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Medio Oriente e Africa

Se il petrolio alimenta il fuoco della guerra

Nel Medio Oriente allargato è in corso uno scontro tra fazioni complicato dalla grande disponibilità di idrocarburi. Infatti, mentre a livello interno la rendita petrolifera ha un effetto stabilizzatore, non altrettanto avviene sul piano regionale

Questo articolo è pubblicato in Oasis 31. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 06/12/2020 11:47:28

Nel Medio Oriente allargato è in corso uno scontro tra fazioni complicato dalla grande disponibilità di idrocarburi. Infatti, mentre a livello interno la rendita petrolifera ha un effetto stabilizzatore, non altrettanto avviene sul piano regionale. In passato, l’abbondanza di risorse finanziarie ha incoraggiato la corsa agli armamenti e la conflittualità dell’area. Oggi, il calo del prezzo dei combustibili fossili e il crollo del turismo dovuto alla pandemia di coronavirus non portano necessariamente a una pacificazione.

 

Il mondo arabo è in preda a una guerra civile di dimensione regionale. Siamo abituati a considerare le vicende politiche ed economiche separatamente per ciascun Paese arabo: in quest’ottica vediamo quattro Paesi in cui si combatte attivamente tra diverse fazioni politiche: la Siria, l’Iraq, lo Yemen e la Libia. Ma questa visione è parziale perché ignora la dimensione regionale della politica araba, drammaticamente evidenziata dalla Primavera araba e dai suoi seguiti. In Medio Oriente, gli sviluppi politici in un Paese non sono indipendenti e isolabili dagli sviluppi politici nel resto della regione. In una certa misura questo vale anche per altre aree, America Latina, Africa o Europa. Nella regione araba gli sviluppi in un Paese hanno conseguenze immediate per gli equilibri politici negli altri Paesi, i quali conseguentemente non possono essere indifferenti e reagiscono intervenendo negli affari interni dei loro vicini.

 

Al tempo della Primavera araba, l’Arabia Saudita, con il supporto degli altri Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, è intervenuta apertamente per porre fine al movimento di democratizzazione in atto in Bahrain e salvare la locale dinastia sunnita. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono intervenuti, meno apertamente ma non timidamente, per rovesciare la presidenza di Mohammed Morsi in Egitto (sostenuta dal Qatar) e portare al potere il loro cliente, il generale al-Sisi. Sempre l’Arabia Saudita e gli Emirati sono intervenuti attivamente anche in Siria, Yemen e Libia.

 

In nessuno di questi tre casi hanno avuto molto successo. In Siria, la strana alleanza tra l’Iran e la Russia è riuscita a mantenere al potere Bashar al-Assad, che oggi controlla la maggior parte del Paese, anche se a prezzo della distruzione dello stesso e dell’esodo all’estero di milioni di siriani. In Yemen, l’avventata decisione dell’Arabia Saudita di intervenire direttamente nel conflitto non ha portato all’estromissione dal potere degli Houthi alleati dell’Iran, ma solo a una stabilizzazione delle ostilità, dalle quali gli Emirati hanno preferito sfilarsi, lasciando soli i sauditi. Anche in questo caso, i costi in termini di vite umane e distruzione di un Paese già poverissimo sono incalcolabili. In Libia, il sostegno aperto al generale Haftar, nonostante il concorso della Russia e della Francia, non ha portato all’estromissione del governo di Tripoli riconosciuto dall’ONU ma, al contrario, ha aperto le porte all’intervento della Turchia.

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