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Cristiani nel mondo musulmano

La questione di sempre, un metodo nuovo

Questo articolo è pubblicato in Oasis 4. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 17/06/2019 12:30:57

Cinque anni sono passati dall'11 settembre 2001, il giorno delle Torri Gemelle, il giorno in cui tutti, anche i più sprovveduti, anche i più superficiali, anche i più distratti, siamo sobbalzati spalancando gli occhi, il cuore in tumulto. Cosa sta succedendo? Che mondo è mai questo? Nessuno ha potuto evitare queste domande e nessuno, ancora oggi, le può evitare. Non che l'11 settembre sia stata una esplosione isolata: una storia l'ha preceduto, e una storia molto lunga. Ma forse non avevamo gli occhi o l'energia o la voglia di guardarla. Comunque in quel giorno è accaduto qualcosa che ha avuto la forza di un inizio, tale è stata la sua agghiacciante spettacolarità. Sono i pensieri e gli interrogativi che si affacciano quando ripensiamo a cinque anni fa. Nessuno è in grado di tracciare un "bilancio", anche se molti propongono conclusioni; nessuno è in grado di fornire interpretazioni esaurienti anche se molti esibiscono deduzioni e spiegazioni, incluse quelle complottistiche e dietrologiche. Il nostro contributo alla riflessione parte da un presupposto diverso: la messa in campo di un soggetto che si interroga e reagisce al contraccolpo di un evento straordinario. I cristiani e l'11 settembre, ecco il titolo, il tema, di questo quarto numero di Oasis. Cioè: di fronte alla circostanza, anche quando ha una faccia terribile e stravolgente, noi ci chiediamo che cosa Dio ci domanda attraverso questa circostanza, cosa domanda a noi cristiani. Io credo che prima di tutto l'evento 11 settembre metta in evidenza la questione del male nel mondo. Una questione che da sempre, in maniera acuta, ha avvinghiato la mente dell'uomo. Con Leibniz e la Teodicea, l'Occidente l'ha addirittura trasformata in una obiezione: «Se Dio c'è perché c'è il male nel mondo?». E come in un gioco a rimpiattino, cercando le responsabilità del male si provano diverse risposte. Forse, si pensa, Dio non è responsabile del male, tuttavia non lo impedisce e allora come minimo se ne stia zitto lassù, nell'alto dei cieli. Oppure non è responsabile perché semplicemente non c'è e dunque la maledizione dell'uomo non è riscattabile in alcun modo; nulla ha senso. Ma per confrontarsi in modo autentico con la questione del male occorre prima di tutto andare all'esperienza originaria dell'uomo; da là forse troveremo qualche traccia di risposta. «Come io sto davanti al male? Sono io capace di eliminare il male?». Se l'uomo è sincero, posto davanti al male proprio e altrui, il suo primo atto è riconoscersi bisognoso di salvezza, una salvezza che non può darsi da solo. È qui che l'annuncio di Cristo si fa clamorosamente evidente: la possibilità della redenzione del male e dunque della salvezza di cui l'uomo avverte l'indispensabilità è in Uno che non ha fatto discorsi sul male, ma ha proposto se stesso come liberazione dal male, pur non avendo peccato si è lasciato trattare da peccatore, e da innocente si è lasciato crocifiggere in nostro favore. La salvezza non è solo la spiegazione dell'enigma costitutivo dell'uomo («Che strano essere è un essere che non ha in sé il fondamento del suo essere? Che prima non c'era, adesso c'è, poi non ci sarà?»), ma è addirittura l'offerta concreta di Gesù stesso come via eucaristica alla vita e alla verità. Quindi la risposta alla domanda della Teodicea non è una teoria sul male, ma è la persona di Gesù crocifisso e risorto. Ora questa chiave salvifica è affidata alla libertà di ogni uomo. Balthasar dice: «Dio in Cristo Gesù scioglie l'enigma dell'uomo ma non ne pre-decide il dramma». Il senso è che ognuno di noi è sempre in azione e deve ratificare con il suo sì a Cristo la strada della sua conversione, del suo cambiamento, della vittoria sul male nella fede. A chi Lo ascolta Gesù dice: «Tu hai bisogno di cambiare, tu devi cambiare e tu devi cambiare sempre». È il "convertitevi" che raccoglie tutto il grande richiamo della Torah, dei profeti, della Sapienza, concentrato in qualche modo nell'appello del Battista. «Vi supplico, lasciatevi riconciliare con Dio», dice san Paolo. Perciò l'11 settembre spinge a una grande meditazione sull'enigma dell'uomo, sull'enigma del male, sulla possibilità di salvezza da questo