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Recensioni

Come il cinema normalizza l’Islam

Clamorosi finali e ribaltamenti di ruoli nei film sui musulmani d’Occidente

Questo articolo è pubblicato in Oasis 28. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 22/11/2018 14:19:51

oltre la notte Ita.jpgSorridono. Sulla spiaggia, sotto il solleone, sorridono nonostante siano coperte dalla testa ai piedi, letteralmente. Vestite di nero o di grigio, le più frivole in blu, le bellissime modelle che promuovono i costumi da bagno islamici, i burkini – grottesca fusione tra burqa e bikini –, sorridono sullo sfondo di magnifiche spiagge tropicali. In realtà, c’è poco da ridere davanti a un fenomeno iniziato in sordina e arrivato in fretta sulle copertine. Se i musulmani in Europa fanno paura, se i turisti si tengono alla larga dalle spiagge recintate e protette per le signore musulmane, ecco che a normalizzare la situazione ci pensano i giornali femminili, da sempre sentinelle del pensiero comune. Il burkini finisce in passerella: da oggetto di scandalo si trasforma in prodotto e anche la questione urgente della libertà individuale viene riportata all’interno di quella normalità che chiamiamo mercato. Provate a cliccare “burkini” su Amazon: centinaia di pagine propongono variazioni sul tema, anche a prezzi stracciati. La chiamano “modest fashion”, ovvero, secondo D, il magazine di Repubblica, «la moda che rispetta i precetti della religione islamica». Tornano, per raccontarla, parole dimenticate come pudore e tradizione. Ma il problema vero è che si tratta di un fenomeno assolutamente non trascurabile dal punto di vista economico, se passerà, secondo i calcoli del Global Islamic Economy Report, da un giro d’affari di 219 miliardi di euro del 2016 ai 320 miliardi del 2022.

 

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