La firma del Memorandum tra Stati Uniti e Iran ferma temporaneamente la guerra, ma non risolve nessuno dei nodi decisivi. Al contrario, mostra i limiti della forza militare e il fallimento della strategia regionale costruita contro Teheran.

Ultimo aggiornamento: 25/06/2026 15:18:44

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La firma del Memorandum of Understanding (MoU) tra Stati Uniti e Iran è certamente una buona notizia: scongiura nell’immediato la ripresa di ostilità dagli esiti imprevedibili e in ogni caso gravemente distruttive sul piano umano e materiale. Occorre tuttavia precisare sin da subito che l’accordo siglato la scorsa settimana rinvia la questione più spinosa – la gestione del programma nucleare iraniano – a un ulteriore negoziato da concludersi nei prossimi sessanta giorni. Le incognite rimangono considerevoli: due mesi sono un lasso di tempo esiguo per la complessità del dossier in discussione, e nel frattempo gli attori che privilegiano l’escalation avranno margine per muoversi. Già in questi primi giorni sono emerse non solo minacce da parte del presidente americano Donald J. Trump, che hanno rischiato di far naufragare i colloqui, ma anche interpretazioni divergenti di quanto concordato tra le parti. Nel frattempo, la situazione sul terreno in Libano – con la perdurante indisponibilità israeliana a ritirare le proprie truppe – si profila sin d’ora come il nodo più insidioso e che più facilmente potrebbe mandare in frantumi l’intero tavolo negoziale.

Cosa stabilisce l’intesa

Alcuni punti sono formulati in termini vaghi, con ogni probabilità volutamente. Al paragrafo 4, ad esempio, gli Stati Uniti si impegnano «a rimuovere le loro forze dall’area in prossimità della Repubblica Islamica dell’Iran». Ma come viene definita la “prossimità”? Vi rientrano le basi americane nei Paesi arabi del Golfo, che dovrebbero quindi essere smantellate? È uno scenario improbabile, eppure la sola ambiguità del testo indica che Teheran si è avvicinata a uno dei suoi obiettivi strategici di lungo corso: la cacciata degli americani dalla regione. Vale la pena ricordare, d’altra parte, che quelle stesse basi – un tempo considerate dai Paesi ospitanti un pilastro insostituibile della propria sicurezza nazionale – si sono rivelate, al contrario, un bersaglio privilegiato degli attacchi iraniani.

Va registrato positivamente che il primo paragrafo preveda la cessazione delle ostilità in Libano e impegni Stati Uniti e Iran a garantirne «l’integrità territoriale e la sovranità». Alla luce dell’attuale postura israeliana nel Paese dei Cedri, la formulazione sembra intendere un freno all’offensiva dello Stato ebraico. Non va tuttavia trascurato che il richiamo alla «sovranità» libanese può essere letto anche come un colpo diretto alla Repubblica Islamica: è Hezbollah, sostenuto proprio da Teheran, il principale attore che ne comprime sistematicamente la sovranità.

Il programma nucleare iraniano compare nel memorandum non prima dell’ottavo paragrafo – su quattordici complessivi – dove ci si limita a stabilire che l’attuale riserva di uranio arricchito alla soglia critica del 60% dovrà essere “diluita” (senza chiarire se l’operazione avverrà in loco o all’estero) e che l’Iran non acquisirà armamenti nucleari. Significativamente, il testo ricorre al verbo ri-affermare, con cui Teheran sottolinea che si tratta della mera reiterazione di impegni già assunti in passato, non di una concessione nuova.

I paragrafi dall’uno al sette sanciscono la fine immediata delle operazioni militari – con esplicita menzione del Libano –, il mutuo riconoscimento della sovranità e dell’integrità territoriale, la rimozione del blocco navale americano, la riapertura dello Stretto di Hormuz ai traffici commerciali (con l’impegno iraniano a non imporre alcun pedaggio per i prossimi sessanta giorni), l’istituzione di un fondo da almeno trecento miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Iran, e la revoca integrale delle sanzioni americane – e non solo – imposte alla Repubblica Islamica.

Il paragrafo 10 prevede inoltre che gli Stati Uniti emettano deroghe – già in parte deliberate – a favore delle esportazioni iraniane di greggio e prodotti derivati, compresi i servizi associati (bancari, assicurativi, di trasporto), nonché il rilascio dei fondi iraniani congelati all’estero.

