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Religione e società

L’Islam turco in Europa: attivismo politico e conflitti interni

Due donne mostrano un poster di Erdoğan in occasione della sua visita a Colonia per l’apertura della nuova moschea, 2018 [©Markus Schnabel / Shutterstock.com]

Da quando l’AKP ha preso il potere in Turchia, la presidenza degli Affari religiosi di Ankara è diventata allo stesso tempo uno strumento di influenza politica e un interlocutore privilegiato degli Stati europei

Ultimo aggiornamento: 15/07/2019 13:35:39

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A partire dagli anni ’90, coloro che in Europa si identificano come “turchi” o che sono identificati come tali dall’opinione pubblica (non sempre si tratta degli stessi individui o gruppi) sono diventati più visibili, non solo fisicamente attraverso moschee e associazioni, ma anche socio-politicamente, attraverso un attivismo chiaramente identificabile e un entrismo talvolta preoccupante. Così, dal momento in cui l’Islam politico è salito al potere in Turchia nel 2002, e ancora di più da quando nel 2010 ha iniziato a controllarne tutte le leve, “l’Islam turco” cerca di svolgere il ruolo di “leader” dei musulmani europei, attraverso mezzi diversi e contraddittori, ma sempre saldamente collegati alle questioni interne turche. Quanto accade in Turchia a livello politico, sociologico o identitario influisce direttamente sulle periferie di Colonia, Strasburgo, Bruxelles o Amsterdam, così come sulle regioni della Grecia, della Bulgaria e del Kosovo in cui si trovano delle minoranze. Quest’articolo cercherà innanzitutto di chiarire alcuni concetti e stereotipi che riguardano il tema dei “turchi in Europa”, quindi analizzerà gli attori e i promotori dell’Islam turco in Europa occidentale e orientale per poi terminare con un approfondimento sul conflitto in corso tra “l’Islam ufficiale” e il movimento Gülen.

 

 

Chi sono in turchi che vivono in Europa

 

Quando si analizza l’Islam turco in Europa, bisogna prima di tutto chiarire il contesto geografico e, di conseguenza, quello storico e politico a cui ci riferiamo. L’Islam turco in Europa assume infatti significati diversi a seconda delle diverse zone del continente. Possiamo così distinguere principalmente tre tipi di comunità.

 

In Europa occidentale, specialmente in Germania, Austria, Francia, Svizzera, Belgio e Olanda, i turchi sono soprattutto immigrati o discendenti di immigrati nati in questi Paesi. Il loro attaccamento alla Turchia è riconducile sia al nazionalismo che alla religione. Sono organizzati e controllati dalle autorità turche, sono fedeli agli interessi della Turchia e costituiscono perciò una diaspora o, almeno, presentano riflessi e comportamenti di una diaspora. L’autorità centrale turca li vede allo stesso tempo come una comunità che rischia l’assimilazione e come una potenziale lobby che opera a favore della Turchia. Soprattutto le generazioni che sono nate, cresciute, sono state educate e socializzate in questi Paesi occidentali sono oggetto di politiche specifiche sia da parte degli Stati “ospitanti”, che hanno lo scopo di integrarli, sia della madrepatria, che vuole mantenere o ricostruire la loro lealtà alla Turchia. Formano un gruppo ampio e variegato, stimato tra i quattro e i cinque milioni di individui.

 

In Europa orientale, soprattutto nei Paesi balcanici, le minoranze turche sono un’eredità dell’Impero ottomano, e si trovano principalmente in Bulgaria (circa un milione), Grecia (circa 150.000) e più marginalmente in altre zone dell’ex-Jugoslavia, come Kosovo, Macedonia e Montenegro. A partire dagli anni ’90, queste minoranze sono tornate a essere oggetto dell’attenzione turca e, dal 2010, di una politica aggressiva, nel contesto del neo-ottomanesimo superficialmente sviluppato da Ankara.

