figli altrimenti poco gestibili nello stressato ménage quotidiano, e che scuola e parrocchia, con qualche affanno, inseguano l’utilizzo di questi strumenti – e le modalità di relazione che essi implicano – anche per le finalità che sono loro proprie quali l’istruzione e la catechesi. Se da un lato è in parte inevitabile che ciò avvenga, più problematico è che ci si riduca a questo, lasciando intendere quasi una resa di fronte al fenomeno di parcellizzazione e di specializzazione più sopra descritto: educare non sarebbe dunque più possibile per mancanza di tempo, e si finisce per rassegnarsi a un non meglio specificato ‘apprendimento’ che efficacemente un cantautore italiano descrive – in una canzone dedicata alla figlia – come un «facile farsi un inutile software di scienza» comparato al ben più arduo e «confuso problema di adoprare la propria esperienza». Gli immigrati, che provengono generalmente da paesi in cui le strutture tradizionali della famiglia allargata persistono con le loro forme implicite di gerarchie e di priorità sia tra i generi che tra le generazioni, rischiano spesso di venir assimilati, più che integrati, nei processi suesposti, per vari motivi: i padri sono assorbiti dal lavoro e quindi poco presenti, come talvolta anche le madri (si pensi ad esempio alle sudamericane, non più ‘relegate’ a ruoli domestici, come invece avviene per le arabe) e la delega alla scuola e ai gruppi giovanili spontanei diventa così quasi totale; la barriera linguistica che si crea tra genitori (poco competenti in italiano) e i figli (nati o cresciuti in Italia) favorisce una specie di doppio standard tra l’ambiente casalingo e l’esterno, così pure per i comportamenti che possono restare formalmente conformi a modelli tradizionali tra le pareti domestiche, ma mutare radicalmente appena fuori di esse, con varie forme di compromesso delle quali quelle assimilazioniste non sono sempre necessariamente migliori delle conservatrici: portarsi nella borsa abiti con cui cambiarsi appena fuori dalla portata dello sguardo paterno può preludere a esiti peggiori che un velo autonomamente indossato, per convinzione o per far piacere ai genitori. Anzi, in questo caso, dover affrontare le non poche riserve dei coetanei e dell’ambiente in un’età delicata dove prevale lo spirito del branco e l’acritico uniformarsi all’ultima moda può perfino produrre effetti positivi sulla formazione di un carattere indipendente più di qualsiasi microgonna portata con falsa naturalezza o con autentica incoscienza. Il coraggio di essere diversi, diversi davvero e per questo magari dileggiati, accettare di essere minoranza (etnica, linguistica, religiosa...) non è cosa da poco: tingersi i capelli di verde, mettersi un piercing chissà dove o tatuarsi come un aborigeno è in fondo molto più semplice. Chiusure e Banalizzazioni È purtroppo vero che alcuni fra i nuovi arrivati, con il pretesto del rispetto della loro diversità culturale pretendono non solo di continuare a vivere come se fossero nel villaggio natio, ma addirittura di polemizzare su cose che in patria avrebbero accettato senza discutere. Qualche papà si rifiuta di parlare con insegnanti donne, relega la propria moglie a svolgere compiti domestici impedendole di uscire e di imparare la lingua locale che l’aiuterebbe invece ad occuparsi meglio dell’educazione e della salute dei figli, senza restare confinata in un ruolo puramente affettivo che sminuirà progressivamente la sua funzione agli occhi dei ragazzi, iniziati così al maschilismo strafottente e pavido, e a quelli delle stesse ragazze che non potranno evitare di riscontrare nell’esempio materno un modello fallimentare. Ma si tratta fortunatamente di casi sporadici, all’interno di un fenomeno ben più ampio e complesso. Parlare di “emergenza scuola”, a causa di “troppi stranieri in classe” o addirittura di una “invasione” che comincerebbe dalle aule intercetta un allarme diffuso e un comprensibile disagio che non ha nulla a che fare con il razzismo ma con il sano realismo di chi vede un’istituzione già sovraccarica di problematiche aggiungere ai suoi già numerosi oneri quello di trovarsi in prima linea di fronte a un fenomeno che sta trasformando profondamente la nostra società senza che nessuno abbia le idee chiare su come fronteggiarlo. Ma queste grida d’allarme favoriscono più la diffusione di una sorta di generalizzata tendenza al “si salvi chi può” che qualche efficace intervento ragionevole sulla sostanza delle cose. Dopo la sbornia di pedagogie alternative e la constatazione delle carenze nel trasmettere conoscenze di base da parte della scuola, c’è il rischio che