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Religione e società

La democrazia difficile e possibile

Aspirazioni universali /4. Così come l'esperienza occidentale di democratizzazione è stata accompagnata da guerre civili e conflitti religiosi, anche nel mondo islamico odierno le diverse società andranno incontro a un delicato cammino di tentativi ed errori.

La strepitosa vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi, i dibattiti costituzionali in Iraq e Afghanistan, che coinvolgono il ruolo della shari'a o legge islamica, e l'emergere dei Fratelli Musulmani alla guida dell'opposizione parlamentare in Egitto continuano a sollevare domande sulla compatibilità di Islam e democrazia. Le realtà del mondo musulmano sembrerebbero escludere la democrazia. L'esperienza politica musulmana moderna è caratterizzata da re, capi e regimi militari ed ex militari in possesso di debole legittimazione, sostenuti da forze militari e di sicurezza. Infatti, comunemente ci si riferisce agli Stati del mondo arabo come "stati di sicurezza" (mukhabarat). Governi islamici autoproclamatisi in Pakistan, in Sudan, nell'Afghanistan dei Talebani e in Iran, e movimenti militanti islamici hanno spesso progettato un assolutismo religioso analogo all'assolutismo secolare. L'emergere di gruppi di terrorismo globale come Al-Qaida, con i suoi piani politici, le visioni totalitarie di un ordine mondiale islamico e il rifiuto della democrazia, rafforzano l'immagine dell'incompatibilità tra Islam e democrazia. Ma la realtà è di gran lunga più complessa.

 

 

 

Il processo di costruzione nazionale si è dimostrato fragile e porta in sé i semi per successive crisi di identità, di legittimazione, di potere e d'autorità. La comprensione del Medio Oriente oggi, con i suoi problemi di autoritarismo, instabilità e sicurezza, richiede di non dimenticare che la maggior parte degli Stati nazionali (come molti altri Stati del mondo colonizzato e in via di sviluppo), hanno solo qualche decina d'anni, essendo stati creati artificialmente dopo la seconda guerra mondiale o ritagliati da territori coloniali a opera delle potenze europee poco prima del ritiro. Nel Medio Oriente il moderno Libano voluto dalla Francia include porzioni di Siria; la Gran Bretagna ha determinato i confini e i governanti di Iraq, Kuwait e Giordania. Gli inglesi hanno diviso il subcontinente indiano in India e Pakistan, con il Pakistan orientale (in seguito Bangladesh) e il Pakistan occidentale separati da 1.600 chilometri di territorio indiano. Le difficoltà a instaurare un forte senso di patriottismo in Paesi con così enormi differenze etniche, linguistiche e culturali si sono riflettute nel fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini non sapevano parlare la lingua nazionale, in India l'hindi o in Pakistan l'urdu.

 

 

 

Oggi, quando constatiamo problemi di unità, stabilità, assolutismo e mancanza di democrazia, dobbiamo richiamare alla mente questa eredità di secoli di imperialismo europeo, in cui i poteri coloniali furono interessati a perpetuare il loro dominio e la loro influenza, piuttosto che a costruire solide società democratiche. Questa eredità si è ulteriormente aggravata con la comparsa di governi autoritari musulmani, i cui capi e le cui élites sono interessati a perpetuare potere e privilegi, e non certo alla divisione del potere, alle libertà di associazione, parola e stampa. Per giunta, molti autocrati medio-orientali (Egitto, Arabia Saudita, Giordania e Tunisia), dall'epoca della guerra fredda, hanno goduto del sostegno occidentale per ragioni economiche (accesso al petrolio) o politiche (sostegno alla politica americana o europea nel conflitto israelo-palestinese o nella guerra contro il terrorismo globale).

 

 

Reinterpretare la Tradizione

 

Le pressioni per la liberalizzazione e il potenziale per gli incipienti movimenti di democratizzazione del Medio Oriente sollevano entrambi la stessa domanda: l'Islam e la democrazia sono compatibili? E in particolare cos'hanno da dire i musulmani e i movimenti islamici sulla democrazia e la partecipazione politica? I movimenti islamici, come i governi del mondo musulmano, riflettono posizioni diverse e talora conflittuali.

 

 

 

La storia dimostra che le nazioni e le tradizioni religiose sono in grado di procedere a molteplici interpretazioni e riorientamenti ideologici, anche di grande portata. La trasformazione dei principati europei, il cui ruolo era spesso giustificato in termini di diritto divino, in moderni stati democratici occidentali fu accompagnata da un processo di reinterpretazione o di riforma. La tradizione giudeo-cristiana, un tempo favorevole all'assolutismo politico, fu reinterpetata per conformarsi all'ideale democratico. Anche l'Islam si presta a varie interpretazioni: è stato usato per supportare democrazia e dittatura, repubblica e monarchia. Il ventesimo secolo ha testimoniato entrambe le tendenze.

