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Medio Oriente e Africa

Iran: cosa aspettarsi da Qalibaf e dal “suo” parlamento

Cartelloni elettorali in Iran [Farzad Frames - Shutterstock]

La pandemia e le crescenti tensioni nel Golfo hanno oscurato l’esito delle elezioni parlamentari in Iran. Tuttavia, la nuova composizione del Majles può aiutare a prevedere la direzione della politica interna iraniana

Ultimo aggiornamento: 24/07/2020 09:28:37

Le elezioni parlamentari iraniane non ricevono generalmente una grande attenzione internazionale, nonostante l’importanza dell’istituzione che controlla il processo legislativo. Quest’anno i risultati delle undicesime elezioni legislative della Repubblica Islamica d’Iran sono stati ulteriormente oscurati dalla pandemia di Coronavirus, benché esse possano contribuire a far luce sull’orientamento futuro della politica interna del Paese.

 

Il Majles iraniano è uno dei più importanti organi elettivi del Nezam (“il sistema politico”) e la sua composizione riflette la composita suddivisione in correnti e fazioni tipica dell’attuale politica della Repubblica Islamica. Benché il potere legislativo e quello esecutivo non seguano necessariamente la stessa linea, la composizione del Majles può far intuire le possibili trasformazioni del contesto politico iraniano vista la sfasatura tra i due momenti elettorali. Non è infatti un caso che nel 2004 un parlamento dominato dai conservatori avesse preannunciato l’ascesa, l’anno seguente, del falco Mahmoud Ahmadinejad, anche se l’antagonismo tra l’esecutivo e il parlamento non avrebbe tardato a venire a galla. In una certa misura, questo spiega il modo in cui la composizione del Majles e le sue interazioni con altri organi costituzionali lasciano trasparire la dialettica del potere all’interno della Repubblica Islamica.

 

Nei media occidentali la competizione all’interno del parlamento è spesso dipinta come una lotta tra candidati riformisti e pragmatici da una parte e conservatori e intransigenti dall’altra, secondo una lettura dicotomica della politica iraniana che ne trascura la complessità e non tiene conto degli aspetti più interessanti della dimensione interna del Paese. Per esempio, durante la presidenza di Ahmadinejad (2005-2013) è emersa la spaccatura interna al fronte conservatore, diviso a causa delle profonde divergenze tra un parlamento a guida conservatrice e un esecutivo di cosiddetti “ultraradicali”. In quegli anni era evidente che la galassia conservatrice stesse attraversando una fase di profonda revisione ideologica a causa dei cambiamenti generazionali e dell’ascesa della cosiddetta seconda generazione di tecnocrati e di figure non appartenenti al clero. I veterani di guerra, i Guardiani della Rivoluzione e i giovani tecnocrati sostituirono progressivamente il clero politicizzato della prima generazione, non solo entrando nell’arena politica e influenzando di conseguenza il dibattito, ma anche abbandonando i paradigmi islamici radicali per abbracciare quello del nazionalismo militare.

 

Questo cambiamento fu evidente nell’evoluzione della composizione del Majles. I primi tre presidenti del parlamento iraniano erano membri illustri del clero: Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, Mehdi Karroubi e Ali Akbar Nateq Nouri. Dopo il 2004, questa posizione è stata ricoperta da due figure vicine al clero conservatore, che però non ne erano i diretti rappresentanti: Gholam Ali Haddad Adel (2004-2008), la cui figlia ha sposato il figlio di Khamenei, e Ali Larijani (2008-2020), figura chiave dell’Iran post-rivoluzionario.

