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Religione e società

Occidente, l’epopea irrisolta della libertà

Aspirazioni universali /3. Talvolta si ha l'impressione che si sia perduta la consapevolezza che la conquista di un bene tanto prezioso può vivere solo di un moto perpetuo, di un'inquietudine; che sia andato smarrito lo stupore per l'odissea compiuta fin qui.

Ultimo aggiornamento: 14/02/2018 12:17:00

Che cosa può esistere di peggio rispetto a una democrazia "appagata"? Difficile immaginare qualcosa di più illusorio e autodistruttivo per una cultura politica del ritenere di essere finalmente approdati a una sorta di "ultima Tule" dei diritti fondamentali. Diritti che hanno messo radici, che si sono trasformati da libere onde del mare, portate dal vento, in alberi inchiodati al suolo, timorosi del vento. La "terra dei liberi" è una bellissima immagine, ma lo è soprattutto perché ci ricorda che liberi sono coloro i quali continuano a lottare per affermare i propri diritti, che non si piegano e che sanno che i diritti non possono solo essere perduti, ma vanno invece conquistati e riconquistati ogni giorno. Ma la terra dei liberi è una struggente immagine anche perché ci ricorda che la libertà è sempre un orizzonte, una "tensione verso".

 

 

Talvolta, si ha come l'impressione che l'Occidente abbia perduto la consapevolezza del "viaggio infinito della libertà", la quale può vivere solo di un moto perpetuo, di un'inquietudine. Talvolta si direbbe che sia andato smarrito lo stupore per quanto lunga e dolorosa, e insieme epica e incredibilmente appassionante, sia stata l'odissea fin qui compiuta: con tutte le sue contraddizioni, le sue miserie e la sua grandezza. Questa incapacità di stupirsi, di riconoscersi (non tanto nelle radici lontane, ma nelle incrostazioni e nei rattoppi che fanno la nostra chiglia unica tra tutte le altre, per le vicissitudini peculiari che ha sopportato, per le acque che ha attraversato) si accompagna a una sorta di disagio verso "gli altri", verso ciò che è diverso da noi. Un tale disagio può assumere sia i toni della chiusura xenofoba, sia quelli del relativismo culturale e suggerire tanto ipotesi di un apartheid politico-culturale planetario («che ognuno si governi come vuole: chi siamo noi per affermare che la democrazia liberale è la miglior forma di governo possibile?»), quanto politiche paternaliste («la costruzione della democrazia richiede tempi lunghissimi: quando quelle società saranno pronte transiteranno alla democrazia; l'importante è non interferire»).

 

 

È solo guardando alle cicatrici dell'Occidente, ripercorrendole con l'affetto e la sorpresa con cui Euriclea riconosceva l'irriconoscibile Ulisse, che possiamo dialogare con gli altri sul come la peculiare via dell'Occidente sia stata quella del disvelamento della libertà, in un cammino per nulla lineare, e che però ne ha tracciato il destino tanto quanto ne ha connotato i lineamenti politici e culturali. La libertà non è certo un'invenzione occidentale: essa è un'aspirazione comune a qualunque essere umano, portato naturale della sua intelligenza e della consapevolezza di sé. Si può tranquillamente parlare di un'aspirazione universale alla libertà. Ancor più che l'analisi delle dottrine e delle esperienze diffuse nel tempo e nello spazio, parrebbe dover bastare il buon senso a farci ritenere che, in quanto essere ragionevole e ragionante, l'uomo aspiri a essere libero, cioè a sottrarsi, sia pur per vie diverse, all'arbitrio altrui in nome della propria libertà. Proprio la sua diffusione trasversale alle epoche e alle civiltà e le stesse alterne vicende della sua fortuna, egualmente trasversali fanno immediatamente piazza pulita di chi volesse vedere nell'Occidente il solo depositario del "valore" della libertà. Squisitamente occidentale è però l'aver scommesso politicamente sulla libertà, avere riconosciuto questa aspirazione e averla trasformata nella matrice di tutti i diritti, e nel concetto filosofico e politico più rivoluzionario che si potesse immaginare.

