close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito
dona
Consigli di lettura

Riforma? “L’Islam è già moderno”

Islamic Exceptionalism. How the Struggle over Islam is Reshaping the World

[L'articolo è contenuto in Oasis n. 24. Per leggere interamente i contenuti acquista una copia o abbonati].

 

 

Da quando, all’indomani delle Rivoluzioni arabe del 2010-2011, lo spettro del jihadismo è tornato ad aggirarsi per il mondo musulmano, quasi non passa giorno senza che qualcuno invochi una riforma dell’Islam. Una delle voci che escono dal coro è quella di Shadi Hamid, senior fellow del Brookings Institution e autore di Islamic Exceptionalism. Per Hamid «se è probabile che nel futuro prossimo l’Islam giochi un ruolo preponderante nella politica mediorientale […] ciò significa che, invece di sperare in una riforma che verosimilmente non avverrà mai, dobbiamo fare i conti con l’eccezionalismo islamico, e, nella misura in cui ne avremo la volontà e ne saremo capaci, scenderne a patti» (p. 8). La ragione di questo eccezionalismo è presto spiegata: «L’Islam, per il suo rapporto fondamentalmente diverso con la politica, è stato semplicemente resistente alla secolarizzazione» (p. 26). È dunque sbagliato figurarsi per l’Islam una traiettoria simile a quella percorsa dal Cristianesimo: diverso il momento fondativo, diverso l’approccio alle rispettive Scritture, diverso il rapporto con la modernità. Infatti, secondo Hamid, a differenza di ciò che molti pensano «l’Islam potrebbe essere la più “moderna” delle religioni monoteistiche» visto che nella sua tradizione giuridica ci trovano «idee e modelli che si prestano alle moderne nozioni di giustizia sociale, Stato di diritto e politica democratica». In pratica, conclude l’autore, «ciò significa che i musulmani non hanno avuto bisogno di scegliere la modernità a scapito dell’Islam. Si può essere pienamente musulmani, o addirittura pienamente islamisti, ed essere pienamente moderni» (p. 54).

 

 

Qui Hamid fa propria, un po’ acriticamente, la lettura del riformismo islamico di fine Ottocento, secondo il quale l’Islam era già moderno, perché in nuce conteneva i grandi principi della modernità europea. Un capitolo del libro è dedicato proprio a quella stagione dell’Islam e in particolare alla figura di Rashid Rida, il quale assume il razionalismo dei suoi precursori e maestri Jamāl al-Dīn al-Afghānī e Muhammad ‘Abduh (“l’Islam è la religione della ragione”, “l’Islam è la religione della scienza”) e allo stesso tempo apre la strada alla lettura politica di Hasan al-Bannā e dei Fratelli musulmani.

 

 

Seguendo questa linea è dunque naturale che Hamid scelga di dedicare ampio spazio all’islamismo, analizzandone quattro diverse declinazioni: Fratelli musulmani egiziani, movimento Ennahda in Tunisia, Akp turco e Isis. Viene tuttavia da chiedersi se per lui l’eccezione islamica non si riduca di fatto all’eccezione islamista, visto che quasi non prende in considerazione altre forme di Islam. Il fatto è che per Hamid l’islamismo è il modo privilegiato con cui l’Islam si afferma nella modernità ed è perciò la realtà con cui la cultura liberale deve fare i conti, naturalmente non nella variante jihadista-rivoluzionaria di Isis, ma in quella “gradualista” di Fratelli musulmani e simili.

 

 

Hamid sembra qui trascurare un nodo cruciale: essersi adattati alle forme moderne della vita politica non significa aver chiuso i conti con la modernità e con i suoi fondamenti filosofici, a partire dalla centralità del soggetto e della sua libertà. Viene alla mente la lezione del filosofo bahreinita Mohammed Jābir al-Ansārī, che ravvisa nel rapporto tra pensiero arabo e modernità la tendenza costante a una frettolosa “conciliazione”, a scapito dell’appropriazione critica. In realtà lo stesso Hamid non è inconsapevole dei rischi legati alla partecipazione politica degli islamisti. Scrive infatti che «la polarizzazione è inevitabile quando l’Islam smette di essere, come accadeva una volta, fonte di unità, diventando invece il territorio di un partito specifico. I partiti competono per il potere dello Stato, e quando lo Stato è forte e sovrasviluppato, la posta in gioco aumenta, innescando un ciclo infinito di polarizzazione» (p. 265). Ma, in nome della “differenza dell’Islam”, Hamid non riesce del tutto ad ammettere che, essendo parte di questo problema, gli islamisti non possono esserne anche la soluzione.

 

 

[L'articolo è contenuto in Oasis n. 24. Per leggere interamente i contenuti acquista una copia o abbonati].

Iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato

Autorizzo l'uso di dati dopo aver accettato la privacy-policy

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale