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Se una commedia spiega più di un convegno di teologia

Il cinema europeo ha una sola questione da indagare: la nostra identità. Il rapporto con gli immigrati di religione islamica è soltanto una conseguenza

Questo articolo è pubblicato in Oasis 25. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 25/06/2018 17:11:50

-Mai chiedere a un film quello che non può dare. Se fino a poco tempo fa, per capire qualcosa dell’Islam, ci rivolgevamo ai film occidentali, sperando di ricevere indicazioni, magari indirette, oggi qualcosa è cambiato. Il cinema europeo, in questo tempo atroce, ha una sola questione da indagare: la nostra identità, più che quella di coloro che (non) accogliamo. Il rapporto con gli immigrati di religione islamica è soltanto una conseguenza. E infatti, Aki Kaurismäki, che a Berlino ha vinto l’Orso d’argento con The other side of hope (“L’altro volto della speranza”), ha un sogno: «Convincere anche soltanto tre persone che siamo tutti esseri umani». A prima vista, quindi, Khaled, il rifugiato siriano in fuga dalla guerra, è protagonista del film. A Helsinki, dove il ragazzo chiede asilo e cerca la sorella Miriam, rimasta in quella terra di nessuno che è la frontiera ungherese, lo respingono. E lui si nasconde nel cortile del ristorante “La pinta d’oro” che il proprietario, in fuga da un commercio di cravatte e una moglie alcoolizzata, ha vinto a poker. Eccoli, i veri protagonisti: l’uomo senza passato, la sua bettola, l’imbarazzante terzetto di un cuoco e due camerieri che gli fa compagnia. Inutile dire che, dopo un primo momento di disagio, Khaled si troverà benissimo, esule tra esuli, in quello che una volta era il “Paese dell’accoglienza”, la Finlandia, e che oggi è soltanto una sfilata di stazioni di polizia, squallidi bistrot e strade che fanno paura. Insomma, quello che può offrire l’umanista Kaurismäki sono le sue domande di europeo in crisi. E sono molto diverse da quelle che il cinema dei Paesi islamici pone a se stesso. 

 

 

Qualcosa sta cambiando. E non solo a causa delle cosiddette rivoluzioni arabe del 2011. Se fino a ieri era normale dare per scontato che fosse difficile, se non impossibile, attingere all’esperienza diretta dell’autore per capire cosa pensasse un egiziano dell’Egitto o un iraniano dell’Iran, oggi la situazione sembra ribaltata. Due registi danesi danno la cinepresa in mano a un ragazzo del Malindi, per raccontare vita, desideri e delusioni dei migranti in Europa. E il film Les sauteurs ottiene a Berlino il premio della Giuria ecumenica. Qualcosa di analogo accade in Italia, dove Il silenzio, cortometraggio sull’accoglienza che i migranti ricevono nei nostri ospedali, è affidato dal produttore a due registi iraniani, Ali Asgari e Farnoosh Samadi. Forse allora, anche alla luce di questo ribaltamento, possiamo cominciare a porre ai film dei Paesi islamici domande fondamentali per gli europei, tenuti in scacco dalla minaccia del terrorismo: ad esempio, in che cosa consiste l’autorità nell’Islam, a chi risponde il fedele? E chissà che non si scopra che sono domande importanti anche per gli spettatori musulmani, quelli che alla fine, come in tutto il resto del mondo, decretano il successo di un film, in barba alle proteste dell’imam di turno. E potremmo anche scoprire che nessun sistema è monolitico, che dalle maglie della censura può sempre sfuggire qualcosa. Sembra il caso del film egiziano Il predicatore (Mawlana), di Magdi Ahmed Ali, che racconta il viaggio di uno studioso, dalle preghiere in moschea alla celebrità televisiva, negli anni del regime dell’ex presidente Hosni Mubarak. Il film mostra con linguaggio esplicito la fatica di ribaltare la retorica religiosa di un mondo segnato dalla commistione con il potere secolare e dalla tentazione fondamentalista. Il governo in Egitto nomina lo shaykh a capo della prestigiosa al-Azhar, da secoli uno dei templi del sapere islamico. Questa realtà è descritta nel film attraverso la contrapposizione di due ambienti: lo schermo illuminato, sul quale il predicatore recita le sue graffianti risposte alle domande del pubblico, lo spazio buio dietro, dove si svolge la lotta vera per il potere che poco a poco stringe l’uomo in una morsa soffocante. «Non posso dire tutta la verità ma faccio del mio meglio per parlare di niente» dice lo shaykh Hatem, nel tentativo di spezzare il muro di paura e finzioni che si trova davanti.