 

Anche le popolazioni musulmane non turche, discendenti da altri gruppi di immigrati in Europa occidentale e membri di minoranze o maggioranze musulmane nei Balcani, sono obiettivi dell’Islam turco. La Turchia vuole infatti diventare lo sponsor dell’Islam sunnita in Europa, attraverso tentativi di costruzione di modelli specifici e un attivismo politico e identitario, ma anche mediante il finanziamento di progetti islamici (principalmente moschee e scuole). Per queste ragioni, non è più possibile ridurre l’Islam turco ai soli “turchi”.

 

In Europa occidentale, quanti sono percepiti come turchi non sempre sono etnicamente tali e coloro che invece sono etnicamente e linguisticamente turchi non sempre sono musulmani sunniti

Il secondo punto da chiarire riguarda proprio la definizione di “turchi”. In Europa occidentale, quanti sono percepiti come turchi non sempre sono etnicamente tali e coloro che invece sono etnicamente e linguisticamente turchi non sempre sono musulmani sunniti. Bisogna infatti considerare che i curdi, la più grande minoranza etno-linguistica della Turchia, sono ampiamente presenti anche nella diaspora, non solo perché hanno partecipato ai flussi dell’emigrazione economica degli anni ’60 e ’70 verso i Paesi precedentemente citati, ma anche perché, soprattutto dopo gli anni ’80 e durante tutti gli anni ’90 e 2000, un gran numero di loro è fuggito dalle politiche repressive turche trovando asilo nei Paesi scandinavi, nel Regno Unito e, di nuovo, nei Paesi di tradizionale immigrazione come la Germania e la Francia. Trattandosi di cittadini turchi, è difficile stimare la loro proporzione nella diaspora ma, a seconda del Paese, è verosimile che tra il 10 e il 15 per cento dei “turchi” non siano etnicamente tali e, di conseguenza, non rientrano nell’ambito delle politiche di inquadramento islamico della Repubblica Turca. Inoltre, anche la più grande minoranza religiosa turca, gli aleviti, seguaci secondo alcuni di un Islam eterodosso, o di una religione sincretica secondo altri, è presente nella diaspora in percentuali simili. Sicuramente essi non rientrano nella sfera dell’“Islam turco” dal momento che, oltre a non seguire i precetti islamici classici (frequentazione della moschea, velo, Ramadan, ecc.), in molti Paesi europei, come la Germania o l’Austria, formano associazioni che sono riconosciute separatamente dalle altre organizzazioni religiose “turche”. Infine, bisognerebbe aggiungere che in Europa occidentale non solo non tutti i turchi sono cittadini della Turchia, ma ci sono anche molti cittadini turchi che non sono musulmani, come gli armeni in Francia, Grecia e Regno Unito, gli ebrei in Francia e Belgio o i cristiani siriaci e caldei in Svezia.

 

Al contrario, nei territori ex-ottomani, l’identità turca è assimilata a quella musulmana. Per esempio, in Grecia e Bulgaria, i pomacchi di lingua slava e i rom musulmani sono inclusi nelle minoranze musulmane, riconosciuti come tali, ma percepiti come “turchi” dalla Turchia. Inoltre, anche se i musulmani albanesi e bosniaci non sono visti come “turchi” dalle autorità turche, le politiche culturali islamiche e i discorsi sul controllo dell’identità da parte di Ankara includono anche loro.

 

Un’ultima precisazione riguarda la qualifica di “musulmano”. Anche dopo aver decostruito la categoria dei “turchi”, rimane che la maggioranza dei turchi che vive in Europa occidentale è musulmana. Tuttavia, quest’identità musulmana non riguarda le stesse realtà sociali. Come in Turchia, porzioni consistenti delle minoranze turche che vivono in Europa occidentale sono fortemente laiche, non seguono i precetti visibili dell’Islam o aderiscono solo ai suoi aspetti culturali e festivi. Pertanto, questi turchi possono essere considerati “musulmani” solo al livello dell’appartenenza percepita e non di quella comportamentale. Ciononostante, le politiche di inquadramento di Ankara, attuate per collegare o ricollegare le generazioni nate in Europa occidentale alla “madrepatria”, si rivolgono anche a questi segmenti laici di minoranze turche in Europa occidentale. È vero che, in una certa misura, i figli dei turchi laici possono essere islamizzati, in un processo di ricerca identitaria. Tuttavia, è vero anche l’opposto, ossia che una parte dei bambini nati in Europa occidentale da famiglie conservatrici opta per una sorta di “uscita dalla religione”, per usare l’espressione di Marcel Gauchet[1], non nel senso di un sentimento antireligioso ma nel senso di una folklorizzazione di comportamenti precedentemente religiosi.

