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Religione e società

Una riforma contro la violenza e la perdita di senso

Le pesanti sfide che deve affrontare il sistema scolastico algerino: qualità dell’insegnamento, sviluppo armonico della società, crescita economica. Da una parte occorre “formare i formatori”, dall’altra destare nei giovani lo spirito critico, il gusto della domanda e la capacità di afferrare le questioni vitali.

In un contesto di crisi morale, di marginalizzazione dei valori monoteisti-abramitici, di dittatura del mercato, di disoccupazione, di preteso ritorno del religioso in forme esasperate e di violenza selvaggia, ovunque nel mondo si parla di ‘crisi educativa’. In Algeria, paese che si vuole “comunità mediana”, l’educazione è il problema principale. Nessuno, o quasi, è soddisfatto dello stato della scuola e dell’università, anche perché nella difesa della propria sovranità un paese dipende dalla capacità di produrre e assimilare conoscenze, favorire lo sviluppo e consolidare la sua identità.

 

 

Sin dall’indipendenza, a partire da una politica attenta alla giustizia sociale, è stato posto l’accento sulla democratizzazione dell’insegnamento. Durante la notte oscura del colonialismo, il 95% degli algerini è stato privato di ogni forma di istruzione e i valori ancestrali della società, fondati principalmente sull’Islam, sono stati contraddetti. Prima del 1830, data dell’aggressione coloniale, più di un terzo degli algerini sapeva leggere e scrivere in arabo.

 

 

Sul piano quantitativo, dopo il 1962, data dell’indipendenza, si sono registrati progressi convincenti. Oggi l’85% degli algerini in età scolare riceve un’istruzione sulla base di un ciclo obbligatorio dai sei ai sedici anni e l’analfabetismo, ridotto al 30%, ha registrato un’importante diminuzione. Otto milioni di bambini sui 35 milioni di abitanti sono scolarizzati e più di un milione di studenti sono iscritti all’università. Si tratta di risultati sostanziali, che impegnano un terzo del bilancio dello Stato. 

 

 

Tuttavia, l’evoluzione del sistema educativo è stata realizzata al traino del sistema politico. Dal 1962 al 1988 il regime autoritario a partito unico ha proposto un insegnamento ideologicamente orientato. Ciononostante l’Algeria ha raggiunto delle buone performance quantitative formando migliaia di quadri al servizio dell’economia e delle istituzioni. A partire dagli anni ’80 il proscenio è stato prevalentemente occupato da una questione culturale: quella dell’arabizzazione, elemento fondamentale della personalità e della sovranità del paese, cui ha fatto seguito la chiusura delle poche scuole private, in particolare cattoliche. Malgrado ciò, pedagoghi e politici hanno ritenuto che il metodo impiegato per la diffusione dell’arabo fosse inadeguato, mentre una parte dell’opinione pubblica pensa oggi che si sarebbe potuta seguire la strada del bilinguismo. In un contesto di preminenza dell’aspetto quantitativo, di mancata apertura e di un’arabizzazione dai contorni problematici, la scuola algerina, a dispetto degli sforzo profusi, ha visto crollare il suo livello. Alcuni analisti affermano addirittura che la scuola avrebbe una buona parte di responsabilità nella tragica deriva che ha funestato l’Algeria durante gli anni ’90. È vero che la debolezza dei programmi in tema di cultura e memoria storica, e i pochi spazi a queste dedicati, non ha permesso di formare in profondità spiriti critici e vigili. In questo senso l’influenza di ideologie retrograde d’importazione, che enfatizzano il rigorismo e il mimetismo, può in parte spiegare alcuni comportamenti devianti.

 

 

In una simile situazione le sfide cui l’educazione deve fare fronte sono di tre ordini: innanzitutto il livello scientifico e della qualità dell’insegnamento, essenziali per dar vita a una società della conoscenza, responsabile, creativa ed efficace. In secondo luogo vi sono le questioni che emergono dalla società: come rispondere a un progetto di società in cui coniugare diritti e doveri, unità e pluralità, universalità e specificità, autenticità e modernità? In terzo luogo c’è la questione economica: che cosa fare per realizzare l’equazione formazione-impiego e adattarsi all’evoluzione delle professioni senza ridurre le istituzioni scientifiche ed educative a succursali delle imprese capitaliste il cui unico obiettivo è il profitto?

