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Focus attualità

L’Iran escluso da Varsavia si concentra sulla Siria a Sochi

Hassan Rouhani, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan durante il meeting di Sochi

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente

Ultimo aggiornamento: 08/03/2019 12:16:18

La Rivoluzione iraniana, di cui si è appena celebrato il quarantesimo anniversario, ha avuto un forte impatto su tutte le dimensioni della società iraniana, con effetti ancora evidenti dopo quasi mezzo secolo. Ma quali sono i fattori all’origine della Rivoluzione? Che effetto continua ad avere la trasformazione del 1979 sulla società civile e sulla politica estera della Repubblica Islamica?

 

Innanzitutto, occorre ricordare come le radici politiche della Rivoluzione risiedano nel momento costituzionale di inizio secolo e nelle ingerenze britanniche e americane che portarono alla rimozione del Primo Ministro Mohammad Mossadeq, reo di aver nazionalizzato la compagnia petrolifera anglo-iraniana. In secondo luogo, è opportuno sottolineare come l’Iran, dopo anni di crescita, abbia attraversato nella seconda metà degli anni ’70 una netta diminuzione dei profitti provenienti dal petrolio e un deciso aumento dell’inflazione che, insieme ad un rapido processo di urbanizzazione, contribuì all’impoverimento delle classi dei lavoratori. Un terzo aspetto chiave è rappresentato dalla componente ideologica: di fronte all’occidentalizzazione forzata promossa dallo Shah Mohammad Reza Pahlavi, le più forti voci contrarie erano quelle dei circoli marxisti, che però non erano in grado di attrarre le porzioni più ampie della società, tradizionalmente inclini al quietismo del clero sciita. Sarà infatti solo con la comparsa di un discorso ideologico e rivoluzionario, marxista nella struttura e islamico nel contenuto, che le masse si mobiliteranno contro la dinastia Pahlavi. La risposta islamica, che ha nel sociologo ‘Ali Shari‘ati uno dei principali ispiratori, ha giocato un ruolo chiave veicolando cinque principi fondamentali[1]:

 

·         l’impoverimento è legato alle logiche di mercato occidentali;

·         né marxismo né occidentalizzazione sono auspicabili;

·         non vi è separazione fra politica e religione;

·         l’Islam è per sua natura rivoluzionario ed egalitario, come dimostra il continuo richiamo alla figura di Abu Dharr, che si ribellò al terzo califfo Uthman chiedendo un'equa redistribuzione delle ricchezze;

·         il sistema monarchico è anti-islamico, e per questo non è possibile accettare un clero che sia connivente con il regime dello Shah.

 

Come evidenzia Elizabeth Thompson[2], gli eventi non sono però unicamente determinati dalle ideologie sottostanti. Se infatti il discorso rivoluzionario riuscì nell’impresa di mobilitare trasversalmente le masse, unendo esponenti di sinistra, nazionalisti e clero islamico, va rimarcato come la vittoria dell’Islam politico sciita non sia coincisa con la realizzazione di tutte le aspirazioni di Shari‘ati. Da un lato, l’Islam sciita e la sua simbologia sono divenuti pienamente i fondamenti dell’identità nazionale iraniana; dall’altro, la critica nei confronti degli ulema si è tradotta in realtà nel governo dei giureconsulti, secondo il principio del wīlayat al-faqīh elaborato dall’ayatollah Ruollah Khomeini.

 

Paradossalmente però la forza della Rivoluzione e della Repubblica risiede nella incompleta applicazione di questi principi ideologici. La complessa architettura istituzionale che si è creata può dunque essere definita ibrida. Come scrive Pejman Abdolmohammadi, l’architettura istituzionale della Repubblica Islamica d’Iran rispecchia due realtà: quella islamica, rappresentata dalla Guida Suprema, dal Consiglio dei Guardiani, dall’Assemblea degli Esperti e dal Consiglio per il Discernimento, e quella repubblicana, incarnata dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento.