 

 

Attori e promotori dell’Islam turco

 

Gli attori e promotori dell’Islam turco in Europa possono essere divisi in due diverse categorie fortemente interconnesse: quelli esterni (dalla Turchia) e quelli interni (le minoranze).

 

Il principale apparato ideologico della Repubblica turca è senza dubbio la Presidenza degli Affari Religiosi (Diyanet). Fondata nel 1924, quest’istituzione pubblica ha fatto da cinghia di trasmissione delle politiche centralizzatrici dello Stato, principalmente nel processo di costruzione della nazione. Dopo il colpo di Stato militare del 1980, sia il raggio d’azione che le attività della Diyanet sono cresciuti. Non solo la Diyanet è diventata una delle principali istituzioni nell’organizzazione della diaspora, ma i suoi interventi hanno di gran lunga superato i soli affari religiosi. Durante gli anni ’80 e ’90, la Diyanet è stato il principale strumento turco di lotta contro l’Islam politico in Europa. Tuttavia, dagli anni 2000, poiché lo stesso Islam politico ha preso e monopolizzato il potere all’interno della Turchia, il discorso della Diyanet ha cambiato di segno, diventando il megafono dell’AKP in Europa, in quanto strumento identitario e politico. Non solo le moschee dipendenti dalla Diyanet in Europa occidentale hanno radunato i turchi fedeli all’identità e allo Stato turco intorno ad attività religiose, linguistiche, culturali e, soprattutto, nazionaliste, ma quest’istituzione è diventata anche uno dei principali interlocutori degli Stati europei occidentali preoccupati dalla gestione dell’Islam europeo. Ci troviamo così di fronte a un difficile paradosso: da una parte, Paesi come l’Olanda, la Francia o la Germania manifestano un evidente disagio di fronte agli imam inviati e pagati dalla Turchia, che sono al servizio delle autorità turche perché fedeli alla voce del loro padrone; dall’altra, molti Paesi occidentali, non essendo riusciti a costruire organizzazioni islamiche locali svincolate dalla “madrepatria”, preferiscono continuare a trattare con la Turchia in modo da mantenere un controllo sull’Islam.

 

Le autorità turche hanno capito che nel prossimo futuro, gli Stati europei occidentali non accetteranno imam mandati dalla Turchia, preferendo reclutarli tra i turchi che vivono in Europa e seguono i valori europei

Questo approccio securitario, che non considera i musulmani europei come cittadini ma come stranieri potenzialmente pericolosi, è efficacemente strumentalizzato dalle autorità turche, che vogliono mantenere un ruolo di primo piano nella promozione dell’identità turca e nell’Islam in Europa. Lo dimostrano i recenti sviluppi del “Programma Teologico Internazionale”. Le autorità turche hanno capito che nel prossimo futuro, gli Stati europei occidentali non accetteranno imam mandati dalla Turchia (ha già iniziato l’Austria nel 2017), preferendo reclutarli tra i turchi che vivono in Europa e conoscono e seguono i valori e lo stile di vita europei. Per scongiurare questo pericolo, è stato lanciato un “Programma di Teologia Internazionale”, con lo scopo di identificare giovani turchi dell’Europa occidentale, fedeli alla Turchia e sufficientemente musulmani, formarli a Strasburgo in Francia, e a Istanbul e Ankara in Turchia, per poi rimandarli nei rispettivi Paesi come dipendenti pubblici turchi[2]. Il programma di Strasburgo non ha funzionato ed è attualmente chiuso, ma più in generale il problema sembra essere che nessuno di questi giovani euro-turchi vuole essere imam dopo essersi laureato.

