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Religione e società

Nella sfera della concittadinanza

Il tema dei diritti fondamentali e delle democrazie nasce dal cuore stesso della visione antropologica cristiana, alla luce dell'opera di Dio, così come ci è stata offerta dalla rivelazione divina, soprattutto attraverso la persona e gli insegnamenti di Cristo Signore; perciò è il tema di ora e di sempre, il tema di ogni Paese.

 

 

Sua Santità Giovanni XXIII, nella sua lettera apostolica Pacem in terris (11 aprile 1963), scrisse che i membri delle comunità civili sono cittadini per il semplice fatto di essere persone umane, pari in dignità e quindi in diritti. I diritti fondamentali dell'uomo nascono dunque dalla sua stessa natura, espressa dalla Parola di Dio rivelata e dall'insegnamento della Chiesa.

 

 

Questo concetto era il fondamento su cui si basavano le costituzioni dei Paesi, i cui abitanti professavano in blocco o in maggioranza la fede cristiana. Oggi, invece, la maggior parte delle democrazie dei Paesi occidentali tende a rimuovere il fatto religioso, omettendo addirittura la semplice indicazione che i diritti fondamentali dell'uomo si poggiano, originariamente, sulla tradizione cristiana, o per lo meno su una dimensione religiosa che ha plasmato la loro cultura. Questo fatto è apparso con evidenza nel preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. In altri Paesi, invece, le costituzioni menzionano esplicitamente l'eredità religiosa, ad esempio l'Islam, come fonte unica o principale.

 

 

I diritti fondamentali, come li definisce la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, si riassumono in dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia. Ciascuno di questi capi ha poi numerosi articoli. Ci soffermeremo qui su alcune espressioni dei diritti fondamentali che, più da vicino, riguardano il nostro discorso.

 

 

Ogni uomo gode della stessa dignità, perché creato a «immagine e somiglianza di Dio» [Gen 1, 26-27]. Infatti «Dio non fa preferenze di persone» [At 10, 34] e «presso di Lui non c'è parzialità» [Rm 2, 11]. Questa eguaglianza tra ogni persona, nella dignità, si manifesta e giunge a compimento in Cristo, Parola incarnata: «Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» [Gal 3, 28].

 

 

Dio ha creato l'uomo a Sua immagine e somiglianza e la natura umana è una, quale che sia il sesso, il colore, la razza, la nazionalità, la religione, la ricchezza, la classe sociale. Nessuno, né uomo né istituzione, ha il diritto, quale che sia la giustificazione addotta, di privare una persona dei suoi diritti fondamentali. In particolare del diritto alla vita, alla libertà, all'uguaglianza, all'espressione, alla religione e a poterla esprimere, all'educazione, al lavoro, alla dignità, alla partecipazione completa alla vita del proprio Paese.

 

 

Tali concetti sono ben espressi nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, promulgata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 e confermata dai patti internazionali. La Chiesa Cattolica Apostolica in tutte le occasioni ha sostenuto e difende questi diritti.

 

 

Il Concilio Ecumenico Vaticano II proclama infatti che «tutti gli uomini, dotati di un'anima razionale e creati ad immagine di Dio, hanno la stessa natura e la medesima origine. Tutti, redenti da Cristo, godono della stessa vocazione e del medesimo destino divino: è necessario perciò riconoscere ognor più la fondamentale uguaglianza tra tutti. [...] Ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio» [Gaudium et Spes, 29].

 

 

Ricordiamo anche quanto ha affermato Giovanni Paolo II nella lettera per la Giornata Mondiale della Pace del 1999, dal titolo Nel rispetto dei diritti umani il segreto della pace vera, redatta in occasione del cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale. Sua Santità sostiene che «La Dichiarazione Universale è chiara: riconosce i diritti che proclama, non li conferisce; essi, infatti, sono inerenti alla persona umana ed alla sua dignità. Conseguenza di ciò è che nessuno può legittimamente privare di questi diritti un suo simile, chiunque egli sia» (n. 3).

 

 

Il Concilio Ecumenico Vaticano II dichiara: «La vera libertà [...] è nell'uomo un segno privilegiato dell'immagine divina» [Gaudium et spes, 17]. Il catechismo della Chiesa Cattolica lo ribadisce: «ogni persona umana, creata ad immagine di Dio, ha il diritto naturale di essere riconosciuta come un essere libero e responsabile. Tutti hanno verso ciascuno il dovere di questo rispetto. Il "diritto all'esercizio della libertà" è un'esigenza inseparabile dalla dignità della persona umana, particolarmente in campo morale e religioso. Tale diritto deve essere civilmente riconosciuto e tutelato nei limiti del bene comune e dell'ordine pubblico» (n.1738).