 

Un primo bilancio

Dall’analisi del testo emerge con chiarezza che Teheran è il principale beneficiario dell’accordo. Ciò non implica necessariamente che la Repubblica Islamica ne uscirà più stabile o maggiormente legittimata agli occhi della propria popolazione, ma i contenuti del MoU – che, vale ribadirlo, ha carattere provvisorio – vanno misurati non solo rispetto a quanto sarebbe stato possibile ottenere per via negoziale prima della guerra, bensì soprattutto in rapporto agli obiettivi che Washington e Tel Aviv si erano prefissate prima e durante le operazioni militari. Da questa prospettiva, il testo offre uno spaccato di una colossale sconfitta israelo-americana. Un eventuale accordo definitivo – ammesso che si arrivi a tanto, dato che in passato gli accordi promossi dagli Stati Uniti non sono andati oltre la prima fase – potrà forse parzialmente correggere questo giudizio. Al momento, tuttavia, occorre rilevare che la Casa Bianca ha abbandonato le pretese massimaliste avanzate nei negoziati precedenti al 28 febbraio, che comprendevano il divieto assoluto all’Iran di gestire autonomamente qualsiasi processo di arricchimento dell’uranio, anche a scopi civili. La questione tornerà certamente sul tavolo, ma nel testo firmato non ne resta traccia. Anche gli elementi positivi – per quanto non confermati – come la presunta disponibilità iraniana ad accettare ispezioni ai siti nucleari da parte dell’AIEA vanno contestualizzati: tali ispezioni erano già in discussione prima della guerra e, soprattutto, erano già in vigore prima che Trump si ritirasse dall’accordo nucleare del 2015.

Quanto agli obiettivi dichiarati all’avvio delle ostilità, il quadro è ancora più sconfortante. Del cambio di regime invocato a gran voce nelle prime fasi da Trump e da Benyamin Netanyahu – con tanto di appelli diretti alla popolazione e ipotesi di armare le minoranze etniche iraniane – non è rimasta traccia: dall’«help is on its way» promesso dal presidente americano ai manifestanti iraniani che chiedevano la caduta della Repubblica Islamica si è passati a un testo che, a fronte di impegni minimi, garantisce al regime una pioggia di denaro.

È qui la beffa più amara per la popolazione iraniana, illusa di trovarsi di fronte a un momento di liberazione e destinata invece a confrontarsi con un regime non solo radicalizzato, ma anche dotato di risorse finanziarie ben più ampie – risorse che verranno impiegate, si teme, soprattutto per potenziare gli apparati di repressione e la proiezione regionale. Affinché l’accordo diventi davvero un punto di partenza per la rilegittimazione interna del regime, quelle risorse dovrebbero essere investite nello sviluppo economico del Paese. Ma le ragioni per dubitare che ciò avvenga si fondano sulla storia della Repubblica Islamica. Va aggiunto che se è vero che la nuova leadership, affermatasi dopo l’eliminazione della precedente, ha dimostrato di saper governare il Paese in tempo di guerra, tutt’altra cosa è farlo in tempo di pace. Per quanto nel breve periodo la bilancia penda chiaramente a favore dell’Iran, nuove manifestazioni di piazza contro la Repubblica Islamica non potranno essere escluse in futuro. Non va infine dimenticato che la nuova leadership è espressione di posizioni ancora più radicali della precedente e che i Guardiani della Rivoluzione hanno ulteriormente rafforzato la loro presa sul potere.

Tramontata la prospettiva di un cambio di regime a Teheran, il presidente americano e i vertici della politica estera statunitense hanno ridimensionato le ambizioni dell’operazione militare. La distruzione della marina militare iraniana e del programma missilistico della Repubblica Islamica sono stati a lungo presentati come i nuovi obiettivi dell’operazione Epic Fury. Sia la marina sia i siti di lancio hanno subito colpi significativi, ma la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz e la capacità pressoché intatta di prendere di mira obiettivi israeliani e americani, oltre alle infrastrutture dei Paesi del Golfo, dimostrano che nessuno dei due traguardi è stato davvero raggiunto. Del resto, se la marina e la forza missilistica iraniana fossero state davvero annientate, non sarebbe stato necessario concedere alcunché alla Repubblica Islamica in cambio della riapertura dello Stretto.