 

Nei Balcani le cose sono diverse: la Diyanet non solo è al servizio dei Turchi ma, insieme alla Fondazione Yunus Emre e all’Agenzia turca di Cooperazione e Coordinamento (TIKA), è uno dei tre apparati statali con cui la Turchia esercita una nuova forma di soft power (talvolta molto poco soft) nella regione. Secondo alcuni osservatori, in Paesi come la Macedonia, l’Albania, il Kosovo o persino la Bosnia-Erzegovina la Diyanet sta diventando una diplomazia parallela[3].

 

Da quando l’AKP ha consolidato il proprio potere in Turchia, la Diyanet è diventato il braccio indiscusso dell’autorità centrale turca in Europa[4]. Soprattutto, essa ha aumentato la visibilità dell’“Islam Turco”, costruendo moschee ovunque (non solo in Europa, ma anche in Asia centrale o nelle Filippine), con l’aiuto della TIKA. La moschea di Cambridge in Europa occidentale e le moschee di Tirana, Skopje o Olovo nei Balcani costituiscono esempi emblematici in questo senso[5]. Un’altra manifestazione della monopolizzazione e turchizzazione dell’Islam europeo è rappresentata dall’entusiasmo con cui copie del Corano vengono pubblicate e distribuite in tutta Europa in 28 lingue diverse, oltre che dalla fornitura di sostegni educativi e materiali per gli imam[6]. Si potrebbe aggiungere che il Concilio Francese del Culto Musulmano, l’associazione interetnica che fa da ombrello all’Islam di Francia, è guidata dal 2019 da Ahmet Ogras, un uomo d’affari turco, vicino alla Diyanet e alle autorità turche. Il Presidente francese Emmanuel Macron ha infatti espresso la volontà di riorganizzare completamente l’Islam francese e la Turchia non vuole rischiare di perdere del tutto il controllo su di esso.

 

Tuttavia, nonostante il fatto che la Diyanet stia monopolizzando la scena islamica turca (e non solo) in Europa, continuano ad essere presenti anche altre storiche organizzazioni. La principale fra queste è Millî Görüş (Prospettiva Nazionale), considerata, tra gli anni ’70 e la fine degli anni ’90, come l’opposizione islamica a un Islam ufficiale rappresentato dalla Diyanet e dal suo organo esterno DITIB (Diyanet İşleri Türk İslam Birliği)[7]Nonostante la Diyanet stia monopolizzando la scena islamica turca in Europa, continuano ad essere presenti anche altre storiche organizzazioni Il termine Millî Görüş è apparso nel 1975 come titolo di un libro scritto dal leader storico dell’Islam politico in Turchia, Necmettin Erbakan. Visto che l’Islam politico è stato parzialmente represso in Turchia, il movimento si è rapidamente organizzato nella diaspora, soprattutto in Germania tra gli immigrati turchi, con il nome di Islamische Gemeinschaft Millî Görüş[8]. Dagli anni ’80, il movimento si è istituzionalizzato in tutti i Paesi europei. Inaspettatamente, nel 2000 Millî Görüş ha difeso la sua autonomia rispetto alla Diyanet, rinunciando a fondersi nel più vasto Islam ufficiale. Peraltro, la maggior parte dei funzionari dell’AKP sono proprio ex-militanti di Millî Görüş. Il movimento è forte soprattutto in Germania e Francia, dove, a Strasburgo, sta costruendo una monumentale moschea turca.

 

Sono presenti anche altre organizzazioni islamiche più marginali, come le confraternite sufi storiche (Süleymancı, Nakşibendi) o i movimenti politici (Ülkücü, di estrema destra), ma il loro attivismo è più discreto. Infatti, se Millî Görüş e la Diyanet hanno un approccio marcatamente missionario, almeno verso i turchi che vivono in Europa, le confraternite sono più presenti nei circoli famigliari e clanici e reclutano tra questi piccole “nicchie di mercato”.

 

 

Il conflitto con i seguaci di Gülen

 

Non è facile definire la natura esatta del movimento Gülen, considerato, a seconda dell’osservatore, un movimento caritatevole volontario, un movimento occulto ed esoterico simile all’Opus Dei, un aggiornamento dell’Islam, un’alleanza politica e religiosa che mira a dominare il mondo, uno Stato parallelo in Turchia o semplicemente un’organizzazione terroristica[9].