 

 

In questo quadro, si pongono in Algeria numerosi problemi più specifici: vista la consistenza dei programmi, quale monte ore e quali materie assegnare a ogni grado di istruzione? Di fronte all’impreparazione lingui-stica dei nostri studenti, a partire da che età bisogna insegnare la o le lingue straniere? Tenuto conto della povertà dell’attuale dibattito pubblico, che ruolo occorre dare alla società civile nell’impresa educativa? Considerando le pratiche della “religione rifugio” e i miasmi del passatismo da una parte e il rilassamento del legame sociale e dei costumi dall’altra, come si dovranno insegnare l’educazione civica e la religione? Stante la necessità di mettere l’accento sul vivere insieme e sulla cultura della pace, come rispondere alla preoccupazione di far conoscere bene l’Islam, la religione del 99% del popolo algerino, e formare allo stesso tempo uno spirito aperto e tollerante, in particolare legato al rispetto della diversità e a un dialogo islamo-cristiano di consolidata tradizione in Algeria? 

 

 

Alcuni algerini sanno che il Corano e il Profeta invocano il rispetto per le “Genti del libro” e la libertà religiosa e citano spesso il versetto «non vi sia costrizione nella religione» [Cor. 2,256] e la maggioranza della popolazione sostiene le azioni di dialogo e riavvicinamento interreligioso. Essi sanno anche che uno dei più grandi teologi cristiani di tutti i tempi era algerino: Sant’Agostino. Sanno che l’Emiro Abdelqader, maestro sufi, pensatore e leader della resistenza algerina contro la colonizzazione dal 1830 al 1847, durante la guerra ha praticato il diritto umanitario e salvato migliaia di cristiani durante il suo esilio a Damasco. Sanno anche che durante la lotta di liberazione nazionale (1954-1962) l’Arcivescovo di Algeri, il Cardinal Duval, e numerosi sacerdoti hanno sostenuto il popolo algerino. Tuttavia, tutti questi riferimenti rischiano di essere persi di vista se non saranno trasmessi con l’insegnamento.

 

 

Personalità Vigili e Attente

 

 

La scuola algerina attende riforme profonde per destare i giovani in tutte le fasi dell’apprendimento: lo stupore, la domanda, la creatività e la scoperta. È importante che i giovani imparino a porre domande e a individuare le questioni decisive della loro esistenza. Lo scopo è formare personalità vigili e aperte al ragionamento. La questione dell’educabilità dell’infanzia nelle sue dimensioni psicologiche, etiche e sociologiche dipende dal metodo impiegato. L’Algeria e il mondo arabo iniziano a prendere coscienza del fatto che in assenza di una profonda riforma del sistema educativo e della valorizzazione della professione di insegnante, il futuro è compromesso sin d’ora. La riforma deve riguardare la formazione dei formatori, lo statuto degli insegnanti, i programmi, il metodo di insegnamento, il ritmo e le condizioni delle promozioni, la carta scolastica [1] e i mezzi impiegati per raggiungere gli scopi prefissati. La scuola deve essere in grado di aiutare il bambino a diventare uno studente, e un giorno un cittadino, e ad acquisire le basi di un comportamento moralmente adeguato.

 

 

Veniamo ora ai contenuti del sistema scolastico algerino. La lingua nazionale e ufficiale è insegnata per una media di otto ore settimanali, ma il metodo è poco accattivante. Non si pratica abbastanza la lettura, essenziale per sviluppare lo spirito critico e il confronto tra idee diverse e per evitare la chiusura in un metodo esclusivo. I giovani algerini che, per via delle prove vissute dalla società nel corso dei secoli, hanno raggiunto una certa maturità di vita, potrebbero raggiungere un buon livello se fossero applicati metodi diversi. È meglio che le teste siano “ben fatte” piuttosto che “piene”. 