Le conseguenze negative per la libertà di navigazione in questa via d’interscambio cruciale non si esauriscono qui. Era noto che l’Iran potesse in qualche misura controllare le acque che lambiscono la sua costa meridionale in quel collo di bottiglia; tuttavia, fino ad oggi, la limitazione del traffico rimaneva una capacità solo potenziale: si pensava che qualunque tentativo di bloccare i transiti avrebbe esposto Teheran a conseguenze devastanti, nella convinzione che la marina statunitense avrebbe facilmente potuto riaprire lo Stretto. Quanto accaduto a partire dal febbraio 2026 ha dimostrato che il controllo iraniano su quelle acque è tutt’altro che teorico, e che al momento non esiste alcun attore disposto a esercitare la forza sufficiente per costringere la Repubblica Islamica a cedere su questo punto – né è detto che un tale attore possa emergere.

Lo stesso ragionamento si applica al programma nucleare iraniano: già dopo la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, Trump ne aveva proclamato la distruzione totale; la guerra del 2026 e il contenuto del MoU dimostrano però che, anche su questo fronte, la forza militare non ha prodotto i risultati sperati da Washington e Tel Aviv, riuscendo tutt’al più a rallentare – per quanto tempo non è chiaro – la potenziale corsa iraniana all’armamento nucleare.

 

L’effetto più dirompente dell’attuale accordo

Premesso che ogni valutazione che segue dipenderà non solo dal contenuto di un eventuale accordo finale, ma soprattutto dall’incertezza sulla sua reale conclusione, è sul piano regionale che si misura il fallimento più profondo dell’iniziativa bellica israelo-americana: quello non solo della guerra appena conclusa, ma dell’intera strategia avviata almeno a partire dagli Accordi di Abramo.

Alla vigilia dell’attacco del 7 ottobre 2023, il Medio Oriente sembrava in procinto di una svolta, che sarebbe stata resa possibile dalla normalizzazione delle relazioni tra Israele e l’Arabia Saudita, promossa dall’allora presidente Joe Biden nel solco tracciato dal suo predecessore repubblicano. L’obiettivo della strategia americana era edificare un fronte regionale, imperniato sullo Stato ebraico, capace di contenere l’influenza iraniana. Fino all’avvio dei bombardamenti sull’Iran nel febbraio di quest’anno, la guerra scatenata da Israele dopo il brutale attacco di Hamas sembrava procedere nella direzione corretta: indebolire l’Iran e soprattutto limitarne la capacità di proiezione attraverso il cosiddetto Asse della Resistenza.

Fatta eccezione per gli Houthi yemeniti, i colpi inferti a Hezbollah – tanto attraverso operazioni militari convenzionali in Libano, quanto con la decapitazione della leadership e azioni come l’esplosione dei cercapersone – ad Hamas, uniti alla caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria, sembravano aver compromesso uno dei principali pilastri della strategia iraniana. Tuttavia, man mano che le operazioni israeliane – in particolare a Gaza – rivelavano il loro enorme costo umano, la percezione dei Paesi che avrebbero dovuto aderire agli Accordi di Abramo si è capovolta, fino a individuare nello Stato ebraico la principale fonte di instabilità nella regione. Da questo punto di vista, l’attacco israeliano al Qatar – condotto mentre una delegazione di Hamas era impegnata in negoziati sostenuti dagli Stati Uniti – ha segnato un punto di non ritorno.