enigma, sulla possibilità e la responsabilità che ogni singolo uomo ha nella costruzione di una "vita buona" personale e sociale. Oggi nei cristiani tutto ciò deve indurre a due atteggiamenti. Prima di tutto la profondità della domanda. «Siamo in questa posizione confessante? Nel nostro stile di vita quotidiano e comunitario, l'atteggiamento della confessione, cioè di chi si riconosce peccatore e invoca la misericordia del crocifisso, è normale?». Possiamo invece constatare che noi raramente ci mettiamo in campo, raramente sentiamo l'urgenza dell'interrogativo circa la nostra fedeltà al messaggio cristiano. Penso ad esempio che sia necessario riflettere sul perché in Oriente sia stata resa possibile una confusione così totale tra Cristianesimo e civiltà occidentale. Questa confusione consente a tanti fratelli islamici di denunciare insieme Cristianesimo e Occidente come se fossero la stessa cosa, accomunati nella stessa decadenza; non possiamo limitarci a liquidarla come una critica semplicistica. Non credo che i cristiani debbano gettare un velo di negatività su tutta l'esperienza moderna che così fortemente segna l'Occidente, ma certo è importante raccogliere la critica "orientale", assumendo interrogativi coraggiosi circa la pretesa di ridurre la religione a un fatto privato, la pretesa intellettualistica e astratta delle "democrazie da esportare", la pretesa di una insopprimibile libertà di coscienza che però coincide con il "vietato vietare". Insomma, grande è l'attualità della formula conciliare: il Cristianesimo genera per sua natura culture, ma non si lega a nessuna cultura. In secondo luogo l'energia della conoscenza. Conoscere l'Islam, conoscere gli Islam. E qui torna la questione del soggetto in campo. Voglio ricordare in proposito la strada fatta con Oasis. Ai cristiani di Occidente abbiamo fatto una proposta: conoscere l'Islam, parlare con l'Islam, attraverso i nostri fratelli cristiani d'Oriente, attraverso la loro esperienza millenaria, attraverso la loro realtà e anche la loro inquietudine di minoranze. Attraverso un soggetto costituito, concreto, presente. Una scelta che sta provocando due conseguenze molto belle: costringe noi occidentali a "deintellettualizzarci" e spinge i nostri fratelli orientali ad assumersi questo compito all'interno della Chiesa universale. In questo contesto vogliamo affrontare gli interrogativi di carattere più generale e cioè, sociale, economico e politico che questo momento storico fa emergere. Possiamo oggi non domandarci se il grande appello di Giovanni Paolo II contro la guerra in Iraq non fosse una voce profetica da ascoltare? Possiamo ridurre il problema della sicurezza in Occidente ai soli fattori tecnici e di contenimento? Come l'Europa può interloquire con gli Stati Uniti? È giusto pensare che si debba rispondere agli uomini-bomba con la rappresaglia? In che senso si può prevenire una minaccia? Dove arriva l'uso della forza? Gli occidentali credono di avere una spiegazione di tutto, riflesso della grande mind europea che ha sintetizzato Alessandria, Gerusalemme e Roma. Ma, avendo perso la soggettività che era alle spalle, la grande cultura è diventata il grande meccano: pezzi da montare e smontare in un gioco sempre più astratto e rarefatto. Forniamo teorie sempre nuove e perdiamo di vista la realtà. E se si prescinde dai soggetti reali, anche l'approccio puramente scientifico, di studio, è destinato ad essere parziale. Dalla nostra ricchezza scaturisce la presunzione, che diventa facilmente complesso di superiorità perché all'interno del nostro sistema mentale noi possiamo articolare teorie più complete di fronte alle quali, misurati soltanto sul terreno del linguaggio, gli sviluppi che vengono dall'Oriente possono apparire troppo primitivi. E però d'altra parte, proprio nell'Oriente vediamo una forza, una convinzione nella religio, nel rapporto esplicito con Dio, di cui in fondo abbiamo nostalgia, poiché rischiamo ormai di restare senza padri, figli di nessuno. In questo frangente storico iniziato con l'11 settembre, così drammatico e cupo, c'è la possibilità di una via positiva. In Oriente e in Occidente essa passa dalle comunità dei cristiani, dal coraggio con cui metteranno in campo se stesse, da come si dimostreranno "comunità confessante" sapendo accogliere e fare propria la domanda di salvezza che pulsa nel cuore di ogni uomo.

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