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Religione e società

Impegno condiviso, identità distinte

Aspirazioni universali /1. Cristiani e musulmani pongono la propria religione a fondamento dei diritti dell'uomo e ritengono che fede e giustizia siano intimamente connesse. Un terreno di incontro che favorisce un lavoro comune e il rispetto delle diversità.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 5. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 12/06/2019 14:28:42

Quando parliamo di diritti fondamentali ci viene spontaneo pensare ai diritti dell'uomo, come definiti dalle dichiarazioni delle Nazioni Unite, a partire dal 1948. E questo è in gran parte corretto, perché queste dichiarazioni esprimono bene ciò che la maggioranza delle società umane contemporanee considerano essere i diritti più importanti per l'uomo in quanto uomo, specialmente il diritto alla vita e a una vita degna, il diritto alla giustizia, alla libertà di pensiero e di espressione, etc. Nel contempo queste dichiarazioni non coincidono necessariamente con tutto ciò che tutti i credenti cristiani e musulmani fanno ricadere sotto il termine di "diritti fondamentali". Da una parte, certi pongono delle riserve rispetto a taluni diritti menzionati nelle dichiarazioni, come segnatamente il diritto alla libertà religiosa (inteso come il diritto di adottare la religione o la convinzione di propria scelta) o il diritto incondizionato e illimitato alla libertà di scelta del partner per il matrimonio. D'altra parte, alcuni vorrebbero vedere questi diritti estesi fino a comprenderne altri tipi, in particolare vorrebbero vedervi inclusi anche i diritti delle comunità. Quando poi affrontiamo il campo dei diritti umani, diversi cristiani e musulmani ritengono che la loro religione sia il fondamento più profondo per i diritti dell'uomo. Eppure, considerando la storia moderna, nella quale sono state progressivamente elaborate diverse dichiarazioni dei diritti dell'uomo, non si può negare che l'accoglimento di queste dichiarazioni non sia stato immediato per la religione cristiana, in tutti i suoi settori, né per la religione musulmana. Tutto ciò non impedisce che, per la grande maggioranza dei nostri contemporanei, i diritti dell'uomo siano espressione privilegiata e crescente dei diritti fondamentali, delle esigenze di giustizia. Ora, per tutti noi, cristiani e musulmani, esiste un legame fondamentale tra fede e giustizia. L'uomo non può dare un vero posto a Dio nella sua vita se non dà un posto reale e giusto all'altro. Credere in Dio suppone un senso profondo dell'alterità: questa è la convinzione dell'Islam come del Cristianesimo. Così per i credenti cristiani e musulmani fede e giustizia sono intimamente connesse e non c'è vera fede in Dio senza giustizia, senza il rispetto radicale per l'essere umano che è per tutti l'apice delle creature di Dio: questo essere umano è chiamato dal Corano «il luogotenente di Dio sulla terra» ed è dichiarato dalla Bibbia «creato a immagine e somiglianza di Dio» (il che è detto anche da certi hadîth, certe Tradizioni attribuite al Profeta dell'Islam). Questa convinzione, propria dei credenti dell'Islam e del Cristianesimo, ha un nesso profondo con quella che si chiama la "la regola d'oro" del Vangelo: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» [Mt 7,12]. E questa "regola d'oro" ha un parallelo in una delle Tradizioni del profeta dell'Islam (che obbligano nella misura in cui le si sa autentiche): si tratta dell'hadîth numero 13 nella collezione de I quaranta hadîth di An-Nawawî: «Tu non sei veramente credente, fin tanto che non desideri per tuo fratello quello che desideri per te stesso». Ne è derivata una discussione per sapere chi sia questo "fratello". Ciò che conta è quello che An-Nawawî colui che ha fatto questa collezione di hadîth dice nella sua spiegazione di questa Tradizione: «la più probabile interpretazione» è che il «fratello» qui considerato comprenda altrettanto bene il non-musulmano (letteralmente «l'infedele») del musulmano («il credente»). Per