I colpi inferti ad Hamas, a Hezbollah e ai pasdaran hanno indebolito l’Asse, ma non l’hanno distrutto. Proprio nel momento di massima fragilità dell’Iran e dei suoi alleati, gli Stati Uniti – secondo le ricostruzioni più accreditate, sotto l’influenza israeliana – hanno scelto nuovamente la via dell’escalation, nella speranza di infliggere il colpo di grazia a un nemico ulteriormente logorato da due mesi di manifestazioni di piazza violentemente represse da Teheran. Come ha osservato uno degli analisti delle dinamiche regionali rivelatosi più acuto, «molti esponenti della leadership israeliana agivano partendo dal presupposto che i problemi irrisolti con la forza potessero essere risolti ricorrendo a una forza ancora maggiore. Gli eventi verificatisi dal 7 ottobre hanno messo in luce sia i punti di forza che i limiti di tale approccio. Le operazioni militari possono indebolire gli avversari, ripristinare la deterrenza e creare opportunità strategiche, ma da sole non possono produrre risultati politici duraturi». Tradurre quelle opportunità in esiti concreti richiede il coraggio della diplomazia. Oltre un certo livello, lo strumento militare smette di produrre i risultati sperati e la guerra iniziata il 28 febbraio 2026 lo certifica. Oggi Hamas è certamente più debole rispetto al pre-7 ottobre 2023, ma rimane una presenza radicata a Gaza, dove alternative credibili non riescono ad emergere. Hezbollah, pur con un potenziale offensivo ridimensionato, continua a essere un attore centrale – e profondamente malevolo – del panorama politico ed economico libanese, senza che né Israele né l’esercito libanese dispongano della forza sufficiente per disarmarlo. La capacità offensiva dell’Iran è diminuita, ma la legittimità della Repubblica Islamica, la sua sfrontatezza e la sua propaganda escono rafforzate dal confronto militare con Israele e Stati Uniti.

Il Memorandum appena firmato certifica però una trasformazione ancora più profonda nel rapporto tra Hezbollah e l’Iran: fino ad oggi il partito-milizia era chiamato a servire il patron iraniano in funzione di deterrenza contro un possibile attacco israelo-americano, pronto se necessario a sacrificarsi – e con sé il Libano – per la causa della Repubblica Islamica. Oggi è invece l’Iran ad aver imposto il cessate il fuoco in Libano come condizione necessaria dell’accordo con gli Stati Uniti, segnalando così la propria disponibilità ad assorbire nuove offensive pur di includere Hezbollah nella nuova equazione in costruzione. Imponendo la tregua in Libano, Teheran può accreditarsi presso i propri interlocutori come salvatore del Paese dei Cedri, pur essendo in realtà corresponsabile delle sue sofferenze. Quel che conta è che l’Iran abbia dimostrato di poter dettare i termini di un negoziato che comprende il Libano, preservando intatta la propria proiezione regionale.

A complicare ulteriormente il quadro è il fatto che la Repubblica Islamica ha compreso non solo quanto sia relativamente agevole infliggere danni insostenibili bloccando lo Stretto di Hormuz, ma anche che tali danni avrebbero potuto essere ben maggiori – e potranno esserlo in futuro – qualora gli alleati Houthi yemeniti fossero intervenuti per chiudere simultaneamente lo Stretto di Bab el-Mandeb e paralizzare i traffici lungo il Mar Rosso e il Canale di Suez. Una delle conseguenze più inquietanti di questa guerra è dunque quella di aver consegnato al veto dell’Iran e delle sue milizie alleate due snodi strategici vitali per l’economia globale, e in particolare per i commerci tra Europa e Asia. Sotto questo profilo, il conflitto segna il venir meno di uno degli attributi fondamentali della superpotenza americana: il controllo dei principali passaggi marittimi a garanzia del libero transito dei commerci.

I Paesi arabi del Golfo sono tra quelli che risentono più pesantemente di questa nuova configurazione. Persino gli Emirati Arabi Uniti – che in una fase erano sembrati spingere per un’ulteriore escalation – hanno guardato con favore al raggiungimento di un’intesa che mette fine, almeno temporaneamente, alla minaccia di essere colpiti dall’Iran. Le preoccupazioni delle monarchie arabe, tuttavia, non risultano al momento prese in considerazione: il programma missilistico non compare nel memorandum, così come la minaccia rappresentata dai droni iraniani. Il testo rimane poi vago sulla gestione dello Stretto di Hormuz: se il controllo dovesse restare saldamente in mano iraniana, i Paesi del Golfo rischierebbero di dipendere da Teheran per l’esportazione di gran parte delle proprie risorse energetiche – il che spiega perché siano già in corso pianificazioni di nuove infrastrutture atte a ridurre tale dipendenza.

