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Religione e società

Se l'illuminismo separa la fede dalla ragione

Placate le polemiche, vale la pena tornare sulla "lezione" che il Papa tenne nella sua università per riprenderne il tema centrale e riscoprire il nesso che lega filosofia greca e rivelazione cristiana e queste alle altre religioni.

Sono note le reazioni al discorso pronunciato dal Santo Padre a Regensburg. Ma ora che le polemiche si sono in parte placate, anche in seguito alle dimostrazioni di stima verso i fedeli musulmani che hanno accompagnato il viaggio del Santo Padre in Turchia, possiamo interrogarci con maggiore serenità: che cosa ha voluto dire il Papa attraverso la lezione magistrale di Regensburg? Quali sono le dimensioni filosofiche e religiose che soggiacciono a essa?

 

Il testo afferma che la violenza è contraria alla natura di Dio e alla natura dell'uomo: questa è l'opinione su cui si è basato il Papa e che si colloca all'interno della filosofia greca. Non è quindi possibile comprendere quest'affermazione se non si possiede un tale retroterra, una premessa di palmare evidenza ma che può spiegare una parte dei fraintendimenti.

 

Ad esempio, il Papa parla nella sua conferenza dell'illuminismo. Se da parte musulmana non si tiene presente che l'illuminismo, nato come critica e autocritica, col tempo è diventato ostile alla fede e al concetto di religione, fino ad arrivare alla negazione dell'esistenza di Dio e della possibilità stessa che un dio si dia, non si può capire il motivo per cui il Papa, da un lato, apprezza alcuni traguardi conseguiti dall'illuminismo ma, dall'altro, invita anche a una critica e a un superamento.

 

Nel suo discorso, accademico come esplicitamente dichiara la sede in cui è stato pronunciato e come è stato troppo facilmente dimenticato, il Papa ha inteso affermare un'unica cosa: Dio è nella sua essenza ragione e ha donato all'uomo la ragione. Ma come è possibile costruire un pensiero contemporaneo sulla ragione e separarla da Dio, che ne è la fonte? Questo afferma il Papa è esattamente quanto ha fatto l'Occidente nell'età dell'illuminismo. Egli si dilunga su questo punto per sottolineare che la cultura occidentale deve assolutamente riscoprire lo spirito e i valori morali e in ultima analisi Dio stesso; così facendo sarà in grado di dialogare con le altre civiltà, che sono fortemente religiose.

 

Occorre quindi non dimenticarsi che il Papa, per la maggior parte del discorso, rivolge la sua critica al pensiero occidentale dominante: come possiamo sperare di dialogare con le altre culture si domanda Benedetto XVI se rifiutiamo ciò su cui queste altre culture si fondano, cioè la fede?

 

«Le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa

 

esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro

 

convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture».

 

Ora che alcune incomprensioni sono state rimosse, anche per i successivi chiarimenti del Santo Padre, risulta chiaro che l'oggetto della lezione di Regensburg non è né l'Islam né l'Occidente, ma il rapporto tra ragione e fede. L'argomento ha condotto il Pontefice a individuare due pericoli che incombono sull'uomo contemporaneo. Il primo è l'adesione cieca e irrazionale alla fede, che contrasta con Dio, in quanto ragione, e con l'uomo, distinto dagli animali appunto per tale ragione, e che quindi contrasta con un sano concetto di religione, ad esempio nel momento in cui la fede viene invocata per giustificare la violenza. Ma esiste anche un pericolo uguale e contrario: una ragione senza apertura religiosa.

 

Il Papa osserva, con molto realismo, che entrambe queste posizioni sono ampiamente presenti nel contesto attuale e ne conclude che un dialogo tra la corrente di pensiero occidentale, che esclude la dimensione religiosa, e la posizione orientale, che si oppone alla ragione, sia impraticabile. Non esiste infatti nessun elemento comune tra questo occidente (non l'Occidente tout court) e questo oriente (non l'Oriente tout court), perché l'elemento comune tra l'ateo, il cristiano, l'ebreo e il musulmano è la ragione. Ma nello stesso tempo il Papa chiarisce che cosa intende con ragione e in che senso egli usa questo termine.

 

La lezione rappresenta, dunque, un tentativo critico attuato dall'interno della ragione contemporanea, senza cedere, in nessun modo, a quelle correnti di pensiero che vorrebbero riportare le lancette dell'orologio della storia a prima dell'illuminismo, rifiutando le convinzioni cui è giunta l'epoca contemporanea.

 

«Si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell'uso

 

di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo

 

anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci

 

come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione

 

a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente

 

tutta la sua ampiezza».

 

La terza via: questo è il progetto cui il Papa chiama attraverso la sua critica positiva. E questa via è ciò di cui abbiamo bisogno, cristiani e musulmani. San Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a vagliare ogni cosa e trattenere ciò che vale [cfr. 1 Tes, 5, 21]. Proprio in questo spirito il Papa, rivolgendosi al pensiero illuministico contemporaneo, afferma che vi sono elementi positivi e magnifici che non sono da criticare, ma vi sono anche aspetti negativi che occorre superare. Se riusciremo, cristiani e musulmani insieme, a compiere quest'operazione avremo realizzato lo scopo. Solo allora conclude il Papa saremo capaci di un dialogo vero tra le civiltà e le religioni, che è ciò di cui abbiamo tutti bisogno.

 

Insomma, il Papa esorta a un dialogo della ragione, un dialogo critico e fondato sul pensiero, evitando gli opposti scogli dell'esclusione del discorso religioso dal campo della ragione, da un lato, e della violenza dall'altro. «È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori».

 

Non è questo un progetto che tutti noi ricerchiamo? Non è questa terza via proprio quello che ci manca?

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