 

 

Ci preme soffermarsi, a questo proposito, sulla libertà religiosa e di coscienza. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha consacrato un'apposita dichiarazione alla libertà religiosa. In essa proclama che «il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l'hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione [...] Il diritto alla libertà religiosa non si fonda quindi su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. [...] Il suo esercizio, qualora sia rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito» [Dignitatis Humanae, 2]. Il documento continua: «Non si deve quindi costringere l'uomo ad agire contro la sua coscienza. E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso. Infatti l'esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l'essere umano si dirige immediatamente verso Dio: e tali atti da un'autorità meramente umana non possono essere né comandati, né proibiti. Però la stessa natura sociale dell'essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa e professi la propria religione in modo comunitario. Si fa quindi ingiuria alla persona umana e allo stesso ordine stabilito da Dio per gli esseri umani, quando si nega ad essi il libero esercizio della religione nella società, una volta rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia» [ibidem, 3].

 

 

Sulla stessa linea si colloca Sua Santità Giovanni Paolo II: «la libertà religiosa è inviolabile. [...] Proprio per questo, nessuno può essere obbligato ad accettare per forza una determinata religione, quali che siano le circostanze o le motivazioni. [...] L'uso della violenza non può mai trovare fondate giustificazioni religiose né promuovere la crescita dell'autentico sentimento religioso» [Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1999, 5].

 

 

La libertà di insegnamento si collega fermamente con la libertà religiosa e di coscienza. Afferma il Concilio: «I genitori, avendo il dovere ed il diritto primario e irrinunciabile di educare i figli, debbono godere di una reale libertà nella scelta della scuola» [Gravissiumum Educationis, 6]. La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea prevede a questo proposito che «il diritto dei genitori di provvedere all'educazione e all'istruzione dei loro figli secondo le loro convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche è rispettato secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio» [Capo 2, art. 14].

 

 

Anche democrazia e concittadinanza derivano dai diritti fondamentali. Osserviamo, a riguardo, che gli eventi dell'11 settembre 2001 hanno avuto gravi ripercussioni sul mondo intero e in particolare sulla nostra regione araba. Sono ritornati vecchi interrogativi, in particolare in relazione alla democrazia. Essa può assumere molte forme sicché ogni Stato deve ispirarsi alla propria esperienza e tradizione da cui può ricevere spunti per approfondire il concetto di democrazia ed elaborare una propria via, alla luce della storia particolare, del patrimonio di convinzioni e costumi. Non si può imporre una forma di democrazia con la forza, a nessun popolo, pena gravi conseguenze.

 

L'esperienza democratica, per avere successo, ha bisogno di essere radicata nella pratica. Una democrazia non può crescere senza uno sviluppo economico equilibrato. Essa richiede inoltre il coinvolgimento e il sostegno della società civile; discende da un'educazione alla democrazia e dalla preparazione dei singoli alla pratica politica; ha bisogno di una presa di coscienza circa le questioni sociali perché i cittadini diventino capaci di contribuire al progresso della loro società.

 

 

La Chiesa ha un importante ruolo in questo campo, in particolare per quanto riguarda l'educazione agli elementi religiosi fondamentali che derivano dalla rivelazione divina e che continuano ad essere approfonditi attraverso la dottrina sociale.

 

 

Sua Santità Giovanni Paolo II nell'enciclica Centesimus Annus del 1° maggio 1991 afferma che «la Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche». La democrazia autentica «esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia delle singole persone mediante l'educazione e la formazione ai veri ideali, sia della "soggettività" della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità» (n. 46). Tutto questo deve essere illuminato da una concezione completa e corretta dell'uomo e della società.

 

 

Nella sua enciclica Evangelium Vitae (25 marzo 1995), il Santo Padre chiarisce che la democrazia è un mezzo, non è un fine: «il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove» (n. 70). I sani valori non derivano dalle mutevoli opinioni, ma soltanto dalla legge morale oggettiva che traduce l'ordine che Dio ha posto per l'uomo. Tale legge resta stabile e non subisce mutamenti.

 

 

Il concetto di concittadinanza traduce i diritti fondamentali dell'uomo nell'unica patria e garantisce il godimento delle libertà personali, della libertà di espressione e di pensiero, nonché del riconoscimento della dignità umana. Concittadinanza significa partecipazione di tutti i cittadini di uno stesso paese, senza distinzioni di sesso, colore, fede o razza, alla pratica dei diritti politici, secondo i principi di uguaglianza, pluralismo e condivisione nel processo decisionale in ambito politico.

 

 

Il diritto alla concittadinanza acquista una particolare importanza nei paesi caratterizzati da pluralismo etnico o religioso.

