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Recensioni

Vita di uno sfasciacarrozze

Tanto sa ricostruire una realtà alternativa, quanto raccontarla nella sua verità più profonda e dirompente. Questo il cinema che, anche nelle proposte dell’ultima stagione, indaga le implicazioni sociali, economiche e politiche della crisi globale, arrivando a sostenere che a volte «le persone danno il meglio di sé quando tutto va storto».

Questo articolo è pubblicato in Oasis 17. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 06/06/2019 17:49:23

Capita spesso che attraverso l’Oscar si consacri qualcosa: un evento epocale, una tendenza, un personaggio. Altre volte, invece, è l’assenza del più importante riconoscimento cinematografico del mondo a segnare una tappa importante. Così è accaduto quest’anno: Zero Dark Thirty – il film di Kathryn Bigelow che ha messo la parola fine a un decennio nerissimo, iniziato l’11 settembre 2001 a New York, con l’attentato alle Twin Towers, e terminato il 2 maggio 2011 ad Abbotabad, con la morte di Bin Laden – è stato ignorato nella notte delle stelle. Anche perché i buoni che il film descrive, i “nostri”, si erano allargati a ritenere leciti in democrazia anche mezzi come le cosiddette “tecniche rinforzate di interrogatorio”, cioè la tortura. E la regista non ci aveva risparmiato i dettagli. Insomma, si guarda avanti: e si scopre che nel futuro c’è ancora la lotta al terrore, ma più rassicurante, più adeguata alla retorica che ha fatto grande l’America, senza sfumature che possano evocare ambiguità. È addirittura la first lady americana a sancire il nuovo ordine, premiando come miglior film Argo di Ben Affleck, che parla dell’Iran ma riferendosi a una storia vera di trent’anni fa, che usa come eroe una spia creativa e mette in scena un thriller con doveroso happy end. Quattro novembre 1979: terroristi iraniani assalgono l’ambasciata americana a Teheran e catturano 52 ostaggi. Sei funzionari riescono a rifugiarsi presso l’ambasciatore del Canada. Per riportarli a casa, l’agente s’inventa la produzione di un film di fantascienza, Argo appunto, allestisce una troupe in piena regola e li salva, con quella che venne definita “la peggiore migliore idea”, facendo fare la figura dei fessi ai khomeinisti. Non hanno tutti i torti, i giornali iraniani che protestano per un film dallo «scarso valore artistico», pieno di «esagerazioni», «uno spot per la CIA». Ma tant’è, oggi più che mai Hollywood ha bisogno di prodotti semplici, con un nemico facile da riconoscere e stanare. Anche perché tra l’Iran che nel ’79 vide il trionfo di Khomeini, applaudito dai maître à penser occidentali, Sartre e Foucault in testa, come «la prima vera rivoluzione democratica della storia», e la morte del capo di al-Qa‘ida, è successo qualcosa nel mondo: una crisi globale che ha rimescolato tutte le carte, messo in ginocchio l’Occidente e aggiunto qualche domanda sull’esito delle rivolte fiorite sull’altra sponda del Mediterraneo. Un incrocio tra terrorismo e globalizzazione, che il cinema, molto più che l’intellighenzia, sta provando a investigare. Mira Nair, ad esempio, è un’indiana che ha studiato ad Harvard. Meticcia per definizione, ha raccontato gli slums di Bombay, l’amore tra un nero americano e un’indiana in fuga dall’Uganda del dittatore Amin, il matrimonio combinato di una coppia che dall’India arriva a New York, la povertà e le speranze del mondo nuovo. In Pakistan, terra natale del padre, ha ambientato il nuovo film, Fondamentalista riluttante (The Reluctant Fundamentalist, 2012), dal romanzo di Mohsin Hamid. Changez è un giovane yuppie pakistano perfettamente integrato a New York. Studi a Princeton, abiti firmati, ha fatto fortuna nella finanza tagliando spese e posti di lavoro nelle aziende in crisi. Arrestato e interrogato a causa della sua nazionalità dopo l’attentato dell’11 settembre, cambia vita: torna a Lahore e si riscopre musulmano e integralista. Forse. Nel thriller imbastito dalla Nair, è la riluttanza davanti alla perdita dell’umano, si tratti di finanza o terrorismo, a garantire una via di uscita. La claustrofobia del quotidiano Il cinema denuncia la confusione antropologica che, in Occidente come in Oriente, è favorita dalla crisi della democrazia o dalla sua mancanza, da concezioni