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Medio Oriente e Africa

L’Iran è ancora uno Stato rivoluzionario?

Celebrazioni per il quarantesimo anniversario della Rivoluzione a Teheran [Maysam Bizaer / Shutterstock]

A quarant’anni dalla Rivoluzione del 1979, la retorica rivoluzionaria continua a essere presente nel discorso pubblico iraniano. Eppure le mutate condizioni sociali e la prevalenza dell’interesse nazionale hanno cambiato la politica iraniana

Ultimo aggiornamento: 09/10/2020 08:57:06

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La storia dell’Iran contemporaneo è attraversata da numerose rivoluzioni la cui essenza rimane a prima vista difficile da decifrare. La natura rivoluzionaria della politica persiana, e poi iraniana, si manifesta già alla fine del XIX secolo, quando durante la cosiddetta Rivoluzione costituzionale (1905-1906) emergono nuovi attori politici e la consapevolezza di classi sociali transnazionali. Certo, l’Iran di oggi ha ereditato alcune delle sue peculiarità dal movimento costituzionale, ma la rivoluzione del 1979 rifletteva anche determinate tendenze che si stavano diffondendo su scala internazionale, come l’Islam politico e l’ideologia di sinistra. L’epocale rivoluzione del 1979 aprì la strada alla fondazione della Repubblica islamica, un sistema politico ibrido in cui l’élite politica continua a definirsi enqelabi (rivoluzionaria) per affermare la propria adesione ai principi della rivoluzione, cioè a quei valori definiti soprattutto dai radicali religiosi che negli anni Ottanta monopolizzarono la scena politica escludendo altri gruppi.

 

A quarant’anni di distanza, l’establishment politico e in particolare alcune delle sue espressioni, conservano la retorica rivoluzionaria come elemento essenziale per la salvaguardia della loro legittimità interna. Manifestazioni sponsorizzate dallo Stato in cui si scandisce “morte all’America” ricordano lo zelo e gli slogan rivoluzionari degli anni Ottanta. Ciò potrebbe indicare che la rivoluzione non sia finita, ma continui a fornire riferimenti retorici per l’azione politica. Al mutare delle condizioni nazionali e internazionali, tuttavia, la narrazione antimperialista, così come altre rivendicazioni che hanno caratterizzato la rivoluzione del 1979, ha assunto una portata e significati diversi. A livello politico sono stati introdotti nuovi paradigmi, a volte coerenti con le nuove esigenze e richieste sociali e con le necessità economiche. Non è dunque convincente affermare che l’Iran è uno Stato rivoluzionario, ovvero uno Stato in cui la rivoluzione è ancora in corso, soprattutto alla luce dell’attuale fazionalismo e dell’uso permanente del discorso rivoluzionario. Per chiarire la natura dell’attuale sistema iraniano occorre perciò indagare prima la definizione stessa di rivoluzione.

 

Una rivoluzione è intesa come un fenomeno politico o come un brusco cambiamento nell’ordine sociale. Secondo questi presupposti, una rivoluzione avviene in un preciso momento storico e definisce ciò che è stato prima e ciò che viene dopo, rappresentando dunque una cesura tra due momenti distinti. Allo stesso tempo, una rivoluzione può essere considerata come un processo a lungo termine volto a determinare un nuovo ordine politico. In questo caso, è rivoluzionario uno Stato che sta vivendo una rivoluzione e in cui gli attori politici cercano di affermare la loro visione del mondo. Che si tratti di un momento improvviso o di un processo in evoluzione, una rivoluzione ha lo scopo di trasformare il sistema politico esistente e aprire la strada a un nuovo assetto istituzionale in cui le forze post-rivoluzionarie possono competere per l’autodeterminazione. Secondo alcuni studiosi, l’Iran è uno Stato rivoluzionario perché le fazioni interne stanno ancora lottando per affermare la loro interpretazione della rivoluzione, e poiché questi gruppi continuano a richiamare i principi di Khomeini, la rivoluzione sarà considerata finita solo quando i valori rivoluzionari non saranno più simboli accettabili di solidarietà e legittimità politica. Altri studiosi, invece, sostengono che la rivoluzione è finita quando i radicali religiosi hanno istituzionalizzato la dottrina khomeinista della Velayat-e faqih (tradotto comunemente come autorità del giurisperito) e consolidato il sistema politico attraverso una “teocrazia repubblicana”.

 

La rivoluzione iraniana del 1979, riduttivamente ed erroneamente denominata islamica, fu il risultato di un lungo processo di significativi cambiamenti demografici, socioeconomici e culturali. Le politiche dello scià Mohammed Reza Pahlavi avevano alienato una popolazione in crescita, mentre l’opposizione politica fu silenziata e il dissenso costretto alla clandestinità. La società iraniana era prevalentemente agricola e analfabeta, e a causa delle distorsioni della Rivoluzione Bianca (1963), che tra le varie cose tentò di proporre una riforma della proprietà terriera, i contadini furono costretti a trasferirsi nelle città. Qui andarono a popolare le affollate e poco servite periferie urbane, dove mancavano l’elettricità e l’acqua, cominciando a maturare un senso di alienazione. L’industrializzazione pesante aveva favorito un metodo di produzione di tipo occidentale, che penalizzava i mercanti (bazaari), un ceto sociale tradizionalmente dinamico. I lavoratori stranieri sostituirono gli iraniani non qualificati nelle industrie, mentre gli artigiani e i negozianti locali subirono un notevole impoverimento, non potendo competere con la massiccia importazione di beni stranieri. D’altro canto, la crescita economica toccò solo un segmento ristretto della popolazione, e in particolare la famiglia reale e i proprietari terrieri, mentre si stima che il livello di povertà fosse al 30%, su una popolazione di allora 28 milioni di abitanti. La classe religiosa, normalmente indicata come “clero”, venne deliberatamente esclusa da quelle che erano le sue aree di competenza, come la magistratura e l’istruzione, e i loro modelli furono sostituiti da codici secolari e occidentali. Per lo scià il processo di modernizzazione coincideva infatti con quello di secolarizzazione. Per questo riabilitò la cultura preislamica e la gloria dell’antica Persia per accreditare l’identità nazionale non islamica. Ma questo discorso alienò le masse che, vista l’assenza di un’opposizione politica organizzata, iniziarono a seguire il discorso religioso, sempre più politicizzato. Per molto tempo la società iraniana aveva sofferto e contestato le interferenze esterne negli affari interni e il clero politicizzato accusò lo scià di “svendere” il Paese agli interessi imperialisti delle potenze straniere. Inoltre, il profondo divario tra l’élite politica e la società si ampliò a causa della forte repressione messa in atto dalla SAVAK, i servizi d’intelligence e la polizia segreta. Il regime mise a tacere intellettuali, studenti, studiosi, ulama, sradicò i partiti politici e perpetrò abusi contro i prigionieri. Il controllo socio-politico e la massiccia militarizzazione, tuttavia, non furono in grado né di prevedere, né poi di evitare la rivoluzione, un fatto che mostra la distanza esistente tra la dinastia regnante e la popolazione.

 

 

La retorica rivoluzionaria

 

Questa breve panoramica storica evidenzia le dimensioni socio-politiche da cui scaturì un movimento eterogeneo, che inizialmente chiedeva riforme e che ha finito per invocare una rivoluzione. Il carismatico ayatollah Ruhollah Khomeini ebbe un ruolo di primo piano nel guidare i rivoluzionari dal suo esilio, prima in Iraq e poi in Francia, con un’ideologia ibrida e composita. Il suo messaggio, semplice ma potente, riuscì a intercettare diverse esigenze sociali e a diffondersi in tutto il Paese grazie al ruolo attivo delle moschee. Lo slogan chiave nella guida della rivoluzione venne identificato nella nozione di giustizia sociale, edalat in persiano. Le masse percepivano la mancanza di giustizia a diversi livelli, dall’accesso limitato alle risorse, all’istruzione, al sistema sanitario e ai beni primari, alla mancanza di lavoro e di sicurezza abitativa e all’indipendenza nazionale. Nella sua serie di discorsi tenuti a Najaf tra il gennaio e il febbraio 1970 (poi raccolti nel famoso libro Il governo islamico), l’ayatollah Khomeini affermò: «Dobbiamo rovesciare i governi oppressivi instaurati dagli imperialisti e dare vita a un governo islamico di giustizia che sia al servizio del popolo». Questa frase combina i motivi principali della rivoluzione: la lotta contro l’imperialismo e l’ingiustizia, la creazione di un governo islamico la cui struttura – negli anni Settanta – non era ancora chiara, e la vocazione populista. In una descrizione dicotomica della società, divisa tra poveri o oppressi (mostazafan), e una ristretta élite politica fatta di oppressori (mostakbarin), la rivalsa dei primi contro i secondi era vista come un’azione legittima. Khomeini potenziò il concetto di giustizia tramite riferimenti religiosi e di sinistra, dando vita a una dottrina inclusiva, capace di assorbire diversi paradigmi. Il sollevamento della popolazione iraniana contro il regime oppressivo dello scià richiamava il sacrificio dell’imam Hussain a Karbala e allo stesso tempo assomigliava alla lotta di classe in termini marxisti. Il concetto di giustizia diventò quindi un potente slogan di emancipazione, anche se non rivelava un’agenda politica specifica. Altri elementi della narrazione rivoluzionaria erano la richiesta di libertà delle popolazioni oppresse, la riduzione della povertà, il miglioramento del tenore di vita dei cittadini, la redistribuzione di beni e servizi e il rafforzamento dei valori islamici. Questi slogan erano i vari componenti del discorso populista che intendeva rivolgersi alla maggior parte degli iraniani degli anni Settanta, ovvero i poveri, i subalterni, le “masse sfruttate”, coloro che non solo parteciparono alla rivoluzione ma crearono anche la base del sostegno al nuovo progetto politico.

 

La ricerca dell’indipendenza nazionale venne declinata attraverso lo slogan dell’autosufficienza, ovvero la capacità di provvedere a tutte le esigenze economiche senza affidarsi ad attori esterni. Il sentimento comune di espropriazione fu a lungo associato all’ingerenza straniera, iniziata già nel XIX secolo con la rivalità russo-britannica in Persia e in Asia centrale, per passare poi allo sfruttamento straniero dell’industria petrolifera iraniana, fino al coinvolgimento britannico e americano nel colpo di Stato che rovesciò il primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq. A questo proposito, uno degli slogan più famosi diffusi all’indomani della rivoluzione fu: «Né Est, né Ovest, solo la Repubblica islamica». Quest’affermazione implicava sia il rifiuto dell’imperialismo occidentale che dell’adesione a uno dei due blocchi o sistemi ideologici in competizione durante la Guerra Fredda. La Repubblica islamica, nata con un referendum nazionale nel marzo 1979, dopo la caduta dell’ultimo scià Pahlavi e il ritorno di Khomeini nel Paese, voleva affermare la sua indipendenza politica, culturale ed economica. Anche per questo motivo la politica estera fu inizialmente guidata da slogan ideologici e la rivoluzione sembrava in corso. Alcuni gruppi politici chiedevano di “esportare la rivoluzione”, un motto che incarnava lo zelo ideologico della neonata repubblica. Questa narrazione venne percepita come una minaccia esistenziale da parte dei Paesi arabi vicini, preoccupati di una possibile rivolta delle loro comunità sciite. In linea con i propri principi ideologici, l’Iran assunse quindi una posizione aggressiva, che ne determinò l’isolamento internazionale e in alcuni casi la sua demonizzazione. Il congelamento delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, il sostegno iraniano alle milizie di ispirazione religiosa della regione, come il gruppo libanese Hezbollah o quello palestinese Hamas, hanno diffuso la percezione della Repubblica islamica come un Paese irrazionale, guidato dall’ideologia,  e la cui rivoluzione ispirava sia la proiezione regionale che le relazioni estere.

 

 

Una nuova classe politica

 