 

 

 

 

 

È una tecnica ben nota a tanti autori che operano in regimi autoritari: parlare senza dire, tacere le cose che contano davvero con un silenzio che spesso è più assordante delle parole urlate. Lo specialista nel genere è l’iraniano Asghar Farhadi che, con l’ultimo film, Il cliente, ha ricevuto in patria polemiche e incassi vertiginosi; fuori casa, con l’Oscar, l’ennesimo tributo dell’Occidente. In questo film, dove tutti cercano di organizzare un disordine che sempre deborda, a cominciare dal condominio la cui staticità è minacciata da una ruspa mostruosa, prevale il silenzio. Paradossale, visto che i protagonisti, attori in una compagnia amatoriale che prepara Morte di un commesso viaggiatore, di Arthur Miller, non fanno altro che parlare, sulla scena e a casa. Il silenzio della donna che è stata aggredita, non si sa come e da chi, nel nuovo appartamento, il silenzio del marito umiliato, che si nutre di sospetti e vendette, il silenzio dei vicini che fanno finta di non sapere. Quanto all’autorità, resta sullo sfondo, rappresentata da uno Stato ostile, capace solo di comminare censure, e da una religione bizzarra, ridotta al patetico impermeabile rosso che, indossato sul palco, allude alla nudità di cui parla il testo americano e suscita solo isteriche risate.

 

 

 

 

 

Non sottovalutiamo il riso, comunque: a volte da una commedia si può imparare più che da un seminario di teologia. Un bell’esempio è Hassan e Marcus (Hasan wa-Morqos), diretto nel 2008 da Ramy Imam. Assai prima delle varie rivoluzioni, il film egiziano affronta il tema del fondamentalismo attraverso un gioco degli equivoci dove Omar Sharif è un devoto musulmano e l’attore Adel Imam un cristiano copto, entrambi minacciati da estremisti. Costretti a entrare in un programma di protezione, si scambiano le identità: il musulmano si finge cristiano e viceversa, con effetti facili da immaginare. Il prete ortodosso Būlus (Paolo), divenuto musulmano in odore di saggezza, viene invitato dall’imam del paese dove si rifugia. Il siparietto in moschea, con le domande dei fedeli e le sue imbarazzate risposte, è da antologia. Domanda: «C’è un uomo che è sposato a una donna feroce a cui vuole insegnare la disciplina. Cosa può fare?» Risposta dell’imam (vero): «La ammonisca». «Lei non ascolta». «Rifiuti di dividere il suo letto». «Lei è anche più contenta». «La picchi». «È fortissima e lo picchia con la pantofola». A questo punto Būlus, il finto imam, interviene: «Ascolta, figliolo, certe donne non hanno bisogno di una regola religiosa ma della prigione». Esultanza generale, tutti gridano “Allahu Akbar!”, e lo portano in trionfo. Certo, che chiunque possa proclamarsi o essere proclamato imam, non è una novità. L’Islam non prevede un’autorità unica. Però il film mette in evidenza come chi guida la preghiera abbia un potere reale sulla comunità che gli si affida, che si tratti della barba lunga o del digiuno, delle relazioni extraconiugali o della politica, dei figli e persino del lavarsi i denti. La morale? Forse si può ridere di un imam, ma è meglio non farlo arrabbiare.

 

 

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