inadeguate della libertà e dall’ingiustizia sociale. Dell’Iran già sappiamo, e il nuovo film di Jafar Panahi, Closed Curtain (Tenda chiusa), premiato a Berlino in assenza dell’autore confinato nella sua casa di Teheran, dice la claustrofobia di un quotidiano in cui manca l’aria e dove la paura diventa il sentimento dominante. La conferma arriva dall’attrice Golshifteh Farahani che, fuggita dal suo Paese dopo avere interpretato il premiatissimo film di Farhadi A proposito di Elly (About Elly, 2010), racconta il ruolo delle donne musulmane nella controrivoluzione che si gioca tra le mura di casa. Nel nuovo film francese Come pietra paziente (The patient stone, 2013) dell’afghano Atiq Rahimi, il cui romanzo ha vinto il prestigioso premio Goncourt, una donna costretta ad assistere un marito in coma deve recitare senza sosta, per 99 giorni, i Bei Nomi di Dio. Tra le pause di una cantilena scandita al ritmo del respiro dell’uomo, nasce la confessione della donna che per la prima volta, davanti a un testimone inconsapevole, riesce ad aggirare censure e autocensure e a porsi le domande cruciali sulla vita. Questione di identità, che anche in Occidente, ferito al cuore della vecchia Europa da una crisi che mette in discussione un intero modello di sviluppo, è avvolta nella confusione, dalla Romania alla Russia, passando per la ex Jugoslavia da dove arriva col velo, segno di una conversione recente all’Islam, Ajda Begic, premiata a Cannes per Buon anno Sarajevo (Djeca, 2012). Il film racconta la fine di un mondo, a oltre vent’anni da quell’assedio che costò alla capitale bosniaca 11.541 morti. La giovane Rahima e il fratello Nedim vivono in una città che ancora porta i segni delle ferite di guerra. Una terra di nessuno, segnata da corruzione, criminalità e miseria. Lei ha trovato una sorta di fragile appartenenza nei simboli della nuova religione, il ragazzino si sta perdendo tra miraggi e rancori. Per entrambi una vita negata, dove persino i petardi della mezzanotte, a fine anno, ricordano al cuore lo scoppiare delle bombe, il crepitare dei mitra. Vince la Bosnia anche al festival di Berlino, con un doppio riconoscimento al film di Danis Tanović, già premio Oscar per No Man’s Land (2001). In Un momento della vita di uno sfasciacarrozze, il regista racconta le conseguenze terrificanti della devastazione bellica e della povertà: la storia vera di una donna Rom che, dopo un aborto spontaneo, viene respinta dai medici di un ospedale perché non ha un’assicurazione che copra i costi dell’intervento. Un film di finzione che ammicca alla realtà, tra baracche e lavori precari, girato con due lire in nove giorni in mezzo a una comunità che vive la disperazione di appartenere a un mondo senza pietà. Per un nuovo umanesimo Tra nuovi fondamentalismi e vecchi modelli che generano paura e miseria, non ci sono scorciatoie: solo un riscatto che il più grande regista europeo, il finlandese Aki Kaurismäki, addita in un nuovo umanesimo. Un miracolo che può accadere anche sotto le bombe delle contraddizioni che albergano nei sistemi sociali avanzati, le nostre illuminate democrazie. Ambientato in Francia nei giorni delle misure contro l’immigrazione volute da Sarkozy, Miracolo a Le Havre (Le Havre, 2011) racconta l’incontro tra un vecchio lustrascarpe che vive con orgoglio la sua povertà e Idrissa, un piccolo clandestino africano che cerca la famiglia. Un film politico, dove la solidarietà diventa un muro a protezione dei più deboli, la pietas ferisce anche le istituzioni e la mostruosa ragnatela globale in cui tutti sono invischiati si scioglie nella tenerezza dello sguardo. «Le persone danno il meglio di sé quando tutto va storto» dice Kaurismaki. «I tratti più nobili, ma anche i più brutti, sono sempre svelati in una crisi: la grandezza dell’uomo, la sua bassezza. Laddove tutto scompare, emergono i tratti di solidarietà e sacrificio». Basta nutrire fede nei miracoli, chiosa Kaurimsäki: ed ecco che le malattie mortali si dissolvono nella luce magica del Mediterraneo, quelle acque in cui «ci sono più documenti di identificazione che pesci». Malattie, non metafore: dolorose come il tumore da cui guarisce Arletty, la moglie del lustrascarpe, mortali come la nostra indifferenza.

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