 

È stato un imam della Diyanet, Fetullah Gülen, a dare avvio al “movimento” negli anni ’70, seguendo la dottrina della confraternita Nurcu[10]. Durante gli anni ’80 e soprattutto ’90, il movimento ha suscitato reazioni paradossali da parte del governo turco. Mentre i suoi attivisti erano considerati potenzialmente pericolosi all’interno della Turchia, governi con orientamenti molto diversi hanno sostenuto le loro scuole e altre attività “culturali” fuori dalla Turchia, principalmente in Asia Centrale e nei Balcani. Quando l’AKP è andato al governo nel 2002, tra il nuovo potere e la confraternita è nata una collaborazione disuguale. Mentre l’AKP faceva ampiamente uso dei media e della rete del movimento Gülen, quest’ultimo ha potuto infiltrarsi in tutti i servizi pubblici e i ministeri grazie al sostegno dei funzionari dell’AKP e dei membri precedentemente infiltrati, anche truccando apertamente le procedure d’esame. Questa cooperazione ha raggiunto il culmine durante il secondo mandato dell’AKP, tra il 2007 e il 2012. In questo periodo, a essere parzialmente controllate dai seguaci di Gülen non erano solo l’istruzione, le forze di polizia e la giustizia. Anche l’esercito, la storica istituzione kemalista e laicista del Paese, è stato epurato attraverso i processi Ergenekon e Sledgehammer, nei quali sono stati coinvolti allo stesso tempo ex-criminali dello “Stato profondo” e ufficiali dell’esercito[11]. La rivalità tra l’AKP e il movimento Gülen si è trasformata in un conflitto aperto a partire dal 2013 La rivalità tra l’AKP, che ha consolidato il suo potere dopo il referendum del 2010, e il movimento Gülen, che ha iniziato a reclamare sempre più spazio, si è trasformata in un conflitto aperto a partire dal 2013. Tra il 2013 e il 2016 l’AKP ha provato a “ripulire” i servizi pubblici dagli individui sospettati di essere vicini al movimento Gülen e, di riflesso, da tutti gli oppositori di qualsiasi appartenenza politica. Il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio del 2016, miseramente fallito, ha rappresentato un punto di non ritorno. Da quel momento è iniziata una caccia alle streghe senza precedenti sia in Turchia, in forza dei decreti-legge che sospendono il sistema legale, che all’estero. Nei Balcani, in Africa e in Asia centrale il governo turco ha iniziato a esercitare una forte pressione per spingere i governi stranieri a chiudere le scuole di Gülen o a trasferirle alla fondazione Yunus Emre, mentre in Europa occidentale si usano i turchi leali, tra cui i dipendenti pubblici come gli imam e gli insegnanti, per identificare e spiare gli individui sospettati di essere vicini alle idee di Gülen. Per esempio, nel 2017, una decina di imam turchi sono stati indagati in Germania per aver spiato, su richiesta del governo di Ankara, dei seguaci di Gülen. Alla fine le inchieste sono state archiviate, ma questo clima di sospetto è ancora presente in Germania, Francia e Olanda.

 

Il recente dibattito in Francia sulla possibilità di istituire scuole turche sul territorio francese, ottenendo il riconoscimento del sistema educativo nazionale, è legato a questa volontà del governo turco di sostituire le attività precedentemente collegate a Gülen. Al di là di questi tentativi ufficiali di impedire il ritorno e la rilegittimazione delle attività collegate a Gülen, il clima tra i turchi della diaspora è pessimo. In Europa occidentale, quelli che un tempo erano alleati e provenivano dagli stessi contesti culturali, religiosi e sociali hanno iniziato a odiarsi reciprocamente, a boicottare i rispettivi negozi, scuole e aziende e a evitare di frequentare gli stessi spazi pubblici.

 

 

Conclusioni

 

L’atteggiamento degli Stati europei verso i diversi tipi di Islam turco presenti in Europa è incoerente e paradossale. Da un lato, molti Stati (come la Francia e l’Austria in Europa occidentale e la Macedonia e l’Albania in quella orientale) considerano l’entrismo della Turchia un pericolo per la coesione sociale dei musulmani locali. Tuttavia, questa costante sfiducia si traduce sul campo in un’alleanza de jure, specialmente per l’importazione degli imam controllati con pugno di ferro da Ankara. Inoltre, nei tradizionali Paesi europei di immigrazione, il consenso dell’AKP è forte, persino più forte che in Turchia, come si è visto in occasione delle ultime sei elezioni in cui è stato autorizzato il voto dall’estero[12]. Le autorità pubbliche guardano l’attivismo turco nell’Islam europeo con sospetto, ma, per il momento, sono incapaci di reagire (eccetto l’Austria). Quanto al conflitto tra l’AKP e Gülen, gli Stati balcanici sono più esposti rispetto ai Paesi europei occidentali in cui le attività collegate a Gülen erano più limitate. Questo conflitto, tuttavia, ha un impatto diretto sulle relazioni quotidiane tra i turchi in Europa e, più in generale, tra tutti i musulmani.

 

* L’autore ringrazia Eda Ayaydın per la sua lettura attenta e la sua critica costruttiva
 
Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

Testo tradotto dall'inglese

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Marcel Gauchet, Un monde désenchanté ?, Les Éditions de l’Atelier/Éditions Ouvrières, Paris 2004.

[2] Benjamin Bruce, Imams for the diaspora: the Turkish state’s International Theology Programme, «Journal of Ethnic and Migration Studies», Special Issue on Political Remittances and Political Transnationalism: Practices, Narratives of Belonging and the Role of the State, pubblicato online il 15 gennaio 2019.

[3] Samim Akgönül, Ahmet Erdi Öztürk (a cura di), Religion as foreign policy tool : Scrutinising the multi-dimensional role of Turkey's Diyanet abroad, «European Journal of Turkish Studies», n. 27 (2018), https://journals.openedition.org/ejts/5906.

[4] Zana Çıtak 2013, The institutionalization of Islam in Europe and the Diyanet: the case of Austria, «Ortadoğu Etütleri» vol. 5, n. 1 (2013), p. 167-182, http://orsam.org.tr//d_hbanaliz/makale7.pdf.

[5] Ahmet Erdi Öztürk, Transformation of the Turkish Diyanet both at Home and Abroad: Three Stages, «European Journal of Turkish Studies», n. 27 (2018), http://journals.openedition.org/ejts/5944; si veda anche https://www.bbc.com/turkce/haberler-turkiye-48294387

[6] Öztürk, Transformation of the Turkish Diyanet.

[7] Benjamin Bruce, Governing Islam Abroad Turkish and Moroccan Muslims in Western Europe, Palgrave, London 2019, p. 15-43

[8] Samim Akgönül Milli Görüş, in Peter Frank, Ortega Rafael (a cura di), Los Movimientos islamicos Transnacionales, BellaTerra, Madrid 2012, p. 213-221.

[9] Infatti, il “movimento” è chiamato diversamente in periodi e circostanze differenti. I termini più usati sono Fethullahçı (“Fethullahisti”, utilizzando il nome proprio del fondatore e leader Fethullah Gülen. Il termine è stato usato principalmente dai rivali laicisti negli anni 2000); Hizmet (“servizio”, il nome positivo usato dai seguaci e sostenitori); Paralel (“Parallelo”, il termine è stato usato dall’AKP dopo lo scandalo del 2013 legato a fatti di corruzione, per designare uno “Stato parallelo”) e FETÖ (abbreviazione di Fethullahçı Terör Örgütü, “Organizzazione Terroristica Fethullahista”, usata da tutto lo spettro politico a partire dal tentativo di colpo di Stato del luglio del 2016).

[10] Questa dottrina è essa stessa una sotto-emanazione dell’ordine Naqshbandi. I Nurcu seguono gli insegnamenti di Said-i Nursi (1877-1960), un leader religioso mistico del primo decennio della Repubblica perseguitato dal potere politico.

[11] Ahmet Şık, (intervistato da Deniz Çakırer), The Gülen Community and the AKP, in Özyürek Esra, Özpınar Gaye, Altındiş Emrah (a cura di), Authoritarianism and Resistance in Turkey Conversations on Democratic and Social Challenges, Springer, London 2018, p. 81-92.

[12] Akgönül 2017, 120-140

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