si tornino a considerare gli alunni delle teste ‘ben piene’ piuttosto che ‘ben fatte’. In simili frangenti credo che sia importante assumere una serie di atteggiamenti che conducano a non subire la situazione, a non diventarne i capri espiatori o i poveri cirenei di turno a cui viene addossata la croce. Se il fenomeno va gestito e non subìto occorre che tutti facciano la loro parte. La scuola, luogo di molte lamentele, dovrebbe svolgere quel che le spetta con entusiasmo e ambizione, altrimenti i suoi annosi problemi, sommandosi alle questioni tipiche dell’immigrazione, la condanneranno ancor di più a seguire un destino di marginalizzazione che già altri segnali preoccupanti sembrano indicare. Va infine chiaramente denunciato che chi non si pone al servizio di una simile prospettiva preferendo propagare un senso di allarme sterile e controproducente agisce contro la logica della vera democrazia. Quest’ultima infatti si basa sull’incentivazione delle buone pratiche e trova la propria negazione nei professionisti dell’emergenza che guadagnano consensi e posizioni di rendita proprio sulla mancata soluzione dei problemi e sulla loro cronicizzazione. L’Italia ha certamente dei vantaggi rispetto ad altri paesi europei: priva di forti paradigmi etnici o ideologici rischia però di accontentarsi di non essere razzista, il che mi pare sostanzialmente vero, ma mi sembra anche francamente troppo poco. Resistere a queste logiche e proporne di alternative è la cosa più saggia e utile che si possa fare, un compito tipicamente educativo, fatto di lungimiranza e tenacia, di testardaggine se si vuole, ma non di quella stolida, indizio di inerzia, bensì di quella che testimonia un radicamento nel reale, che rifiuta le rappresentazioni della realtà più o meno interessate o fantasiose: le persone sono la materia prima e il fine ultimo del lavoro formativo, qualcosa di prezioso e delicato a cui va rinnovata la nostra fedeltà, caparbiamente, incuranti delle mode e delle sbandate che periodicamente si producono. Ognuno di noi lo sa per esperienza diretta prima che per competenza professionale: fin nelle più piccole e indispensabili cose della vita quotidiana ciascuno di noi opera in questo modo, prendendosi cura di chi gli è affidato, mantenendo dignitosa e decorosa la propria casa, puliti e ordinati i propri abiti, accoglienti e salubri i luoghi di lavoro… Chi si attenderebbe buoni esiti dallo studio, da un’attività professionale, da uno sport praticato anche solo per hobby senza mettere in conto anche fatiche, impegno, dedizione? Non calcoliamo quanto ci guadagneremo, il tempo e l’energia che ci verranno richieste, la certezza di risultati immediati, garantiti, eclatanti, ma piuttosto continuiamo a mettere in discussione noi stessi, mai convinti di aver fatto abbastanza, timorosi di esser stati inadeguati, trepidanti nell’accogliere anche i più timidi frutti della nostra appassionata dedizione: come nell’amicizia, nell’amore, negli affetti più profondi. Una radicale consonanza tra la legge che governa l’universo e le nostre piccole storie d’amore ci fa sentire più forti, ci rende capaci di donare senza attendere il contraccambio, non come conclusione di un ragionamento e tantomeno di un calcolo costi-benefici, ma solo perché non potremmo fare altrimenti, in quanto sappiamo che è giusto così, che è la nostra strada, che non c’è alternativa altrettanto credibile, ragionevole, autentica e – quindi – altrettanto adeguata, efficace, redentrice. E proprio perché è così non dobbiamo lasciarci vincere dallo sconforto né cedere alla tentazione di lasciar perdere, anche se sappiamo che dovremo combattere su due fronti, con la cazzuola in una mano e la spada nell’altra, per usare un’espressione biblica che a qualcuno potrà sembrare enfatica, ma che a mio parere riflette bene il ruolo di tutela e l’impegno costruttivo che ci caratterizza e al quale non possiamo a nessun costo rinunciare. Oltre i Banchi di Scuola Negli oratori, dove un numero sempre crescente di ragazzi di origine non italiana (e di fede non cristiana) si reca almeno per attività di sostegno allo studio o per varie forme di svago, nell’associazionismo e nel volontariato, specialmente le cosiddette seconde generazioni stanno vivendo una stagione nuova. Anche e forse soprattutto i giovani musulmani. La situazione è totalmente diversa rispetto a quella di venti o trent’anni fa, quando ai miei primi e timidi approcci nelle moschee della mia zona, zelanti ma poco idonei leader accoglievano con sorrisi di compatimento o aperto rifiuto le mie proposte di "dialogo". La pazienza e la speranza che hanno sorretto una