La rivoluzione iraniana ha dato vita a un sistema politico inedito, in cui convivono non senza problemi autorità religiose e autorità repubblicane. La sua struttura ibrida combina istituzioni rappresentative, come il parlamento e la presidenza della Repubblica, incaricate del potere legislativo e di quello esecutivo, e istituzioni non elettive di supervisione religiosa, come la magistratura e il Consiglio dei Guardiani della Costituzione che dipendono dall’autorità divina della Guida Suprema (rahbar). Questo sistema, che integra due autorità distinte nel processo decisionale, si consolidò negli anni Ottanta e Novanta. I principi rivoluzionari, come l’autosufficienza, l’antimperialismo, l’islamismo, la lotta contro l’ingiustizia e la povertà, sono rimasti elementi essenziali nel discorso di un establishment politico intento a mantenere lo status quo. A sostegno delle promesse rivoluzionarie, già a partire dagli anni Ottanta, la Repubblica islamica aveva sviluppato un sistema di welfare per migliorare la vita della popolazione e di conseguenza ottenere il sostegno popolare di quelle categorie sociali a cui il clero politicizzato si era rivolto  durante la rivoluzione. Furono distribuiti sussidi per i beni di prima necessità; l’accesso all’istruzione secondaria e al sistema sanitario fu garantito in tutto il Paese, incluse le aree rurali, che insieme alle aree suburbane furono dotate di elettricità, acqua potabile, frigoriferi. L’universalizzazione di beni e servizi rifletteva la vocazione populista della rivoluzione. Di conseguenza, la riduzione della povertà portò all’emergere di una classe media istruita, le cui esigenze non erano più il cibo e l’istruzione, ma piuttosto il lavoro, le opportunità, la liberalizzazione e lo sviluppo economico.

 

La significativa crescita demografica e i cambiamenti generazionali modificarono le esigenze sociali e pertanto l’agenda politica, che non fu più finalizzata a soddisfare i ceti inferiori, ma la nuova classe media. Nei discorsi pubblici emerse un nuovo linguaggio politico, mentre gli slogan rivoluzionari rappresentavano la roccaforte di uno specifico gruppo politico che mirava a mantenere lo status quo e a evitare qualsiasi cambiamento potenzialmente dannoso per la sua posizione. Le forze socio-politiche che tentavano di sfidare le fazioni conservatrici venivano facilmente accusate di essere antirivoluzionarie e quindi nemiche del nezam, sistema politico. È utile ricordare che nessuna delle fazioni politiche ha mai rifiutato la retorica della rivoluzione, ma mentre alcune l’hanno usata per consolidare il proprio potere, altre hanno introdotto nuovi paradigmi per muoversi verso forme di “post-islamismo”. Questo indica come gli slogan rivoluzionari fossero semplicemente confinati ai loro significati retorici e usati come strumento nella competizione dialettica tra fazioni. Al contrario, le decisioni politiche rispondevano gradualmente a esigenze pragmatiche ed erano meno dipendenti da imperativi ideologici. L’agenda politica si basò quasi immediatamente sull’interesse nazionale, e fu quindi guidata da un approccio più pragmatico.

 

All’inizio degli anni Novanta si sono verificati cambiamenti fondamentali. L’esplosione del fazionalismo interno dopo la morte di Khomeini, il cui carisma aveva ridotto le divergenze interne al clero politicizzato, diede avvio a un incessante dibattito su come attuare i principi rivoluzionari. A livello retorico, una parte delle élite politiche iniziò ad affrontare temi come lo sviluppo, gli investimenti esteri, la privatizzazione delle industrie statali e una politica estera basata sul dialogo e sulla moderazione. Una politica estera moderata nei toni e un minor controllo statale sull’economia rimpiazzarono l’autosufficienza e la lotta contro l’imperialismo come motori ideologici, nonostante questi slogan siano rimasti riferimenti costanti dei conservatori. L’Iran migliorò i suoi rapporti con i Paesi europei e con le monarchie arabe e la diplomazia sostituì la volontà di esportare la rivoluzione, in particolare durante le presidenze pragmatico-riformiste di Hashemi Rafsanjani e di Mohammad Khatami. Gli ideali rivoluzionari sembravano superati dalle esigenze materiali, specchio di una società sempre in crescita, e dalla necessità di ricostruire infrastrutture, industria ed economia dopo la lunga guerra contro l’Iraq. Anche le nomenclature politiche riflettono il passaggio da una posizione ideologica a una pragmatica. Nomi come “Seguaci dell’Imam”, “Chierici militanti”, “Clero combattente”, sono stati sostituiti da “Costruttori”, “Fronte della partecipazione”, “Fronte di stabilità”, solo per citarne alcuni. Queste etichette mostravano un linguaggio politico inedito che voleva esprimere una nuova dimensione dello spettro politico. Parole come costruzione, sviluppo, speranza, stabilità mostravano uno Stato consolidato che puntava a crescere. Certo, emersero anche gruppi politici che richiamavano ai valori rivoluzionari, come gli Usulgarayan, seguaci dei principi, o Fronte della resistenza, ma spesso questi termini erano utilizzati per screditare la legittimità politica della controparte e riflettevano quindi la competizione tra élite.

