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Religione e società

Quando mediare è indicare il bene comune

Questo articolo è pubblicato in Oasis 5. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 17/06/2019 10:22:35

Il rischio della frammentazione e della conflittualità permanente pare essere la cifra che caratterizza in maniera pervasiva le nostre società dopo moderne e, in misura ancor più dirompente, le società che, confrontandosi con la modernità, si trovano esposte a difficili processi di transizione e innovazione socio-culturale. Al di qua e al di là del Mediterraneo assistiamo infatti a fenomeni di intolleranza, di difficile confronto e dialogo tra culture diverse, tra differenti gruppi sociali, tra soggetti portatori di valori "apparentemente" inconciliabili, tra uomini e donne. A preoccupare oggi sono soprattutto i conflitti che nascono nella sfera della socializzazione, dell'integrazione sociale e della produzione culturale: i conflitti di vicinato, di quartiere, familiari, scolastici, sul posto di lavoro, interculturali e ambientali. Ci riferiamo a dinamiche che in questa sede è impossibile affrontare analiticamente, ma che rimandano alla "necessità" dei popoli di dare vita a una forma complessa di cittadinanza, più capace di riconoscere la molteplicità delle appartenenze e delle lealtà e, quindi, di tollerare un livello anche molto elevato di differenziazione. Diverse sono le ipotesi di integrazione che hanno orientato le politiche dei paesi europei che, per primi, si sono confrontati con la presenza di minoranze "diverse" per lingua, religione e cultura. In particolare, vorrei ricordare il modello assimilativo che si è posto lo scopo di trasformare gli immigrati in cittadini della società ospitante e che ha avuto espressione nella via francese all'integrazione (1); il modello temporaneo che considera gli immigrati come lavoratori ospiti e nega la cittadinanza in assenza di legami di sangue con cittadini autoctoni (2); il modello multiculturale che attribuisce, seppur in misura molto diversa, spazi di autonomia alle minoranze, alle quali vengono riconosciuti il diritto alla differenza e il riconoscimento della propria identità (3). Quest'ultimo modello, attualmente al centro di un grande dibattito, presenta rilevanti differenze al suo interno: nella versione liberale, proposta da Kymlicka (4), configura una società con un forte nucleo "monoculturale", alla cui costruzione partecipano però i diversi gruppi; nella versione comunicativa di Habermas (5), invece, la società è identificata in una «comunità illimitata di discorso». Si tratta di una situazione discorsiva ideale che l'autore delinea come soluzione ai problemi della società e della politica nel mondo contemporaneo. La possibilità che tutti i gruppi sociali comunichino liberamente e siano partecipi in eguale misura del dibattito sui problemi sociali, è vista da Habermas come la migliore difesa contro fenomeni quali le ideologie, la crisi di identità dell'individuo, i rischi della globalizzazione. Nella comunicazione devono quindi trovare adeguata considerazione sia la libertà individuale, che la solidale empatia di ciascuno rispetto alla situazione altrui. Ma perché questa situazione ideale si dia è indispensabile a mio parere che ciascuna comunità di appartenenza sia disponibile a confrontarsi con le altre, cioè a tenere aperta la relazione, secondo una complessa dinamica relazionale, in cui identità e differenza siano salvaguardate e consentano di accedere a una società dalle lealtà multiple (6). Si tratta di un percorso complesso poiché questa disponibilità non può generarsi spontaneamente, ma esige che nelle varie "comunità di appartenenza" territoriali, etniche, di senso, di lavoro sia presente un processo di elaborazione che consente di cogliere l'universale "comune" nel particolare (l'altro concreto), senza la pretesa di produrre una unità di tipo sincretico che finirebbe per annullare tutte le differenze. Da un punto di vista relazionale (7) il conflitto interpersonale contiene sempre, oltre alla esperienza di stare in una condizione di contrapposizione tra la soddisfazione dei miei bisogni e quelli che l'altro rivendica come propri, anche la necessità di trovare una terza via che, superando l'aut aut della polarizzazione semplice, apra a un'operazione creativa ("generativa") sicuramente complessa, ma allo stesso tempo che consenta di non perdere né se stessi, né l'altro, e neppure la relazione. Nei fatti ciò che è possibile osservare, quando ci troviamo di fronte a un conflitto, è che questo costituisce "un rischio reale per le relazioni", un rischio che può essere mortale (come la situazione delle nazioni in guerra continua a rimandarci), da cui è impossibile uscire senza guardare a un terzo, senza re-introdurre la dimensione etica, cioè il tema del bene comune e della cittadinanza. Il conflitto comunque sia, manifesto o latente, si propaga nell'ambiente circostante rendendo il clima relazionale pesante, provocando la diminuzione della disponibilità e della fiducia verso gli altri. Si assiste quindi ad un aumento dell'aggressività (verbale e non), al prevalere della contrapposizione a scapito della collaborazione, alla riduzione della possibilità di espressione dei soggetti. Risulta indispensabile, all'interno delle relazioni umane, "sostare" nel conflitto, nel senso di riconoscerlo, prima di tutto, come una occasione di