 

Nel corso del ventesimo secolo, l'opinione musulmana circa la democrazia è andata dal rifiuto all'accettazione, per quanto un'accettazione spesso condizionata. Alcuni musulmani rifiutano ogni forma di democrazia parlamentare in quanto occidentalizzante e incompatibile con l'Islam. Molti, se non la maggioranza degli intellettuali e degli attivisti islamici, sono scesi a patti con l'idea e il processo democratico, sebbene spesso in diverse maniere e con diversi intendimenti. Nel tentativo di realizzare i loro programmi politici, i movimenti islamici in Algeria, Turchia, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Pakistan, Malaysia e Indonesia si sono impegnati sempre di più nei processi elettorali, cogliendo l'utilità di lavorare entro il sistema politico.

 

 

 

Le interpretazioni musulmane della democrazia si fondano sul ben assodato concetto coranico di shura (consultazione), ma divergono sulla misura in cui il "popolo" è in grado di esercitare questo diritto. Molti sostengono che l'Islam sia intrinsecamente democratico, non solo grazie al principio di consultazione, ma anche grazie ai concetti di ijtihad (modo di ragionare indipendente) e di ijma' (consenso). Si è notato che proprio come la legge islamica è sollevata dall'accusa di inflessibilità grazie al diritto dei giuristi in certe circostanze di esercitare un giudizio indipendente, così il pensiero politico islamico è sollevato dall'accusa di assolutismo grazie alla necessità per i governanti di tenere ampie consultazioni e di governare sulla base del consenso. Tuttavia esiste una significativa e ampia diversità di opinione e di attuazione.

 

 

 

Dalla fine del ventesimo secolo, dal Nord Africa al Sud-Est asiatico, sono aumentati gli appelli per una maggiore liberalizzazione e democratizzazione. In molti paesi, diversi settori della società, laici e religiosi, di sinistra e di destra, istruiti e non istruiti, vedono progressivamente in una più larga partecipazione politica e in una maggiore democratizzazione la cartina al tornasole per giudicare la legittimità di governi e movimenti politici. La strada per la democratizzazione è testimone della lotta tra ideologie e forze laico-nazionaliste e islamiche. I fallimenti economici di molte società come Tunisia, Algeria, Giordania e Turchia, intervenuti alla fine degli anni '80 e '90, hanno portato a invocare maggiore partecipazione al potere, democratizzazione, trasparenza, libertà e diritti umani. Ciò ha anche consentito a molti attivisti islamici di affermare la loro influenza e potere nella società moderata attraverso le elezioni, invece che per mezzo della violenza (ballots not bullets), emergendo alle elezioni come alternativa politica e opposizione.

 

 

 

A dispetto della tendenza a diffondere l'immagine di un monolitico "fondamentalismo islamico", militante ed estremista, la realtà si è dimostrata di gran lunga più complessa. Diversità e varietà, dinamismo e flessibilità, moderazione ed estremismo descrivono una forza che continua ad essere presente dall'Africa all'Asia. Gli islamisti sono emersi come opposizione-guida in Tunisia, Marocco, Egitto, Giordania e Kuwait. In Algeria e Turchia hanno riportato dei successi. Di conseguenza, esponenti islamisti hanno ricoperto le cariche di primo ministro, presidente delle camere, parlamentare, ministro di gabinetto e sindaco. Paesi come Tunisia e Algeria si sono mossi rapidamente per arrestare ed eliminare l'opposizione islamista, moderata ed estremista, mentre altri hanno cercato di limitare e contenere la partecipazione degli islamisti.

 

 

Il Caso Turchia

 

Lo shock e l'impatto dell'11 settembre, e la continua minaccia di un terrorismo globale dal Marocco a Mindanao, sono tornati utili ad alcuni capi musulmani in Tunisia, Algeria, Egitto, Pakistan e nelle repubbliche dell'Asia centrale per sfruttare il pericolo del radicalismo islamico e del terrorismo globale. Questa tattica ha loro permesso di distogliere l'attenzione dalla soppressione dei movimenti di opposizione, tanto moderati quanto estremisti, e/o di guadagnare l'aiuto dell'America e dell'Europa. Nello stesso tempo, elezioni in Bahrain, Marocco, Pakistan, Turchia, Afghanistan, Iraq, Malaysia, Indonesia e Arabia Saudita e riforme elettorali in Kuwait, Qatar e Bangladesh hanno rafforzato l'importanza della democrazia e, in particolare, il ruolo dell'Islam nei processi elettorali.

 

 

 

La vittoria del partito turco Giustizia e Sviluppo (comunemente chiamato partito AK) in un paese musulmano, che è stato visto a lungo come simbolo del secolarismo nell'Islam mediorientale, è un risultato sbalorditivo con potenziali lezioni per altri paesi. La Turchia, un alleato chiave nella NATO, e nel confronto con l'Iraq, ha eletto l'AK, un partito dalle radici islamiste: esso trae infatti origine dai precedenti partiti del Benessere e della Virtù. Il successo di AK è dovuto ai continui fallimenti dei partiti ufficiali della Turchia e all'abilità di AK non solo di sviluppare un partito di massa, ma anche di offrire un'alternativa politica e una visione economica.

 

 

 

Capi musulmani e governi assolutisti, auto-denominatisi "islamici" o più laici, pur nella loro diversità, spesso non riescono a superare la cultura e i valori dell'assolutismo. Molti hanno tratto vantaggio dal clima post 11 Settembre per limitare le forze democratiche, mentre continuano ad attirare l'appoggio americano, malgrado l'impegno presunto dell'amministrazione americana per la democrazia. Zein El-Abidin Ben Ali in Tunisia ha continuato ad esercitare il suo stretto controllo, a dominare la politica elettorale e a reprimere l'opposizione. Anche se Egitto, Arabia Saudita, Giordania e Pakistan si sono apparentemente mossi per incrementare la partecipazione politica, il processo è stato fortemente manovrato e controllato dal governo e spesso accompagnato da operazioni repressive contro l'emergere di qualsiasi partito od opposizione politica.

 

 

 

Il processo di democratizzazione è osservabile sul campo in un crescente numero di Paesi musulmani e il desiderio di una più ampia partecipazione al potere rimane una domanda di popolo in molte società musulmane. Tuttavia, il problema dell'Islam e della democrazia resta una sfida per tutti i partiti. Una più ampia partecipazione alle elezioni o un più grande ruolo assegnato ai partiti politici non possono garantire da sé lo sviluppo, l'assunzione di una cultura e di valori di democratizzazione o partecipazione al potere. I democratici musulmani dovranno dimostrare che quando saranno al potere apprezzeranno il pluralismo politico e che la loro aspirazione democratica non è di giungere al potere allo scopo di imporre il loro nuovo "illuminato" governo democratico. La cartina al tornasole per la loro capacità di interiorizzare i principi e i valori della democrazia sarà la misura in cui le loro politiche e i loro provvedimenti rifletteranno un'accettazione delle libertà democratiche basilari, di diversità d'opinione, di partiti politici e organizzazioni della società civile; il grado in cui mostreranno di apprezzare il concetto di "opposizione leale", senza considerare voci e visioni politiche alternative come una minaccia al sistema politico.

 

 

 

I movimenti islamici, alla luce degli esempi di Iran, Sudan, e dell'Afghanistan dei Talebani, espressione di gruppi estremisti, sono sfidati a provare, con le loro azioni così come con le loro promesse, che, una volta eletti, sapranno onorare quegli stessi diritti delle minoranze e dei gruppi di opposizione che ora rivendicano per sé. Sono sfidati a essere così netti nella loro condanna dell'estremismo e del terrorismo operato in nome dell'Islam quanto lo sono nell'attaccare la repressione operata dal governo e dall'imperialismo occidentale. Devono riconoscere che l'assolutismo religioso è riprovevole e pericoloso tanto quanto forme di assolutismo laico.

 

 

 

I governi del mondo musulmano sono sfidati a dimostrare il loro impegno per la liberalizzazione politica e i diritti umani, incoraggiando lo sviluppo di istituzioni e valori della società civile che sostengano la democratizzazione, e attuando politiche che distinguano tra organizzazioni, laiche o islamiche, che direttamente minacciano la libertà e la stabilità della società e quanti sono favorevoli a partecipare a un processo di graduale cambiamento del sistema dall'interno. La credibilità delle riforme elettorali dell'Egitto è stata fortemente minata dalla ripetuta tendenza del governo Mubarak ad arrestare i suoi critici provenienti dai partiti dell'opposizione, in particolare i Fratelli Musulmani. Il Governo ha tollerato, nel maggio del 2005, azioni violente da parte di folle favorevoli al governo, che hanno attaccato e picchiato dimostranti dal movimento Kifaya (Abbastanza), mentre la polizia stava a guardare, nelle strade del Cairo deserte per il referendum nazionale sulle elezioni pluripartitiche.