 

Nonostante questo delicato equilibrio sia tutt’oggi ancora preservato, il Paese è attraversato da tensioni interne, che rischiano di minarne la stabilità. Mentre il Presidente Rouhani deve confrontarsi con le critiche delle forze conservatrici e con le rimostranze dei riformisti, anche la società civile è segnata da fratture. Innanzitutto, la cosiddetta “generazione post-1979” ha più volte espresso, ad esempio nel 1999, 2003, 2009 e 2017, una domanda di democratizzazione e di partecipazione, come si può osservare in questo reportage di Al Jazeera. Vi è inoltre un crescente seppur frammentato attivismo femminile, dopo gli anni di presidenza di Ahmadinejad. Questo non significa, tuttavia, che le nuove generazioni siano un gruppo coeso nell’invocare maggiori diritti e libertà. In un reportage di Narges Bajoghli per Foreign Affairs pubblicato nell’anniversario della Rivoluzione, emerge un orientamento opposto all’interno delle organizzazioni militari e paramilitari iraniane. Mentre più giovani Basiji denunciano il tradimento dei valori della Rivoluzione e affermano che alcuni fra i Guardiani della Rivoluzione «sono stati corrotti dal denaro e dalle élite secolarizzate», alcuni Pasdaran sottolineano la necessità di «raggiungere anche la popolazione che si oppone a noi, senza alienarla». Come infatti sostiene Reza, capitano dei Guardiani e regista per il regime, «questi giovani Basiji non capiscono che distanziarci dalla massa è ciò che ci ha portato nella situazione attuale».

 

La posizione dell’Iran nello scacchiere mediorientale e globale è altresì problematica. Dopo la seconda tranche di sanzioni americane, Teheran si trova in una posizione molto delicata, a causa delle relazioni ostili con molti paesi della regione e con gli Stati Uniti. La politica estera iraniana è comunque riuscita a raggiungere traguardi importanti grazie a due fattori: lo sviluppo di sistemi di deterrenza come il programma missilistico, e la creazione o il sostegno a gruppi armati non statali, come Hezbollah in Libano o gli houthi in Yemen (dove comunque il supporto, pur limitato, è documentato solo dal 2009, circa cinque anni dopo i primi scontri fra il gruppo ribelle zaydita e il governo di Sana’a), utilizzati in una chiara funzione anti-saudita.

 

 

La conferenza di Varsavia

 

Ultimo capitolo di questa lunga storia di ostilità tra le due sponde del Golfo Persico è la Conferenza per la Promozione di un Futuro di Pace e Sicurezza in Medio Oriente, organizzata dagli Stati Uniti a Varsavia il 13 e il 14 febbraio. La scelta è ricaduta sulla Polonia, tradizionalmente poco attiva in Medio Oriente, per due principali ragioni: consolidare l’alleanza con Washington, in vista dell’invio di nuove truppe americane nel Paese e dell’acquisto di una partita di sistemi d’arma americani per 414 milioni di dollari, e mandare un segnale alla Russia. L’iniziativa è stata lanciata dal Segretario di Stato Mike Pompeo durante il recente viaggio al Cairo, dove ha parlato di “ottimi risultati attesi”.

 

Mentre inizialmente erano attesi i rappresentanti di oltre 60 stati, i numeri si sono man mano ridotti. All’incontro hanno partecipato i rappresentanti di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Marocco, Oman, Yemen, Giordania, Egitto e Tunisia. Centrale è stata la presenza per Israele del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che ha incontrato il Ministro degli Affari Esteri dell’Oman, Yousuf bin Alawi, e che ha sfruttato l’occasione per avvicinarsi ai paesi arabi presenti, grazie all’atteggiamento condiviso nei confronti della Repubblica Islamica. Il vertice è infatti stato pensato per costituire un ampio schieramento contro Teheran, fino a parlare apertamente di «guerra contro l’Iran» (salvo poi correggere il tiro con un più moderato «combattere l’Iran»), e per rafforzare l’alleanza con i “due pilastri” della politica estera americana in Medio Oriente, ovvero Israele e Arabia Saudita. Non sono però mancate le defezioni.

 

Per quanto riguarda l’Europa, solo il Ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, e quello italiano, Enzo Moavero Milanesi, hanno partecipato, mentre Francia e Germania, impegnate nella difesa del JCPOA, hanno inviato semplici funzionari. Assente è stata anche Federica Mogherini, alta rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ufficialmente a causa di un impegno preso precedentemente al Summit dell’Unione Africana. Tutte queste defezioni hanno inoltre suscitato l’apprezzamento dei media iraniani, che parlano di fallimento dell’iniziativa. Infine, oltre ai delegati di Algeria, Libia, Sudan, Siria, Kuwait e Qatar, a mancare sono stati alcuni Paesi molto vicini a Teheran.