 

Si può quindi sostenere che l’istituzionalizzazione del radicalismo religioso avvenuta negli anni Ottanta diede vita a un sistema politico stabile basato su principi precisi e valori condivisi. La rivoluzione fu quindi costituzionalizzata e non ci fu bisogno di rinegoziare questi valori, radicati e condivisi da tutta l’establishment post-rivoluzionario. Alla morte di Khomeini nel 1989, diversi gruppi iniziarono a sostenere una differente applicazione dei valori rivoluzionari. Emersero fratture interne all’establishment post-rivoluzionario, in particolar modo tra coloro che erano più inclini a mantenere l’ortodossia dei principi rivoluzionari, soprattutto perché questi ultimi convalidavano la loro posizione politica, e coloro che cercavano di superare quei principi coniugandoli con le nuove necessità. Nel complesso, tutte le fazioni agirono razionalmente per mantenere lo status quo, a volte utilizzando il discorso rivoluzionario, altre cercando di inserire nuovi paradigmi all’interno del sistema esistente. Mentre una reale opposizione non aveva canali per esprimere la propria voce, alle varie fazioni post-rivoluzionarie fu concesso un certo grado di competizione e dialettica.

 

Secondo molti, la morte di Khomeini determinò la fine della rivoluzione e l’inizio della lotta post-rivoluzionaria tra le seconde generazioni. Altri, invece, affermano la continuità della rivoluzione, dal momento che tutte le forze politiche persistono nel fare riferimento ai principi Khomeinisti per rivendicare legittimità. I conservatori si affidavano maggiormente all’ortodossia rivoluzionaria, facendo coincidere lo status quo con la loro posizione. Una parte di questo gruppo si orientò verso un atteggiamento più pragmatico, incoraggiando una politica estera moderata, in grado di aprirsi agli investimenti esteri, avviare la privatizzazione e lo sviluppo industriale. Altre fazioni, come i riformisti, si rivolsero alla nuova classe media e istruita urbana, studenti universitari che non avevano vissuto la rivoluzione ed erano cresciuti con riferimenti culturali e intellettuali diversi. I riformisti promuovevano una maggiore partecipazione popolare e un sistema politico più inclusivo. I cosiddetti ultraradicali, invece, preferivano mantenere l’ostilità con l’Occidente per beneficiare di un sistema chiuso e preservare l’identità rivoluzionaria della Repubblica. Gli ultraradicali rivendicano l’autosufficienza, l’antimperialismo e l’ostilità verso gli Stati Uniti anche per screditare la controparte politica, come è emerso nel dibattito interno sul Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), firmato nel luglio 2015, quando i principi rivoluzionari vennero strumentalmente utilizzati per accusare l’esecutivo e la posizione di Rouhani.

 

Un’altra caratteristica importante è il target sociale a cui si rivolge la politica iraniana. Nei quarant’anni successivi alla rivoluzione, esso è cambiato a causa della riduzione della povertà e dell’ampia fornitura di servizi. Sebbene il sistema di welfare abbia migliorato le condizioni di vita dei cittadini, le diseguaglianze sociali persistono. Le famiglie a basso reddito, i disoccupati, i lavoratori, i poveri delle aree urbane, furono il primo obiettivo dei conservatori, che assistevano queste categorie tramite fondazioni religiose, enti di beneficenza e attraverso i volontari Basij. Oggi questi segmenti della società iraniana si lamentano delle promesse non mantenute della rivoluzione, dal momento che, anche se il loro tenore di vita è migliorato, prevale la percezione di una distribuzione iniqua della ricchezza. Già negli anni Novanta, i poveri delle aree urbane protestavano contro le difficoltà economiche, diverse categorie di lavoratori accusavano la precarietà del lavoro, mentre le privatizzazioni aumentavano la ricchezza economica degli attori legati al settore statale e agli apparti militari. Ancora oggi hanno luogo ricorrenti proteste popolari contro la riduzione dei sussidi, l’alto costo della vita e degli alloggi, la disoccupazione -soprattutto giovanile e femminile- e i ritardi nei pagamenti. Ma motivo di malcontento sociale sono anche le più recenti problematiche ambientali, come la scarsità d’acqua e l’inquinamento atmosferico, che in alcune zone del Paese hanno un impatto non trascurabile sulla vita della popolazione. Quei gruppi sociali che originariamente costituivano la base del consenso popolare all’élite tradizionali sembrano non essere più essenziali nel conferire loro legittimità politica. Gli apparati militari, invece, sempre più innervati nel sistema politico-economico iraniano, garantiscono la continuità del sistema e sostengono i gruppi conservatori e neoconservatori.