 

 

Una volta che questa straordinaria intuizione è stata afferrata è divenuto possibile, per l'Occidente, iniziare un percorso capace di declinare sotto forma di diritti quelli che sono bisogni comuni a ogni essere umano. In fondo, quasi provocatoriamente, potremmo dire che il Westlicher Geist sta nell'aver riconosciuto l'esistenza di "bisogni universali" e averli trasformati in "diritti universali". Per riuscire in un'impresa simile, l'Occidente si è avvantaggiato degli apporti peculiari della cultura greca, con la sua capacità di scolpire le categorie politiche, di quella romana, incredibilmente dotata nell'invenzione delle istituzioni giuridiche, e del messaggio cristiano, così capace di porre l'uomo al centro della sua riflessione. Bisognerà attendere il secolo dei lumi (e passare attraverso lo snodo cruciale del Cristianesimo) perché da una libertà intesa come massima forma di autonomia politica di un popolo (l'autogoverno di una comunità, libera dalle imposizioni delle altre comunità o dalla tirannia del singolo) si arrivi a definire la libertà dei cittadini come la pietra angolare di quella forma di governo che tutela anche il singolo dissenziente dalla dittatura della maggioranza. Non certo per caso l'affermazione di questa idea di "democrazia che incorpora la libertà" e che quindi associa uomini nati liberi e uguali in una comunità politica di cittadini, invece di far discendere dalla libertà della polis la libertà dei suoi cittadini parte dal riconoscimento della centralità dell'individuo, particolarmente fondata e fondabile sul messaggio evangelico.

 

 

Nulla sarebbe più sbagliato di immaginare il cammino della libertà e dei diritti nella storia occidentale come una sorta di marcia trionfale. Nella realtà, è il conflitto ciò che consente alla libertà e ai diritti di affermarsi. Si potrebbe dire che è il conflitto che costringe la politica a fare i conti con diritti e libertà, rendendoci profondamente consapevoli che gli uni e l'altra non possono essere concessi, ma solo conquistati. Nel conflitto sta dunque l'origine della libertà, e nel conflitto progressivamente regolato e privato dei suoi aspetti violenti, e quindi accettato come naturale dinamica degli interessi, sta la salvaguardia dei diritti. La trasformazione dello Stato moderno, cioè di quella che rappresenta forse la più grande realizzazione concettuale e istituzionale della cultura politica occidentale, ben illustra la dinamica conflittuale che costruisce libertà e diritti come tratto connotante della nostra storia comune. La tensione tra società civile e istituzioni politiche è quella che fa sì che mentre la società si trasforma sempre più consapevolmente in "popolo", cioè in comunità essenzialmente politica, lo Stato assume progressivamente quelle forme liberali e democratiche che rispettano, tutelano e implementano i diritti dei cittadini.

 

 

Guerre di Religione

 

 

Non è affatto casuale che, alle origini della parabola ascendente dello Stato moderno, tra Cinque e Seicento, si trovino le guerre di religione che per oltre un secolo infiammeranno la cristianità. La libertà religiosa è, a un tempo, la più intima e la meno individuale delle libertà: riguarda le credenze relative alla morte e alla possibile vita eterna di ogni essere umano ma necessita di uno spazio comunitario e pubblico (anche se non politico) per essere condivisa dai fedeli che vi si riconoscono. Affermazione dello Stato e progressivo processo di secolarizzazione, laicità delle istituzioni politiche e libertà religiosa stanno insieme nella nostra esperienza e nella via che l'Occidente ha percorso per arrivare alla libertà. Senza la capacità di affrontare e risolvere la complessa e incandescente questione della libertà religiosa, al cui approdo sta la necessità di far convivere nella stessa arena politica credenze assolute e spesso alternative circa la natura e lo scopo stesso della vita umana, probabilmente persino l'istituzione statale avrebbe fatto naufragio.