 

 

 

Come ha riferito l'osservatorio dei diritti umani: «agenti di sicurezza in borghese hanno colpito i manifestanti, e la polizia volante ha permesso e talvolta incoraggiato assembramenti di sostenitori di Mubarak per colpire e aggredire sessualmente chi protestava e i giornalisti». Il potenziale positivo e l'impatto delle elezioni municipali dell'Arabia Saudita sono stati indeboliti dalla repressione successiva e dall'arresto dei riformatori.

 

 

L'Islam alle Urne

 

I governi occidentali, che invocano la promozione dell'autodeterminazione e della democrazia, devono dimostrare, con le loro politiche e le loro pubbliche dichiarazioni, che rispettano il diritto di ciascuno e di tutti i movimenti, tanto religiosi che laici, a partecipare dall'interno al processo politico. I fallimenti politici e l'ipocrisia, evidenti nelle reazioni europee e americane quando fu stravolto il processo elettorale in Algeria, o durante l'indiscriminata repressione del Partito della Rinascita in Tunisia negli anni '90 e il più recente tentativo di "manovrare" e determinare il processo di democratizzazione in Iraq e rifiutare di onorare la vittoria di Hamas in elezioni democratiche, devono essere in futuro evitati, se l'Occidente vuole evitare l'accusa di operare con due pesi e due misure, una (l'auto-derminazione) per l'Occidente stesso e alcuni alleati scelti, e l'altra per i movimenti e candidati islamici.

 

 

 

Le vicende di più di vent'anni dimostrano che candidati e partiti islamici sono di fatto stati eletti, sono stati al governo in molti paesi e hanno svolto, in altri, ruoli di guida politica. Come tutti i politici e i partiti, alcuni hanno fallito, altri hanno avuto successo. Alcuni sono rimasti intransigenti; altri hanno adattato le loro fedi e programmi politici alla luce delle loro esperienze. Non è l'Islam, ma la politica interna e internazionale a costituire il principale problema. Come ha notato l'Economist: «Il mondo islamico non abbonda di esempi di buon governo, per non parlare di democrazia. Ma la colpa è raramente della religione: occorre guardare piuttosto a crudeli tiranni, sistemi feudali corrotti, eserciti dispotici o a ogni combinazione di questi elementi Lo scenario si fa scuro se ci si volge a ovest, con gli arabi che abitano la regione meno democratica della terra. La maggior parte dei capi arabi, siano re o presidenti, prendono tutte le decisioni che vogliono; i loro sudditi le eseguono. Se non possono ambire ad una corona, sono allora rieletti attraverso referendum manipolati. I partiti arabi al potere, con in dote denaro e protezioni, riescono di solito a vincere senza brogli, anche se, per essere sicuri, di solito ricorrono anche a questi. La religione è in grande misura estranea a questo abuso diffuso» [Iran, Islam e democrazia in «The Economist», 19 Febbraio 2000, p. 2].

 

 

 

I problemi della democratizzazione e dell'Islam rimangono centrali per lo sviluppo del Medio Oriente e del mondo musulmano nel ventunesimo secolo. Gli osservatori devono ricordare che assistono a un processo aperto, un processo di sperimentazione e cambiamento. L'esperienza occidentale di democratizzazione è stata segnata da tentativi ed errori, accompagnata da guerre civili e conflitti intellettuali e religiosi.

 

 

 

Così, anche nel Medio Oriente odierno, le società che cercano di valutare e definire nuovamente la natura del governo e della partecipazione politica, il ruolo dell'identità e dei valori religiosi, andranno in molti casi incontro a un delicato cammino di tentativi ed errori, nel quale rischi a breve termine saranno il prezzo da pagare per potenziali guadagni a lungo termine. Governi assolutistici possono far deragliare o soffocare il processo di cambiamento, tuttavia ritarderanno semplicemente l'inevitabile. Le realtà della maggior parte delle società musulmane e le aspirazioni di molti cittadini, così come l'esempio della lotta per la democratizzazione in altre parti del mondo, richiederanno una maggiore liberalizzazione politica, pena il mantenimento di condizioni propizie alla crescita di radicalismo, instabilità politica e terrorismo globale.

 

 

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Per una discussione più approfondita di questi problemi, v. John L. Esposito, Unholy War: Terror in the Name of Islam, Oxford University Press, New York 2002,

 

The Islamic Threat: Myth or Reality?, Oxford University Press, New York 1999 e J. L. Esposito, John O. Voll, Islam and Democracy, Oxford University Press, New York 1997, Graham E. Fuller, The Future of Political Islam, Palgrave, New York 2003 e il suo Islamists in the Arab World, The Carnegie Endowment, Washington, D.C. 2004.

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