 

 

Il ruolo di Ahmadinejad e Khamenei

 

Alla luce di questa riflessione, è interessante citare la controversa figura di Mahmud Ahmadinejad, che a sorpresa divenne presidente della Repubblica nel 2005. Ahmadinejad si rivolse alle famiglie a basso reddito, a quelle che vivevano nelle zone periferiche del Paese e nei villaggi più remoti, facendo rivivere i principi ideologici della rivoluzione, la sfida radicale allo status quo e adottando una postura ideologica che sostituì la fase di pragmatismo e moderazione iniziata un decennio prima. La sua roboante retorica sulla riduzione della povertà, la lotta alla corruzione e l’antimperialismo indussero gli osservatori a pensare che l’Iran fosse ancora uno Stato rivoluzionario e che la rivoluzione non fosse ancora finita. Questa ipotesi, tuttavia, deriva da una lettura superficiale della presidenza di Ahmandienjad che si limita ad osservare solo i suoi aspetti retorici. Ahmadinejad non aveva credenziali religiose e rivoluzionarie, quindi richiamò all’ideologia rivoluzionaria prima di tutto per assicurarsi alleati e sostegno politico. In secondo luogo, dopo aver raggiunto l’apice del potere, Ahmadinejad sfidò lo status quo attraverso l’utilizzo del discorso rivoluzionario. Mentre rivendicava la necessità di tornare alle “radici della rivoluzione” e di combattere la corruzione politica, Ahmadinejad contestava l’establishment, e lo considerava responsabile del mancato raggiungimento degli obiettivi della rivoluzione. L’ex presidente della Repubblica usò così la retorica rivoluzionaria per accusare gli avversari e, di conseguenza, i conservatori si sentirono minacciati dalla sua posizione. Oggi Ahmadinejad si presenta come un leader populista che si rivolge ancora a quel segmento sociale disilluso, pur essendo privo di forti alleati politici.

 

Infine, qualche parola va spesa per Ali Khamenei, la Guida Suprema, che nei suoi discorsi richiama sempre i valori rivoluzionari. Khamenei fa parte della vecchia guardia dei conservatori tradizionali che hanno partecipato alla rivoluzione, contribuito alla fondazione della repubblica e ne hanno assicurato il consolidamento. Il rahbar ha preservato i valori rivoluzionari nella sua retorica politica, anche se gradualmente ha mostrato un atteggiamento pragmatico capace di superare i limiti imposti dalla rigidità dell’ideologia rivoluzionaria. Ad esempio, la necessità di rilanciare l’economia nazionale e di riabilitare il Paese sui mercati internazionali lo hanno portato ad accettare (e indirettamente favorire) la firma del JCPOA nel 2015. Se a livello retorico Khamenei è rimasto diffidente nei confronti degli Stati Uniti, soprattutto dopo il loro ritiro unilaterale dall’accordo nel maggio 2017, ha anche mantenuto una postura moderata per evitare la polarizzazione interna e per bilanciare l’impeto accusatorio degli ultraradicali contro il presidente in carica Rouhani. Nonostante l’appello all’autosufficienza, l’Iran è consapevole di dover rilanciare e diversificare la propria economia, esportare il suo petrolio, investire in macchinari all’avanguardia, e quindi evitare un atteggiamento conflittuale nei confronti dell’Occidente.