 

 

Fondamento della concittadinanza è l'appartenenza alla patria, l'uguaglianza e la partecipazione, dal momento che il legame tra lo Stato e il popolo nel regime democra¬tico moderno si fonda, in primo luogo, sull'appartenenza alla patria. Chiunque abbia la cittadinanza di un certo Stato, è ipso facto cittadino. Base e discrimine della retta concittadinanza è poi l'uguaglianza. I cittadini godono degli stessi diritti e sottostanno ai medesimi obblighi, sulla base dell'eguaglianza davanti alla legge. La sovranità della legge è il fondamento del regime democratico. Quanto alla partecipazione, essa si esplicita nelle associazioni in una società civile edificata sul pluralismo.

 

 

La partecipazione comune garantisce ai cittadini la possibilità di avanzare proposte ed entrare nel processo decisionale, gestendo le questioni locali e generali del paese, nella divisione dei poteri, nell'avvicendamento e nel controllo. La concittadinanza richiede inoltre la sicurezza sociale, economica e culturale del singolo e dei gruppi.

 

In quest'ottica il Concilio Vaticano II afferma: «La tutela dei diritti della persona è condizione necessaria perché i cittadini, individualmente o in gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica» [Gaudium et Spes, 73 b].

 

 

La vera concittadinanza genera un sentimento esistenziale di legame con la terra e la patria e con gli altri membri della società. Essa è il pilastro della democrazia, perché la società democratica si fonda nella sua struttura su ciascun cittadino. In essa si realizza l'uguaglianza e il singolo ottiene il suo posto e ruolo sociale, secondo le sue abilità, potenzialità e inclinazioni. In essa si riconosce l'importanza del ruolo del singolo, del rispetto dell'opinione propria e altrui e si radicano i valori della parità tra tutti e della solidarietà.

 

 

Il Concilio attira l'attenzione anche sulla dimensione spirituale e religiosa affermando: «Per instaurare una vita politica veramente umana non c'è niente di meglio che coltivare il senso interiore della giustizia, dell'amore e del servizio al bene comune» [ibidem, 73 b].

 

 

D'altro canto, in cambio di tali diritti la concittadinanza richiede l'impegno dei singoli, come tali e come membri di corpi sociali, a ottemperare a doveri e responsabilità verso gli altri cittadini e verso la società cui appartengono, come pure l'obbligo a contribuire a tutto ciò che edifica la patria e la società e alla difesa delle libertà fondamentali con i mezzi legittimi.

 

Tra i doveri della concittadinanza rientra anche il rispetto, da parte di ogni cittadino, dell'identità degli altri, della loro cultura, lingua e religione, nella cooperazione alla costruzione dell'edificio democratico, sui pilastri del rispetto e dell'accoglienza, del dialogo e della solidarietà. Ciò costituisce il miglior mezzo per combattere l'estremismo, il fondamentalismo e le discriminazioni.

 

 

La concittadinanza richiede, infine, che a livello mondiale i cittadini agiscano solidali con il resto dell'umanità, come esorta il Concilio: «I cittadini coltivino con magnanimità e lealtà l'amore verso la patria, ma senza grettezza di spirito, cioè in modo tale da prendere anche contemporaneamente in considerazione il bene di tutta la famiglia umana, di tutte le razze, popoli e nazioni, che sono unite da innumerevoli legami» [Gaudium et Spes, 75].

 

 

Nell'enciclica Veritatis Splendor del 6 agosto 1993, il Santo Padre Giovanni Paolo II afferma che la difesa delle leggi morali universali immutabili è un servizio non solo per i singoli, ma anche per la società intera, in vista del suo sommo bene. Queste leggi costituiscono infatti «il fondamento incrollabile e la solida garanzia di una giusta e pacifica convivenza umana, e quindi di una vera democrazia» [ibidem, 96].

 

 

La Chiesa invita i suoi figli a fare dell'amore di Cristo e della vera libertà in Cristo, fondata sui valori rivelati, il fondamento in ogni aspetto della vita personale e comunitaria: nell'educazione, nella cultura, nell'economia, nel lavoro, nel tempo libero, nella famiglia, nella società nazionale e internazionale. La Chiesa si adopera per infondere nel cuore dei suoi figli una civiltà basata sul rispetto dell'altro, sulla santificazione del vero e del giusto, sull'eguaglianza tra tutti, la fratellanza e il superamento dell'egoismo per il servizio comune: prende a esempio Cristo nell'esercizio del potere, in uno stile di servizio e dono di sé.

 

 

Ecco dunque alcune riflessioni sul tema dei diritti fondamentali e delle democrazie tratte dalla dottrina sociale della Chiesa, mentre lascio agli specialisti nel campo il compito di affrontarle dal punto di vista accademico.

 

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