crescita, attraverso la comprensione di ciò che di più profondo scaturisce dalle relazioni conflittuali. Sappiamo bene che molti conflitti non possono essere risolti, mentre possono essere trasformati, ossia si può imparare a convivere con il conflitto in una prospettiva trasformativa che, da una parte, cerca di ridurne i danni, e, dall'altra, cerca di utilizzarlo come risorsa per lo sviluppo. Richiesta di Essere Guidati Emerge quindi il bisogno crescente di trovare uno spazio di incontro negoziale in cui la presenza di un "terzo" possa facilitare lo sviluppo autonomo e creativo di accordi soddisfacenti tra le persone in conflitto, entro una cornice valoriale che si richiama ai bisogni comunitari e solidaristici, propri della natura umana. In ambito internazionale (8) e, più di recente, anche italiano (9) si riflette sul "bisogno di mediazione" presente nelle nostre comunità proprio perché dalla frammentazione delle esperienze e dall'impallidirsi della capacità di trovare un senso, si avverte una richiesta da parte delle persone di essere "guidate" nelle situazioni conflittuali e nella riappropriazione del proprio protagonismo, quali soggetti sociali. Questo processo, che è essenzialmente simbolico, vede impegnati i singoli e i gruppi in un difficile compito di distinzione e di connessione che spesso non riesce a prodursi senza la messa in campo di strumenti adatti. È come se le competenze che ciascuno padroneggia si rivelassero del tutto insufficienti a gestire la complessità delle situazioni e spesso l'esito è l'insuccesso, di cui ci si sente più vittime che artefici. Si assiste così, impotenti, al fatto che i conflitti degenerino in liti esasperate e paralizzino molti degli organi deputati a prendere decisioni, pur in presenza di soggetti competenti e adeguatamente preparati. La mediazione di comunità, così come l'abbiamo incontrata e praticata (10), può candidarsi ad essere uno tra gli strumenti possibili per dare voce al timore diffuso che la pervasività dei conflitti induce, proprio perché, istituendosi con nettezza sulla figura di un terzo "parlante", il mediatore, consente di lavorare sull'emergenza del conflitto per promuovere maggiore appartenenza e riconoscimento dell'altro. In particolare, la sua applicazione nel frame culturale e linguistico, può rappresentare una pratica utile a promuovere la capacità dei gruppi a configurare un nuovo senso e nuove forme regolative delle relazioni sociali. In ambito interculturale siamo in presenza, in genere, di una disimmetria tra nativi e stranieri che può provocare conflitti, non sempre espliciti, in grado però di produrre un notevole malessere tra coloro che ne vengono coinvolti. In queste situazioni la mediazione arriva a toccare, in maniera evidente, l'interazione fra le culture: vivere, infatti, fra lingue e modelli culturali diversi ha sempre richiesto l'aiuto di traduttori, interpreti e intermediari. Interventi di Frontiera Dal punto di vista dell'ipotesi progettuale il mediatore, che opera in campo interculturale, si configura come un "terzo" che ha particolarmente a cuore tutte le situazioni di "confine", di singoli o di gruppi che faticano a costruire legami positivi con il contesto sociale più ampio, estraneo e spesso incomprensibile e, contemporaneamente, che promuove scambi e confronti con la cultura d'accoglienza in una prospettiva il più possibile reciproca. Dal punto di vista dell'intervento, questi progetti sono spesso sostenuti da mediatori della stessa origine degli utenti, che hanno fatto esperienza di emigrazione e che, opportunamente formati, possono costituire un "ponte" tra le due culture. Si tratta, quindi, di un intervento di "frontiera" volto ad accrescere la comprensione dei significati, la gestione delle diverse concezioni del mondo. Oggi le esperienze più significative sono legate all'intervento nelle scuole e nei servizi alla persona, soprattutto nel campo della salute. In questi casi il mediatore culturale opera all'interno di una triade composta dall'utente straniero, dall'operatore psicologo, medico, assistente sociale, o dall'insegnante, con l'obiettivo di consentire uno scambio e un confronto di saperi, di pratiche di apprendimento e di modi di fare, veicolate da una competenza linguistica, metalinguistica e culturale. L'incontro interculturale suppone, da un lato, di riconoscere le resistenze esistenti nel considerare valori diversi da quelli della propria cultura di appartenenza e, dall'altro, di gestirle ed oltrepassarle. Credo che l'ambito della mediazione culturale debba aprirsi però alla comunità nel suo complesso e non limitarsi ad agire solo in situazioni di emergenza, totalmente affidato a figure professionali, preziose ma decisamente troppo "deboli" all'interno delle professioni del sociale. La prospettiva comunitaria potrebbe consentire di fare uscire questo intervento da una condizione di marginalità, legato a problematiche più o meno connesse con la salute e l'istruzione, per aprirsi ai temi della convivenza civile nei quartieri e nelle città dove sono presenti gruppi sociali minoritari, che esprimono differenti configurazioni etico-religiose e diversi modelli di vita. Portare in salvo l'"appartenenza" nella "differenza" potrebbe essere la mission autentica degli interventi di mediazione nella comunità in ambito interculturale, ma questo significa farsi carico della cura dei legami sociali in una prospettiva di reciprocità.