 

 

Quanto alle discipline umanistiche, storia, geografia ed educazione civica, l’orario è incalzante. Un’introduzione alla storia dell’arte, benché indispensabile, è rara. Ma l’apprendimento del bello è essenziale per la creatività, la civiltà e lo sviluppo dei bambini e dei giovani. L’insegnamento della storia, della filosofia, delle lingue è fondamentale per formare giovani fieri del loro passato e rivolti al futuro. Gli studenti non imparano abbastanza a memorizzare e commentare fatti che hanno contribuito alla formazione di identità e valori umani: grandi avvenimenti, grandi date e personaggi della storia del paese e del mondo. Inoltre hanno difficilmente coscienza dei modi di vita dei loro antenati e dell’umanità. E non c’è futuro senza memoria collettiva. Oltre alle materie classiche, l’educazione all’ambiente è uno di quei nuovi argomenti che nei programmi scolastici non dovrebbero mancare. In questo ambito cominciano a essere registrate esperienze utili.

 

 

L’insegnamento della religione, e non solo del fatto religioso, è indispensabile. È il suo contenuto a determinare se si vogliono formare giovani aperti o chiusi. In Europa, la secolarizzazione ha avuto come esito la marginalizzazione dello studio delle religioni, nonostante i risultati ottenuti in un certo salutare sviluppo dello spirito critico. Ciò ha prodotto un’ignoranza religiosa, un vuoto, una perdita di senso. L’insegnamento della religione resta imprescindibile in Algeria e nel mondo musulmano. Ma i messaggi e i valori insegnati devono corrispondere a una comprensione aperta, ragionevole e misurata della spiritualità in quanto bene comune e non ridotta a rigido formalismo. 

 

 

I programmi di educazione civica ed etica devono inoltre includere un insegnamento della morale, la conoscenza dei simboli dello stato e della società, lo studio delle regole elementari di organizzazione della vita pubblica e della democrazia, la conoscenza dei tratti costitutivi della nazione che stanno alla base del patriottismo, della cittadinanza e della sociabilità. Nel mondo arabo la scuola è chiamata insomma a riscoprire la società “mediana”. 

 

 

Eccellenza e Fuga dei Cervelli

 

 

Che cosa vogliamo? Dove vogliamo andare? Che modello di società vogliamo edificare? Se non saremo in grado di produrre élite, ricchezza di idee e innovazione tecno-scientifica adeguata ai nostri bisogni resteremo sempre in preda all’incertezza. La Malesia, l’Indonesia, la Turchia e il Qatar, tra i pochi paesi musulmani che hanno fatto scelte ponderate, hanno messo in opera politiche coraggiose e strategiche. L’insegnamento superiore in Algeria e nel mondo arabo si confronta oggi con la sfida del connubio tra democratizzazione ed eccellenza.

 

 

Non si tratta di elitismo, ma di alta specializzazione. Senza dubbio, come previsto dalla creazione nel 1989 dell’Università della Formazione continua, l’Open University Algerina, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione possono garantire un maggior accesso e costituiscono strumenti di esperienze pedagogiche arricchite, in particolare per gli educatori a distanza e gli studenti condizionati da limiti di spazio e di tempo. L’insegnamento a distanza, adatto a tutte le tappe della vita, è una strada da seguire in futuro mentre l’educazione transfrontaliera sarà un elemento importante della globalizzazione dell’insegnamento superiore di domani. 