 

 

Conclusioni

 

I principi rivoluzionari continuano a essere elementi importanti nel linguaggio politico della Repubblica islamica, anche se, in pratica, nell’agenda politica l’idealismo è stato sostituito da un pragmatismo più funzionale all’interesse nazionale. Come tendenza generale, la Repubblica islamica ha abbandonato gli eccessi e gli imperativi della rivoluzione per attuare politiche più urgenti e pragmatiche. Oltretutto, una volta istituzionalizzata la dottrina Khomeinista, diversi gruppi hanno avviato una lotta incessante per affermare la loro interpretazione dell’ideologia rivoluzionaria. Questa dialettica politica mette in evidenza una competizione per il potere tra le élite post-rivoluzionarie più che una lotta per la definizione di un nuovo ordine politico. Il fazionalismo attuale, infatti, non rende l’Iran uno Stato rivoluzionario, piuttosto riflette il concetto costituzionalizzato di maslahat (traducibile come “interesse”), che permette un dibattito plurale sulla messa in atto dei principi rivoluzionari.

 

La trasformazione da uno Stato rivoluzionario a uno consolidato è avvenuta a diversi livelli. A livello politico, la maggior parte dell’attuale élite rappresenta la cosiddetta seconda generazione, formata da tecnocrati con un background nell’apparato militare e che hanno partecipato alla guerra Iran-Iraq. La loro priorità è garantire la sicurezza nazionale e rafforzare il nazionalismo iraniano. Questa seconda generazione sta sostituendo la precedente generazione di conservatori e il clero tradizionale (non quello quietista, ma quello rivoluzionario), che a sua volta si era spostato verso posizioni più pragmatiche e moderate, ad eccezione di alcuni ayatollah di spicco che continuano a sostenere l’attuazione ortodossa dei valori rivoluzionari. Il numero dei chierici in Parlamento si è gradualmente ridotto rispetto a quello degli anni Ottanta. Ciò significa che il radicalismo religioso ha gradualmente lasciato spazio al militarismo nazionalista. Oggi è soprattutto l’apparato militare a guidare e determinare le traiettorie di politica estera e i rapporti di potere interni. Sul piano economico, le misure anti liberomercato e il controllo statale sull’economia, sulle industrie e sulle banche rispecchiavano i dettami rivoluzionari, ma si sono rivelati inefficienti a causa di una scarsa produzione interna, l’isolamento internazionale e la crescita demografica. Di conseguenza, il modello economico ha subito un notevole cambiamento abbracciando politiche neoliberali volte, tra le altre cose, alla privatizzazione delle industrie statali. Questa politica economica ha fatto aumentare la crescita e i consumi, ma non ha saputo contenere la disuguaglianza e le disparità sociali. Allo stesso tempo, non ha mai permesso una leale concorrenza economica tra gli enti privati e le imprese statali. L’utopia rivoluzionaria, fondata su slogan populisti che invocano l’uguaglianza e la giustizia sociale, ha rivelato i suoi limiti, mentre l’élite post-rivoluzionaria si è orientata verso la crescita, i consumi e i bisogni materiali, a scapito di una forma inclusiva di sviluppo economico. Per esempio, le privatizzazioni hanno aumentato l’insicurezza lavorativa, e la crescita economica e lo sviluppo non hanno avuto la stessa diffusione in tutto il Paese. La disoccupazione tra i giovani istruiti, inoltre, è una delle principali contraddizioni della universalizzazione dell’istruzione degli anni Ottanta e Novanta, alla quale non è seguita una specifica politica occupazionale. Infine, sul piano sociale, l’ideologia rivoluzionaria non è più un fattore di solidarietà sociale. La maggior parte della popolazione ha meno di 30 anni, il che significa che non ha vissuto la rivoluzione, non ne vede i principi come riferimenti culturali, intellettuali o politici. La gioventù iraniana è molto istruita, non è cresciuta con lo scontro ideologico degli anni Settanta, non ha vissuto la guerra Iran-Iraq, e quindi cerca riferimenti diversi da quelli delle generazioni precedenti. I paradigmi rivoluzionari risultano slogan vuoti per questa giovane generazione che chiede eque opportunità e un governo responsabile. 

 

Per concludere, l’Iran non è più uno Stato rivoluzionario, ma l’élite politica è riuscita a preservarne l’apparenza rivoluzionaria, a volte per la competizione interna, altre per proteggere le sue ambizioni in politica estera. 

 

 

Testo tradotto dall'originale inglese. 
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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