 

 


 

1. Cfr. al proposito Catherine Withol de Wenden, Il caso francese, in A. Bastenier, F. Dassetto (a cura di), Italia, Europa e nuove immigrazioni, Fondazione Giovanni Agnelli, 1990 2. Questo modello, che basa il conferimento della cittadinanza sullo ius sanguinis è stato seguito dalla Germania che, per anni, ha rifiutato di considerarsi un paese di immigrazione. Ora questo modello è in via di ripensamento a favore dell'introduzione dello ius soli, trasformazione che si inserisce nel più ampio dibattito europeo sull'acquisizione della cittadinanza. 3. Si va dal modello inglese del "pluralismo ineguale" che parte dalla convinzione che gli immigrati, per tradizione e cultura, anche volendolo, non potrebbero mai diventare dei "buoni britannici" (Umberto Melotti, L'immigrazione una sfida per l'Europa, Edizioni Associate, Roma 1992); a quello olandese di "discriminazione positiva" teso ad introdurre un sistema di disposizioni preferenziali, volte a colmare le differenze tra autoctoni e immigrati nell'avvalersi dei diritti; a quello spagnolo centrato sul riconoscimento dei diritti sociali. 4. Cfr. Will Kymlicka, La cittadinanza multiculturale, Il Mulino, Bologna 1999. 5. Cfr. Jürgen Habermas, Fatti e norme: contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Guerini e Associati, Milano 1996. 6. Pierpaolo Donati, The Challenge of Universalism in a Multicultural Postmodern Society: A Relational Approach, in E. Halas (ed.), Florian Znaniecki's sociological theory and the challenges of 21 century, Peter Lang, Frankfurt 2000. 7. La teoria relazionale, nella complessa elaborazione di Donati, consente di leggere i fenomeni sociali essenzialmente come relazioni interpretabili sempre secondo tre semantiche: strutturale, simbolica e generativa (Cfr. P. Donati,Teoria relazionale della società, Franco Angeli, Milano 1991). 8. Si fa riferimento al 5° Forum mondiale sulla mediazione, tenutosi a Crans-Montana nel settembre 2005. 9. Si richiama, tra gli altri, l'impegno su questi temi, presente in Università Cattolica Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli attraverso la realizzazione del Master executive Mediazione Familiare e di Comunità, che è arrivato alla sua sesta edizione. 10. Una esposizione sistematica sul tema si trova in Donatella Bramanti, Sociologia della mediazione di comunità, Franco Angeli, Milano 2005.

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