 

L’undicesimo parlamento è stato inaugurato il 20 maggio dopo un processo elettorale controverso, in cui più di 7,000 candidati sono stati respinti dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione e che ha fatto registrare la più bassa affluenza alle elezioni legislative nella storia della Repubblica Islamica (solo il 42% a livello nazionale, 26% a Teheran). Insieme alla diffusione della pandemia, la delusione per la consistente esclusione dei conservatori moderati, come Ali Motahari, e dei candidati riformisti, tra cui il leader del fronte riformista Mohammad Reza Azef, ha scoraggiato molti dal recarsi alle urne. Il risultato più eclatante di queste elezioni è stata la sconfitta schiacciante della coalizione riformista Ettelaf-e hasht hezb eslahtalab (“la coalizione degli otto gruppi riformisti”), che ha ottenuto solo 20 seggi su 290. Al fallimento dei riformisti è corrisposta la vittoria schiacciante del fronte conservatore, riunitosi nella Coalizione del Consiglio delle Forze della Rivoluzione Islamica (Shura-ye Ettelaf-e Niruha-ye Enqelab-e Eslami). Lungi dall’essere una coalizione compatta, questo raggruppamento ha riunito sotto la stessa bandiera diverse formazioni della galassia conservatrice. Uno dei suoi membri più illustri, il Generale Mohammed Qalibaf, ha sostituito Ali Larijani diventando il primo generale dei Pasdaran a guidare il parlamento iraniano.

 

Qalibaf vanta una lunga carriera politica e militare. È stato comandante delle forze aeree dei Guardiani della Rivoluzione, capo della polizia e responsabile del complesso finanziario Khatam al-Anbiya, legato ai Pasdaran. Dal 2005 al 2017 ha inoltre ricoperto la carica di Sindaco di Teheran e si è candidato tre volte alla presidenza, perdendo due volte (nel 2005 e nel 2013) e ritirandosi una terza, nel 2017. Benché venga dipinto come un falco per via del suo rapporto con i Guardiani della Rivoluzione, Qalibaf rappresenta la continuità con i conservatori tradizionali e la preservazione dello status quo, dal momento che preferisce una postura meno ideologica e più pragmatica.

 

La nuova composizione del Majles riflette quindi il peso assunto dai Pasdaran nel Paese, ed è perciò probabile che Qalibaf dovrà frenare le pressioni che i Guardiani della Rivoluzione, con i loro interessi nell’industria militare, eserciteranno sull’economia. In ogni caso, la concorrenza all’interno del Parlamento fra gruppi che orbitano tutti nella galassia conservatrice lascia presagire che Qalibaf non avrà vita facile. Il neo-presidente del parlamento dovrà anche gestire la presenza dei deputati intransigenti e ultraconservatori del Fronte Paydari, che sta già facendo pressioni sull’assemblea affinché contesti i ministri in carica. Cinquanta seggi appartengono inoltre a politici vicini all’ex presidente Ahmadinejad, fortemente contestato dal Paydari, il quale potrebbe decidere di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali.

 

Queste dinamiche rivelano la crescente frammentazione del fronte conservatore. Un dato che potrebbe portare un’ulteriore militarizzazione del sistema politico dovuta sia all’antagonismo tra fazioni rivali sia al rafforzamento dei Guardiani della Rivoluzione nel processo di decision-making.

 

La deludente performance dei candidati centristi e riformisti si è manifestata nella fine amara della List-e Omid (Lista della Speranza), il gruppo pro-Rouhani che oggi conta soltanto qualche seggio dopo averne ottenuti 121 nel 2016. Le ragioni di questa sconfitta sono numerose, dalle promesse non mantenute di migliorare l’economia alla repressione delle proteste popolari in novembre, sino al veto del Consiglio dei Guardiani e ai risultati insoddisfacenti dell’accordo sul nucleare.

 

La Repubblica Islamica si trova dunque di fronte a sfide fondamentali: le pressioni economiche dovute alle sanzioni, la gestione di una pandemia che sta colpendo diverse province trasformandole in zone rosse e, infine, un nuovo orientamento nella politica interna. Rouhani finirà il secondo mandato con un parlamento che verosimilmente si opporrà alla sua agenda politica, mentre il clima generale rimane quello della “pazienza strategica”: aspettare le elezioni americane nel novembre 2020 e le presidenziali iraniane del maggio 2021. In entrambi i casi l’esito non sembra facilmente prevedibile.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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