 

L’Iraq ha rinunciato, di fatto trasgredendo al diktat di Washington di smarcarsi dall’Iran sia economicamente sia militarmente. Gli Stati Uniti stanno infatti cercando di trarre beneficio dagli attriti nel fronte sciita iracheno fra Moqtada al-Sadr, capo dell’alleanza politica Sariyun, Hadi al-Amiri, leader del gruppo Fatah, e Aws al-Khafaji, comandante della milizia Abu Fadl Abbas e recentemente arrestato per alcune dichiarazioni critiche contro Teheran.

 

Il Libano ha deciso di boicottare l’iniziativa sia per la presenza di Israele sia per il ruolo che Hezbollah riveste nel paese dei cedri, come testimoniato dal recente incontro fra il Ministro iraniano Mohammad Javad Zarif e il leader sciita Hassan Nasrallah.

 

Anche gli esponenti dell’ANP e di Hamas (che ha bollato i partecipanti come «traditori») hanno deciso di non partecipare, rigettando a priori quell’“accordo del secolo” ideato da Jared Kushner per risolvere l’annosa questione israelo-palestinese. Infine, va registrata l’assenza della Turchia, impegnata con Iran e Russia a Sochi.

 

 

L’incontro a Sochi

 

Qui si sono incontrati i grandi esclusi di Varsavia. Il vertice si iscrive all’interno della cornice del processo di pace di Astana, la cui natura trilaterale non è mai stata seriamente scalfita, sia per veti incrociati posti dai partecipanti sia per interessi molto tiepidi da parte di attori esterni. Come evidenzia Eugenio Dacrema, l’incontro potrà sciogliere alcuni nodi del conflitto, come quelli sulla zona al confine fra Siria e Turchia e sull’area di Idlib. Per quanto riguarda il nord-est siriano, le mire espansionistiche e la volontà di smantellare le forze curde da parte di Ankara collidono con le aspirazioni di Damasco di rientrare in possesso della regione. Considerando Idlib, invece, il mancato ritiro e le offensive, anche con armi chimiche, del cartello di milizie estremiste, noto come Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ha fatto vacillare, ma non crollare, l’accordo dello scorso settembre fra Russia e Turchia che bloccava l’offensiva del governo siriano creando una zona cuscinetto. Ancora a Sochi, il Presidente russo Vladimir Putin ha ribadito la necessità di eliminare la minaccia terroristica da Idlib, definita «un focolaio di terroristi», senza però dare il via ad un’operazione militare.

 

 

San Valentino nel mondo musulmano

 

Paradossalmente questi due vertici all’insegna di tensioni e rivalità si sono tenuti in quello che in gran parte del mondo è il giorno più romantico dell’anno, la festa di San Valentino, spesso intesa nel mondo musulmano come una creazione occidentale difficilmente conciliabile con gli usi e i costumi dell’Islam. Se però ad esempio si considera l’Europa, il 90% dei giovani musulmani in Gran Bretagna festeggia San Valentino, nonostante il fascino esercitato sugli adolescenti dalle correnti islamiste nel Regno Unito. Spostandoci nei paesi a maggioranza musulmana, incontriamo il caso dell’Arabia Saudita che ha, almeno nei proclami, cercato di promuovere un’immagine più moderata. Riyadh ha così promosso la festività, come si evince dalle parole del precedente capo della polizia religiosa della Mecca, Ahmed Qassim al-Ghamdi, che ha definito San Valentino «un evento positivo». Fra i segnali di apertura si nota anche l’assenza dell’usuale divieto di vendita di gadget connessi alla festa.

 

Completamente diverso è l’approccio di altri tre stati. In Indonesia centinaia di manifestanti hanno protestato contro San Valentino, il governatorato di Aceh ha espressamente vietato ogni celebrazione e la polizia ha condotto retate in diversi luoghi. In India un’iniziativa promossa dallo stato del Gujarat nel giorno di San Valentino ha portato oltre 10.000 bambini a giurare di rispettare il volere dei propri genitori sulla scelta del partner. Infine, il Pakistan ha vietato ogni celebrazione, al punto che l’università di Faisalabad ha rinominato San Valentino “Sister’s Day”, ovvero la festa dedicata alle sorelle, per “promuovere valori locali” e “proteggere la tradizione islamica”.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

[1] Mansoor Moaddel, Ideology as Episodic Discourse: the case of Iranian revolution, «American Sociological Review», 57.3 (Giugno 1992).

[2] Elizabeth F. Thompson, Justice Interrupted. The Struggle for Constitutional Government in the Middle East, Harvard University Press, Cambridge (MA)-Londra 2013.

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