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Recensioni

Nel dna del nostro tempo c'è il terrorismo. E il disperato bisogno di spiegarlo

Solo oggi il cinema comincia ad affrontare direttamente le Twin Towers. Per quattro anni ha prevalso il silenzio di un mondo raggelato e impotente a trovare un senso tra le rovine della realtà l'impotenza.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 3. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 17/06/2019 15:17:56

L'altro giorno ho visto Bin Laden. O almeno uno uguale a lui. Un trentenne magro e allampanato che, vestito da pashtun sulle montagne dell'Afghanistan, abbracciava Sylvester Stallone e si dichiarava amico suo e dei fratelli americani per la vita. Era un'assonnata domenica pomeriggio e un qualche canale tv trasmetteva, in mancanza di meglio, Rambo 3, (Rambo III, Usa '88). Il film di Peter MacDonald, dedicato al "valoroso popolo afgano", è il più brutto della serie, quello per cui Stallone si beccò il premio pernacchia al peggior attore dell'anno. Una storia scema, dove Rambo esce dal monastero che gli ha dato rifugio e prende il fucile contro i russi per salvare il suo ex-colonnello, prigioniero in Afghanistan. Effettivamente Osama era lì, all'epoca, con gli oltre 35.000 radicali musulmani che da 43 paesi islamici di Medio ed Estremo Oriente, Africa ed Asia centrale, davano man forte ai mujaheddin afgani.

 

 

Gli ex-alleati lo descrivono come una persona insicura, profondamente influenzabile, sempre bisognoso di maestri. Attratto dal Rambo di turno, insomma. E basta questo aneddoto a capire che del cinema non ci si può fidare. Sempre in anticipo, sempre in ritardo, sempre tangenziale alla verità. Insomma, la realtà è diversa. Ground Zero Prendiamo la tragedia delle Twin Towers, ad esempio, quelle terribili immagini visitate dalla televisione fino alla nausea. Fino ad oggi, il cinema le ha ignorate: un silenzio così assordante da rappresentare meglio di qualunque rappresentazione un mondo raggelato, impotente a ritrovare un senso tra le rovine della realtà. In compenso è fiorito, in questi quattro lunghissimi anni, un filone inedito che ha coinvolto l'America, e l'Europa nei suoi elementi migliori. Più o meno consapevole, lo smarrimento ha portato ad una ricerca delle radici che si è tradotta in un proliferare di film su padri che cercano i figli, figli che ignorano i padri, sul passato che ritorna e il futuro che si nega. È la tendenza più interessante degli ultimi decenni, condivisa persino dalla cinematografia più snob, quella francese che, con Chirac presidente di lungo corso, constata infine «un malessere profondo» e parla di «crisi di identità».

 

 

La dicono lunga, al proposito, la vittoria a Cannes del bellissimo L'enfant, film franco-belga dei fratelli Dardenne, il successo di due film di nicchia, diversi e uguali come Broken Flowers di Jim Jarmusch e Non bussare alla mia porta (Don't Come Knocking) di Wim Wenders, gli esordi originali e comicissimi di Dani Levy con Zucker come diventare ebreo in 7 giorni (Alles auf Zucker!) e Liev Schreiber con Ogni cosa è illuminata (Everything Is Illuminated), tratto dal best seller di Jonathan Froer. Ma oggi si parla d'altro. Perché a rimuovere la censura, a scoprire il nervo dolente di un Paese che di fatto è il mondo, ci provano in tre, con timore e tremore. E la paura non è mai buona consigliera. La scommessa potrebbe vincerla Paul Greengrass, l'ultimo a girare, il primo ad uscire sugli schermi, che porterà a Cannes il suo Flight 93. Soltanto 40 giorni di lavorazione per raccontare i drammatici 90 minuti sul quarto aereo dirottato, quello che si schiantò in un campo della Pennsylvania. L'autore, che nel 2002 vinse un Orso d'oro a Berlino con il film Bloody Sunday, raccontando i poliziotti inglesi che spararono sui cattolici irlandesi nel 1972, ha un'ambizione altissima: «Trovare qualcosa di molto più grande dell'evento stesso: il Dna del nostro tempo». Diamogli credito. Più convenzionale, almeno sulla carta, appare Reign O'er Me di Mike Binder, prodotto dalla Sony che ha puntato 20 milioni di dollari sulla storia di un uomo che ha perso la sua famiglia negli attentati dell'11 settembre e non è riuscito a riprendersi dal trauma.

 

 

Buon ultimo, Oliver Stone: con World Trade Center sta girando quello che è già stato definito «il set più difficile della storia di Hollywood». Il film va al cuore della vicenda con la storia di un miracolo, quello dei due poliziotti di New York, John McLoughlin e William Jimeno, estratti vivi dalle macerie quando ormai erano cadute le speranze di ritrovare superstiti. Interpretato da Nicholas Cage, uscirà l'11 agosto 2006, un mese prima del quinto anniversario, «per non dare l'impressione di voler strumentalizzare l'avvenimento» dicono i produttori della Paramount. Infinite le cautele: si gira a Los Angeles per non turbare i newyorkesi, si moltiplicano gli incontri con i parenti delle vittime.

 

 

Un Oscar per Israele

 

 

A cosa serve il cinema? A cambiare la realtà, a fare memoria e già non sarebbe poco , a niente? Sono domande vecchie almeno quanto il secolo che ci ha preceduto. Gridate negli anni '60 e '70, quando il mondo nuovo sembrava sempre lì da venire, al seguito di una qualche rivoluzione; smorzate dopo, negli Ottanta e Novanta. Si risvegliano oggi, da più parti e con linguaggi diversi. Si parla della storia, si ribalta la cronaca. La realtà entra prepotente anche nel teatrino degli Oscar. Sono almeno tre i film papabili che la tirano dentro, magari per i capelli. Protagonisti, un giovane palestinese, Hany Abu-Assad, sostenuto da capitali europei, e due marpioni americani, Steven Spielberg e George Clooney. Paradise Now, già premiato da Amnesty International, affronta il «guado, tragico e profondo, del conflitto israeliano-palestinese» attraverso gli occhi e il destino di Khaled e Said, due ragazzi kamikaze cresciuti in un campo profughi. L'educazione sentimentale alla morte, il messaggio ai parenti, un rito dell'ultima cena dalle assonanze imbarazzanti, l'attentato fallito. I morti sono di impaccio, se l'eroe è un terrorista suicida.

 

 

L'obiettivo è scontato: «Realizzare un film capace di aiutare la fine di ogni violenza e la fine di ogni occupazione». Diffidate, gente, diffidate da chi chiede a un film di sconfiggere il male. Più vecchio, più furbo e più scafato, Spielberg almeno definisce il suo Munich «una preghiera per la pace». Lo sa per esperienza se non per fede che è una specie di miracolo che la realtà si riveli in un film. Anche lui racconta la martoriata Israele di oggi, prendendo a pretesto fatti dell'altro ieri. Munich è dedicato alla strage che, durante le Olimpiadi del '72, si consumò nella città tedesca, ad opera di un commando di terroristi palestinesi di Settembre nero, ai danni di undici atleti israeliani, rapiti e poi giustiziati. Il film racconta anche il seguito: la storia dei cinque uomini del servizio segreto israeliano incaricati di eliminare tutti i dirigenti della OLP e del FPLP che avevano partecipato all'azione. «Non credo che cinema e libri possano risolvere la situazione» dice Spielberg al Times «ma vale comunque la pena provare».

 

 

Parole sante. Tutta Colpa del Petrolio Quanto a Clooney, deve dimostrare che non è solo un bellone (effettivamente non lo è più, con quei 30 kg di troppo presi sul set di Syriana) e che gli sta a cuore l'educazione. Dalla comoda postazione di secondo in classifica dopo Le cronache di Narnia, con un incasso parziale di 12 milioni di dollari, può anche permettersi di pontificare: «Mancano punti di riferimento per le giovani generazioni che, prima dell'11 settembre, non sapevano neppure in alta percentuale la differenza tra Palestina e Israele. Vivo il bisogno concreto di offrire loro appigli contro la violenza, elementi di riflessione». Il film è dedicato al petrolio, definito «una droga» dal regista Steve Gaghan, che di droghe se ne intende. E dal petrolio alla droga, dalla droga al terrorismo, il processo è breve, suggerisce. Ed ecco allora, anche qui, che si cercano le "ragioni" capaci di trasformare in kamikaze due giovani non fondamentalisti. C'è tanto, forse troppo in Syriana, girato da Washington a Ginevra, dal Dubai a Beirut: il terrorismo internazionale e la politica estera americana, il Medio Oriente e la Cia, i giacimenti in Kazakistan e il malaffare, gli emiri e gli immigrati. In America è piaciuto a tutti, democratici e repubblicani. Non è un buon segno. E allora, per chiudere, possiamo fare una piccolissima proposta ai membri dell'Academy? Tra i tanti Oscar politically correct, possiamo assegnarne uno a chi non ha fatto un film contro Israele, a chi non parla di kamikaze, a chi non pensa che terrorismo è uguale a povertà? Difficilissimo trovare uno così nel cinema, lo sappiamo. Ma possiamo provarci?

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