 

 

Il sapere è diventato un’arma di dominio, non solo una merce come un’altra sottoposta alle regole dello scambio. La dipendenza alimentare, sanitaria e scientifica trasforma ogni paese in una zona colonizzata secondo forme nuove. L’università algerina e araba e tutti i settori coinvolti devono mobilitarsi per trasformare quest’amara realtà. L’insegnamento superiore in Occidente attira investimenti di capitale, stimola la competizione e genera profitti talvolta più elevati che in altri ambiti, e partecipa così alla mondializzazione dell’economia. Ma in questi paesi i sistemi educativi non possono fornire il numero richiesto di professionisti altamente qualificati, fatto che incoraggia la fuga di cervelli, la migrazione degli intellettuali con qualifica più alta dal sud verso il nord. Infuriano la competizione mondiale per attirare persone qualificate e la “guerra dei cervelli”. I popoli, bene o male, tentano di resistere alle derive del mondo egemonico e a quelle del dispotismo interno. I musulmani figurano tra i dissidenti che rifiutano la spersonalizzazione, le ingiustizie e la disumanizzazione imposte dal mondo dei mercati. Ma senza un sapere illuminato la loro resistenza resterà cieca e disperata. Dopo il trionfalismo del liberalismo, esito della caduta del muro di Berlino, si assiste oggi a una sorta di avaria generale, di crisi del sapere, che mina il sistema mondiale. Come parlare di progresso, di rinascita, di dialogo di civiltà, se la scuola non si fa carico della sua missione e il dibattito è pressoché inesistente? Musulmani “inautentici” usurpano il nome dell’Islam, si chiudono nel rigorismo, nel ripiegamento e nel rifiuto della discussione e dell’autocritica; altri denigrano le loro radici e imitano ciecamente l’Occidente. Due sfide culturali e geopolitiche sono urgenti: il dibattito con l’Occidente e quello interno e l’Università deve diventare il lievito e crocevia di entrambi.

 

 

La Strada

 

 

Nel mondo musulmano ci sono evidenti carenze: debolezza del dibattito interno, tendenza al ripiegamento su di sé, sistema di rendite, scarsa partecipazione delle élite. Eppure, la libertà di espressione e di coscienza è un principio garantito dall’Islam. La società è presa tra due fuochi: quello degli ignoranti che censurano la società e la livellano verso il basso e quello dei gruppi che praticano un mimetismo ispirato a un modernismo immorale. Bisogna lavorare alla costruzione di una strada che permetta l’uscita dai falsi dilemmi e dalle false questioni che obbligano le persone a scegliere tra la tradizione sclerotizzata e una modernità pervertita, quando entrambe si trovano in una impasse. Gli intellettuali più oggettivi lo sanno: la strada è costituita dalla simbiosi tra autenticità e progresso, con il dialogo interreligioso a contribuire alla conoscenza reciproca tra i popoli.

 

 

Sul piano culturale, i musulmani sono invitati a intraprendere una nuova esegesi, una riflessione sulle proprie fonti: la rilettura della storia, un’interpretazione del Corano adatta al nostro tempo. Occorre infatti tornare a una ragione ragionevole, creativa e inventiva, ma allo stesso tempo guardarsi dall’imitazione integrale dell’Occidente, anch’esso bloccato in una impasse. Da Tabari fino a Tahar ben Achour, abbiamo avuto grandi esegeti. Tocca ora alla scuola e all’Università tenerne conto, rinnovare l’interpretazione al servizio della nostra epoca e far emergere nuove ermeneutiche.

 

 

Alcuni suggeriscono di trarre spunto dalle riflessioni che gli occidentali conducono dal secolo scorso. Altri auspicano l’utilizzo di una metodologia legata alle scienze cosiddette umane, nel momento stesso in cui queste si dimostrano in affanno. Decostruire il nostro sguardo sulla tradizione e il progresso è una delle condizioni di una riforma approfondita, soprattutto se si tiene conto che i problemi sono innanzitutto politici, legati alla questione del rapporto tra lo Stato e la società. In Algeria l’aspirazione al rinnovamento può essere approfondita attraverso la riforma del sistema educativo. La complessità dei problemi e la fragilità dei risultati fin qui ottenuti spingono ad allargare il dialogo e la partecipazione, soprattutto a partire dai campus universitari. Resta aperto davanti a noi  un futuro per tentare di coniugare autenticità e progresso.

 

 


 

[1] La carta scolastica  è il sistema  di ripartizione  degli studenti  nelle scuole  della zona  geografica in cui  sono domiciliati, ndt.

 

 

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