lunga e operosa attesa non sono andate deluse. Un primo dato già certo e significativo è che molti di questi giovani hanno deciso, almeno finora, di rimanere credenti e praticanti. Prima ancora di considerare che cosa questo significhi e le forme in cui si esprime, ci conforta sapere che la strada prescelta non sia stata quella di secolarizzarsi, divenendo indifferenti o addirittura contrari all’idea di appartenere a una fede religiosa, né di confinarla nello stretto limite della propria intimità. Più di mille lezioni di catechismo e di qualsiasi predicozzo, per molti dei nostri giovani constatare che loro coetanei fanno quotidianamente questa scelta può costituire una sana provocazione per non declassare la propria identità cristiana a questione privata, soprattutto se con questo termine si intenda qualcosa di marginale, accessorio e ininfluente. Non c’è poi neppure bisogno di sottolineare che si tratta anche di una precondizione indispensabile affinché il ruolo di questi giovani musulmani, all’interno delle stesse comunità di appartenenza, abbia un qualche spessore. Ma c’è molto di più. Al di là dei tecnicismi che interessano gli esperti di diritto religioso, anche e forse soprattutto i semplici credenti musulmani che vivono in Occidente stanno riflettendo su una questione di capitale importanza: col mutare delle condizioni sociali e culturali quale parte della tradizione islamica e delle sue istituzioni classiche vanno considerate ancor valide e quindi mantenute a qualsiasi prezzo? Quali aspetti sono invece modificabili e attraverso quali procedure? Per rispondere a queste domande è necessaria una riconsiderazione del processo evolutivo che nei primi secoli della storia dell'Islam ha condotto alla formazione delle sue dottrine e delle sue strutture fondamentali per poter riprendere, in forme adatte ai nostri tempi, il fecondo lavoro di quelle prime generazioni di fedeli. È anche salutare prendere coscienza delle forme plurali in cui la propria fede si è espressa nel tempo e di quanto siano varie le pratiche a tutt’oggi nelle varie latitudini. È proprio nei centri islamici d’Europa che i giovani musulmani imparano a conoscere loro correligionari di altra etnia, talvolta di terre lontane, persino di differente orientamento religioso, come nel caso degli sciiti. Nella prassi quotidiana sono già in atto molteplici mediazioni tra usi e costumi dei genitori e sensibilità di chi è nato in Occidente che non di rado investono anche la dimensione della religiosità. Del resto, non è stato così anche per noi? Ricordo scuole cattoliche e oratori rigidamente divisi per sesso, ricordo la messa in latino, il catechismo a domande e risposte da imparare a memoria, ricordo donne sedute da un lato della chiesa e uomini dall’altro, mia sorella che non poteva entrare in chiesa coi pantaloni, donne che fino a 40 giorni dopo il parto erano considerate ‘impure’...per non parlare di digiuni, fioretti e processioni. Tutte queste cose non fanno più parte della nostra comune religiosità, alcune sono ormai molto distanti dalla nostra sensibilità, ma diremmo per questo che siamo meno credenti e praticanti? Forse qualcosa abbiamo tralasciato troppo in fretta e andrebbe recuperato, ma ci abbiamo guadagnato in maturità: una fede meno formale per un’adesione più convinta e profonda. Possiamo escludere che ad altri possa succedere qualcosa di analogo? L’Islam di popolo, così come il Cristianesimo delle masse, si sono espressi a lungo soprattutto in forme di devozione legate a personaggi e a luoghi accostati con un senso magico-sacrale proprio di società ancora arcaiche, rurali, poco istruite e inclini a pratiche spurie, dove la dimensione della superstizione non era del tutto assente. Quello dei dotti si è da tempo sclerotizzato in formulazioni canoniche che la perversa commistione con interessi politici rende praticamente immutabile. Tra gli immigrati sussiste dunque la possibilità che l’uno e l’altro vengano superati, senza per questo negarne i valori e le funzioni, ma all’interno di una prospettiva finalmente liberata. Un’immensa ricchezza resta dunque da valorizzare, nella latitanza da parte di istituzioni e mass-media distratti o malati di sensazionalismo, incapaci di investire nella formazione perché ossessionati da risultati immediati e ad effetto che garantiscano una qualche forma di visibilità e di consenso, spesso in prospettiva ‘sicuritaria’, senza essere in grado di comprendere che il miglior antidoto alla marginalizzazione di interi gruppi sociali è proprio l’inclusione positiva delle nuove generazioni.  

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