l'Islam la confessione de l'uni(ci)tà di Dio (tawhîd) include l'unità e la fraternità di tutti gli uomini, le creature privilegiate di Dio, come riflesso della confessione monoteista. Nel Cristianesimo, san Giovanni ci dice che non si può pretendere di amare Dio, che non si vede, se non si ama il proprio fratello, che si vede [1Gv 4, 20-21]. Per quanto riguarda la fede cristiana possiamo dire che questi diritti fondamentali derivano dai dieci comandamenti e che, per questo stesso fatto, non sono soggetti a prescrizione né a condizioni. Il comandamento della carità è inseparabile dal primo comandamento dell'amore di Dio. Parimenti, la fede musulmana ritiene che questi diritti dell'uomo siano accordati da Dio stesso, e da questo fatto dipende, ancora una volta, la loro imprescrittibilità e l'impossibilità di essere lasciati all'arbitrio degli uomini. Segnatamente, il carattere sacro della vita umana è affermato dal Corano stesso, quando afferma che colui che uccide ingiustamente un uomo è come se avesse ucciso l'umanità intera poiché nella sua vittima egli non ha rispettato l'essere umano in quanto tale; e parimenti al positivo: «... chiunque avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all'umanità intera» [V, 32]. Così, per tutti, il rispetto dovuto a Dio e il rispetto dovuto all'uomo, vertice della creazione di Dio, sono intimamente connessi, anche se il modo in cui la teologia e la spiritualità cristiana e musulmana comprendono e fondano il senso dell'alterità non è affatto lo stesso. Malgrado ciò, si tratta per tutti del carattere sacro della relazione con l'altro. È là che tocchiamo da vicino come la vita spirituale, la vita di fede, sia un terreno d'incontro tra musulmani e cristiani. Dico bene "terreno di incontro" e non certo "identità, assenza di differenze", perché in ciascuna religione la vita spirituale, la vita di fede, ha una sua propria struttura e proprie fonti e basi specifiche; si tratta però di un terreno di incontro, di un terreno in cui ognuno può muoversi, fare dei passi: passi verso Dio, il Dio vivente, e anche passi gli uni verso gli altri. Si tratta di una realtà dinamica che esclude ogni atteggiamento fisso, ogni ripiegamento su di sé. Entro questa logica, il rispetto dei diritti fondamentali si regge sulla fede in Dio, inizia da essa e a essa è finalizzato: "Dio" è il punto che fa la differenza. Ciò è molto diverso da una "ideologia" comune. Che Dio sia "punto di riferimento" significa che Dio è Colui verso il quale noi tutti tendiamo e che noi tutti cerchiamo, vivendo in relazione con gli altri esseri umani, poiché Egli è Colui che noi tutti adoriamo [cfr. Lumen Gentium, 16]. Dio non è affatto un'"idea" comune. Egli non è, d'altra parte, in nessun modo un'"idea": per tutti noi è Colui che trascende e sorpassa infinitamente le nostre idee e le nostre parole, il "Totalmente Altro" e così l'"Infinitamente Prossimo". In questo senso Egli è l'Indicibile: una sorta di "vuoto", "luogo del silenzio più profondo". Ed è Lui a prendere l'iniziativa in modo misterioso di porci in relazione gli uni con gli altri, per metterci insieme, non soltanto malgrado le nostre differenze, ma perfino nelle nostre differenze. Dio come "punto di riferimento", come "luogo del silenzio", non è un "mezzo" comodo per mettersi d'accordo sui diritti fondamentali. Dunque ciò non ci dispensa affatto da ricerche approfondite sulle necessità precise di ogni situazione, e anche sul senso reale dei nostri rispettivi patrimoni, che sono diversi, mai dimenticando che non siamo soli e che dobbiamo rispettare e realizzare questi diritti fondamentali con l'insieme dell'umanità: credenti in tutte le loro diversità e non credenti. Il nostro atteggiamento di fede ci porterà tutti, cristiani e musulmani, a vivere sempre la ricerca sull'argomento dei diritti nel rispetto radicale e in un ascolto profondo, sapendo che il nostro ascolto degli altri tutti gli altri si fonda in definitiva sull'ascolto di Dio, il "Totalmente Altro", l'"Infinitamente Prossimo".

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