 

 

Oggi, in Occidente, ancora una volta, siamo chiamati all'antica sfida: incontrare l'altro mantenendo il nostro senso di appartenenza. Fare cioè sì che quegli assoluti, che non possono che condividere lo stesso tempo e sempre di più lo stesso spazio, possano farlo armonicamente: "con ogni sforzo, ma non a qualunque condizione". Gli assoluti devono infatti restare assoluti, e non essere derubricati a credenze relative, perché altrimenti ridurremmo la politica a un gioco per illusionisti. Ma nel farlo devono accettare di non confliggere, acconsentendo alla mediazione della politica e delle forme istituzionalizzate che la politica ha assunto nella nostra storia, alle quali non vogliamo e non dobbiamo rinunciare. I rapporti tra libertà, democrazia e confessioni religiose non sono assolutamente lineari, anche questa è cosa risaputa, e checché la vulgata oggi prevalente sia quella di una naturale pacificità delle religioni, la verità storica è che le religioni sono quello che i loro rappresentanti e responsabili ne fanno nel tempo. Per cui, proprio nella storia dell'Occidente esse hanno rappresentato (impropriamente, certo, ma fattivamente) la bandiera in nome della quale sono stati perpetrati ferocissimi scontri politici. D'altra parte, non può essere dimenticato che le Chiese, nel rivendicare la propria libertà innanzitutto laddove esse rappresentavano minoranze perseguitate, giocarono un ruolo centrale nell'affermazione di una democrazia che incorpori la libertà. Si inizia così a comprendere meglio in che senso, già in termini valoriali, esista una special relationship tra democrazia e Occidente. Altrove la questione religiosa rimane un punto delicato, che rischia di rendere estremamente complessa l'affermazione della democrazia. In Occidente, sia pur attraverso un processo lungo, articolato e per molto tempo incerto, questo rapporto è stato affrontato e risolto: certo, grazie alla secolarizzazione; ma anche grazie al fatto che all'interno della tradizione cristiana erano presenti gli elementi essenziali necessari ad affermare la visione della democrazia e della libertà: cioè il valore assoluto dell'individuo. Mentre raccogliamo questa enorme sfida, nella consapevolezza che a null'altro che alla politica tocca il gravoso compito di fissare confini e assegnare responsabilità (così come di stabilire che cosa non è trattabile) quando in gioco sono i diritti e le libertà degli individui, non possiamo certo dimenticare che dentro le nostre società proprio la politica e le sue forme istituzionali godono di un prestigio incerto e di una sfiducia tanto facile quanto diffusa.

 

 

Abbiamo perso la convinzione che la politica sia innanzitutto un'attività creatrice di risorse aggiuntive rispetto a quelle prodotte nel campo economico. Ma soprattutto, sono le istituzioni della rappresentanza politica a essere in crisi, nella loro legittima e necessaria rivendicazione della propria generalità e universalità, che sempre meno è riconosciuta dai tanti segmenti e spezzoni in cui le società occidentali si vanno disarticolano. Non si tratta qui di una diffusione del potere, di un suo cambiamento di stato, verso quella "liquidità" che è divenuta facile metafora onnivora nella descrizione sociologica. Si tratta invece della sua corporatizzazione, del suo aggrumarsi intorno ai gangli ossificati dei nuovi (e antichi) interessi particolari: che riconoscono legittimo solo quel potere che li rappresenta totalmente, e che rifiutano legittimità sostanziale a ogni pubblico potere che si ostini a credere nella sua funzione generale e creatrice. C'è un aspetto che è importante sottolineare, per evitare ogni possibile fraintendimento. L'esistenza della relazione speciale tra democrazia e libertà, da un lato, e Occidente, dall'altro, non nega l'universalità del valore dell'una e dell'altra. Allo stesso tempo, l'affermazione che esista un'aspirazione universale alla libertà e alla democrazia non toglie nulla all'argomentazione della loro storica specificità occidentale. È nell'esperienza storica occidentale che si registra compiutamente la tensione irrisolta tra valori ritenuti universali, e in quanto tali superiori a qualunque tradizione o norma particolare, e la specifica protezione di cui abbisognano attraverso concreti ordinamenti e assetti istituzionali. Ecco che allora inizia a emergere in che senso possiamo ancora parlare di democrazia e libertà come di un costrutto, di un retaggio occidentale, che oggi aspira a essere condiviso ben oltre i confini mobili della sua terra d'origine. Quello che caratterizza l'esperienza democratica occidentale e che ne contraddistingue il successo, non dimentichiamolo è questa peculiare triangolazione tra una società civile che incarna, realizza e ritiene veri determinati valori, delle istituzioni politiche che li tutelano e una cultura politica che è espressione della società civile nel suo rapporto con le istituzioni politiche.

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