close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

abbonati
Islam

La realtà divina, scopo del cammino sufi

Il mausoleo Baha ud-Din della Naqshbandiyya [LBM1948 - Wikimedia Commons]

Nel misticismo islamico l’educazione “classica” è solo una tappa. La formazione superiore è infatti quella che porta al sapere nascosto

Questo articolo è pubblicato in Oasis 29. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 08/10/2019 09:41:18

A differenza di quanto spesso si afferma, la conoscenza religiosa è un aspetto centrale del misticismo islamico. In questo ambito, tuttavia, l’educazione “classica” è solo una tappa. La formazione superiore è infatti quella che porta al sapere nascosto, che è possibile acquisire soltanto sotto la guida di un maestro spirituale e seguendo precise regole di condotta.

 

Tra gli stereotipi che circolano sui sufi, uno dei più tenaci consiste nel credere che si tratti di mistici ispirati, indifferenti alla conoscenza religiosa o addirittura ignoranti dell’Islam. Fatta eccezione per i gruppi marginali, che rifiutano ogni forma di educazione per condurre una vita da mendicanti, come per esempio i Qalandar dell’Asia centrale o i Malang del subcontinente indiano[1], la stragrande maggioranza dei sufi raccomanda un’educazione quanto più approfondita possibile. In realtà, non tutti i sufi sono dei sapienti, tutt’altro. Lo dimostra, nel corso della storia, l’esistenza di maestri spirituali detti “illetterati” (ummī), in particolare nel Maghreb del XIII secolo o nell’Egitto del XVI secolo[2]. È altrettanto vero però che l’acquisizione del sapere è tradizionalmente considerata una tappa necessaria per la realizzazione personale del sufi.

 

Questa predilezione per gli studi non è recente. Se, a partire dal IX secolo, gli uomini di religione si differenziarono in giuristi, tradizionisti (specialisti di hadīth) e spirituali (che iniziano a essere definiti sufi), tutti si riferivano al sapere (‘ilm). Facevano parte di uno stesso mondo nel quale, con ogni evidenza, le tensioni erano forti ma le identità meno esclusive di quanto potesse sembrare. Persino un mistico esuberante come Hallāj, giustiziato a Baghdad nel 922, si era formato nelle scienze religiose. Il suo maestro Junayd (morto nel 911) era in tutto e per tutto un sapiente e difese una forma di sufismo molto più sobria, che sedusse gli ulema hanbaliti e shafiiti dell’epoca. L’insegnamento raccolto dai suoi discepoli, essi stessi autori importanti, conteneva una dottrina spirituale e metafisica fondata sul Corano e sugli hadīth, che cercava continuamente l’equilibrio tra le esigenze della legge da una parte e gli impulsi dell’esperienza mistica dall’altra[3]. Sul piano istituzionale, in un altro centro di fioritura del sufismo, la regione del Khorasan (oggi in Iran) della fine dell’XI secolo, lo sviluppo della mistica musulmana fu accompagnato da quello delle madrase, i collegi d’insegnamento superiore. Una stessa preoccupazione per la formazione e l’organizzazione animava gli attori religiosi. Gli ulema shafiiti introdussero lo studio del pensiero sufi come insegnamento opzionale nel curriculum degli studenti e alcuni maestri spirituali, come per esempio Abū ‘Alī Daqqāq, aprirono essi stessi delle madrase[4].

Per continuare a leggere questo articolo devi essere abbonato Abbonati
Sei già abbonato? Accedi

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Alexandre Papas, La realtà divina, scopo del cammino sufi, «Oasis», anno XV, n. 29, luglio 2019, pp. 49-57.

 

Riferimento al formato digitale:

Alexandre Papas, La realtà divina, scopo del cammino sufi, «Oasis» [online], pubblicato il 13 settembre 2019, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/sufismo-educazione-classica-formazione-spirituale.

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale