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Religione e società

Nell’utopia del Califfato i germi del fallimento

Nella politica estera dei Fratelli musulmani si rintraccia un elemento centrale della loro sconfitta: il loro ambizioso progetto panislamico non lasciava spazio agli interessi nazionali. E l’esercito, parte della burocrazia e della popolazione non potevano accettarlo

Questo articolo è pubblicato in Oasis 18. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 04/05/2018 14:46:57

Oasis n. 18 è disponibile in libreria e online.

 

Le scelte e i grandi orientamenti della politica estera del governo dei Fratelli musulmani in Egitto sono stati un fattore importante nella legittimazione del Presidente Mursi e nella sua caduta. Essi sono stati percepiti dalla burocrazia egiziana, dalla “foreign Policy community” egiziana (diplomazia, ricercatori, giornalisti specializzati, organismi di sicurezza, esercito) e da una maggioranza schiacciante della popolazione come un pericolo per la sicurezza nazionale del Paese e per la sua integrità territoriale. In altre parole, gli apparati statali hanno avuto la percezione che l’interesse del Paese fosse passato in secondo piano, a favore del grande disegno dei Fratelli musulmani e delle loro diramazioni estere, e cioè il ristabilimento del Califfato. Personalmente ritengo che queste percezioni siano fondate, anche se molti punti restano contestati o attendono di essere chiariti.

Il potere dei Fratelli non ha mai brillato per trasparenza. Non si sa né dove (l’ufficio della direzione? L’organizzazione internazionale? L’entourage di Khayrat al-Shâtir?) né come fossero prese le decisioni, anche se si sa con certezza che non venivano prese dalla presidenza (salvo forse, e solamente in una certa misura, nel primo mese della presidenza di Mursi) e che l’uomo forte del nuovo regime era Khayrat al-Shâtir. Su molte questioni i Fratelli non potevano spingersi fin dove avrebbero voluto, dovendo tener conto delle preoccupazioni e dell’atteggiamento dell’esercito, come del resto l’esercito doveva tener conto dei Fratelli. Penso in particolare al Sinai, alle frontiere sudanesi e ai progetti di zona franca nel Sinai o nella regione del Canale. Il generale al-Sîsî si è opposto a più riprese ai progetti dei Fratelli, facendo per esempio allagare i tunnel che uniscono Gaza all’Egitto, mentre il Capo di Stato maggiore Sidqî Subhî ha sconfessato il presidente (!) quando questi ha manifestato l’intenzione di restituire la zona di Halayeb al governo di Khartoum. Allo stesso modo molti osservatori ritengono che la decisione dei Fratelli di sostenere i jihadisti siriani nonostante il parere contrario del complesso militare-securitario sia stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo.

 

Incompatibilità con lo Stato

La nuova squadra dei Fratelli non ha mai fornito spiegazioni delle sue scelte di politica estera. Ciò che sappiamo della politica estera egiziana deriva, in minima parte, dalle dichiarazioni degli ufficiali della Fratellanza, e, molto più abbondantemente, dalla “foreign Policy community”. Quest’ultima è stata in generale messa in disparte e considerata con sospetto dall’élite della Fratellanza. La diplomazia dei Fratelli passava più attraverso i canali interni che attraverso lo Stato. Più precisamente essa si attuava attraverso i funzionari dell’organizzazione internazionale che circondavano Mursi, in particolare il suo consigliere diplomatico ‘Isâm Haddâd. Gli organismi di sicurezza e l’esercito sorvegliavano la situazione a distanza ravvicinata e non perdevano occasione per suonare il campanello d’allarme o (dipende dal punto di vista) per screditare il nuovo regime. Un’impresa che è sicuramente riuscita anche per il fatto che le accuse lanciate sembravano fondate. Se si preferisce una posizione più prudente, si potrebbe affermare che i Fratelli avevano un programma di fondazione radicale di una nuova società e, pertanto, di una nuova politica estera, e che la loro memoria politica, la loro visione del mondo, le loro scelte sulle alleanze e i loro modi di fare erano incompatibili e inconciliabili con quelli dello Stato egiziano e di una parte importante della popolazione. Basterà un aneddoto a titolo di esempio: il capo delle mukhâbarât (servizi segreti, N.d.R.) sotto Mursi, il generale Ra‘afat Shihâta[1], ha confidato ad alcuni giornalisti di non essere mai riuscito a incontrare il Presidente faccia a faccia. Mursi era perennemente attorniato e sorvegliato da due membri della sua squadra, uno dei quali era un importante funzionario dell’organizzazione internazionale (l’altro era l’ambasciatore Tahtâwî, molto vicino ai Fratelli e grande conoscitore dell’Iran). Ora, lo Stato egiziano è molto puntiglioso sulle questioni di sovranità e delle reti internazionali. Allo stesso modo è nota l’inflessibilità dei funzionari dei Fratelli (o di Hamas) nei negoziati nazionali e internazionali: solo raramente fanno concessioni. Solo per fare un esempio, l’accordo con il FMI non è mai stato concluso perché i Fratelli si sono rifiutati di compiere i gesti necessari. Il cinismo dei Fratelli, che non ha molto da invidiare a quello dei sovietici quanto a capacità di sottoscrivere accordi per violarli alla prima occasione, è ben noto sulla scena interna, ma non ha avuto il tempo di dar prova di sé sulla scena internazionale.

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