Sul piano politico, questa guerra ha spinto ulteriormente i Paesi del Golfo – a partire dall’Arabia Saudita – a considerare l’Iran come la principale minaccia regionale. Prima del conflitto, quella minaccia veniva gestita facendo affidamento sugli Stati Uniti, e avvicinarsi allo Stato ebraico era diventata un’opzione praticabile; i mesi trascorsi hanno però dimostrato l’inaffidabilità di questa strategia. Il quadro in ulteriore deterioramento impone ai Paesi del Gulf Cooperation Council – pur nelle loro differenze – di tutelare i propri interessi su due fronti simultaneamente: sia dall’Iran che da Israele. Su questo versante, la guerra del 28 febbraio non ha inaugurato un nuovo processo, ma ha fortemente accelerato uno già in corso, nel quale Riyad si era già avvicinata al Pakistan e alla Turchia.

Da ultimo, questo conflitto fallimentare sta già producendo conseguenze profonde sul rapporto tra Stati Uniti e Israele. Le invettive del presidente americano non sono certo una novità, ma gli attacchi di Trump a Netanyahu si sono fatti via via più frequenti e più violenti, segnalando una crescente divergenza di interessi tra i due Paesi. Il fatto che ciò avvenga sotto un’amministrazione marcatamente filoisraeliana non fa che accentuare il senso di urgenza dello Stato ebraico, che ha visto esplicitamente limitata la propria libertà d’azione in Libano. Non è casuale che lo stesso Netanyahu lo abbia dichiarato apertamente: Israele deve affrancarsi dalla dipendenza dal sostegno militare americano.

 

Conclusioni

Lo scoppio di quest’ultima guerra è stato favorito dalla concatenazione di fragilità interne ai principali attori coinvolti: le proteste in Iran, che facevano apparire la Repubblica Islamica sull’orlo del collasso; la necessità di Netanyahu di tenere viva la minaccia del nemico esterno e di compiacere i partner di governo più estremisti; le difficoltà di un’amministrazione Trump rivelatasi non all’altezza dei compiti che si era prefissata. Così come le dinamiche interne hanno contribuito ad avviare il conflitto, il modo in cui esso si chiude avrà ripercussioni non solo sugli equilibri regionali e internazionali, ma anche all’interno di ciascun Paese: per Trump, impegnato a gestire le elezioni di metà mandato; e per Netanyahu, che dovrà affrontare una competizione elettorale in cui la sua condotta in politica estera sarà sotto attacco sia dall’opposizione che dagli stessi alleati di governo. È proprio quest’ultima considerazione a far emergere uno dei fattori di maggiore incertezza per il futuro dell’accordo: la fine delle ostilità è criticata da tutti gli avversari di Netanyahu, e in un anno elettorale è più che legittimo chiedersi come il più longevo primo ministro della storia di Israele cercherà di ribaltare la situazione a proprio vantaggio.

Il fallimento della strategia aggressiva nei confronti di Teheran ha ripercussioni anche all’interno dei Paesi arabi. Negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, è emerso non solo il malcontento per una politica estera muscolare che ha finito per penalizzare Dubai, ma anche il peso crescente di Tahnoon bin Zayed, fratello di Mohammed bin Zayed e fautore di un approccio meno conflittuale verso Teheran. Inoltre, troppi nodi restano irrisolti: dalla gestione di Hormuz al programma nucleare iraniano, passando per quello missilistico. Proprio come avvenne al momento della firma del JCPOA nel 2015, le preoccupazioni più urgenti dei Paesi del GCC non sono state seriamente affrontate. A differenza di allora, però, questi Paesi sembrano aver compreso che il conflitto non è la strada per risolvere la disputa. È forse l’unico dato confortante di questa vicenda.

Un’ultima annotazione: per essere attuato, il Memorandum richiede esplicitamente (par. 8) il ruolo attivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Il testo si chiude poi (par. 14) con il richiamo all’adozione dell’accordo in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza ricorrere a nuovi organismi creati ad hoc come fu per il Board of Peace per Gaza, mai davvero operativo. Ne emerge un dato spesso trascurato: il sistema di istituzioni internazionali sorto sulle ceneri della Seconda guerra mondiale – per quanto inefficace, anacronistico, criticato e criticabile – conserva la propria utilità. E, soprattutto, non disponiamo di alternative valide.

 

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