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Recensioni

Come il cinema normalizza l’Islam

Clamorosi finali e ribaltamenti di ruoli nei film sui musulmani d’Occidente

Questo articolo è pubblicato in Oasis 28. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 19/04/2019 14:13:22

Sorridono. Sulla spiaggia, sotto il solleone, sorridono nonostante siano coperte dalla testa ai piedi, letteralmente. Vestite di nero o di grigio, le più frivole in blu, le bellissime modelle che promuovono i costumi da bagno islamici, i burkini – grottesca fusione tra burqa e bikini –, sorridono sullo sfondo di magnifiche spiagge tropicali. In realtà, c’è poco da ridere davanti a un fenomeno iniziato in sordina e arrivato in fretta sulle copertine. Se i musulmani in Europa fanno paura, se i turisti si tengono alla larga dalle spiagge recintate e protette per le signore musulmane, ecco che a normalizzare la situazione ci pensano i giornali femminili, da sempre sentinelle del pensiero comune. Il burkini finisce in passerella: da oggetto di scandalo si trasforma in prodotto e anche la questione urgente della libertà individuale viene riportata all’interno di quella normalità che chiamiamo mercato. Provate a cliccare “burkini” su Amazon: centinaia di pagine propongono variazioni sul tema, anche a prezzi stracciati. La chiamano “modest fashion”, ovvero, secondo D, il magazine di Repubblica, «la moda che rispetta i precetti della religione islamica». Tornano, per raccontarla, parole dimenticate come pudore e tradizione. Ma il problema vero è che si tratta di un fenomeno assolutamente non trascurabile dal punto di vista economico, se passerà, secondo i calcoli del Global Islamic Economy Report, da un giro d’affari di 219 miliardi di euro del 2016 ai 320 miliardi del 2022.

 

 

Dopo la moda, arriva il cinema a fare la sua parte nella normalizzazione. Difficile negare che ci sia un problema, anche a prescindere dagli attentati che hanno insanguinato l’Europa, spesso ad opera di immigrati di seconda generazione. Ma i punti critici vengono addolciti, le domande evase, gli assiomi ribaltati. Le persone di fede islamica che oggi risiedono nel Vecchio Continente sono più di 25 milioni, età media 30 anni: la metà di loro vivono in Francia e in Germania. Saranno oltre 35 milioni nel 2050. Oltre alle persone, l’Europa si ritrova così a fare spazio a una fitta rete di legami internazionali che inevitabilmente incidono sulla politica e sulle scelte dei vari Paesi, magari attraverso forme di censura, come la manifestazione che dalla lontana Islamabad ha costretto l’Olanda ad annullare un concorso di fumetti ritenuto blasfemo, o autocensura, come quella francese sul film Rien n’est pardonné, dedicato all’unica superstite della strage al settimanale Charlie Hebdo: nonostante l’apprezzamento di critici e network, il film non ha trovato distribuzione. Tra i titoli che, più o meno involontariamente, collaborano alla normalizzazione, partiamo dal più interessante, Oltre la notte, del premiatissimo regista turco-tedesco Fatih Akin: interpretato da Diane Kruger, migliore attrice a Cannes, è risultato il miglior film straniero ai Golden Globes. Ambientato tra i rioni multietnici di Amburgo, il film racconta la storia di un attentato in cui perdono la vita il marito curdo di Katja, una donna tedesca che lo ha sposato in carcere dove era rinchiuso per spaccio, e il figlioletto Rocco. La trama è nerissima: la ricerca del colpevole parte da una prima ipotesi di matrice islamista, poi si passa alla delinquenza comune e si arriva, infine, a quella che scopriremo essere la verità: un atto di terrorismo nato da xenofobia e razzismo, ispirato agli attentati neonazisti che straziarono la Germania tra il 2000 e il 2007. Insomma, l’Islam non c’entra: ma nel ritratto sapiente che Akin disegna di Katja, insieme alla perdita, al lutto, al senso di annientamento che pervade le giornate, si insinua una ostinazione, un cupio dissolvi e un risentimento che hanno molto in comune con l’integralismo del terrore. Il clamoroso finale ci riserva un ribaltamento dei ruoli. Sarà Katja, cittadina europea, figlia dell’Occidente, confusa nella battaglia tra la ragione di Stato e le ragioni del cuore, a indossare una corazza di dinamite e a farsi saltare, insieme ai giovanissimi nemici, nell’illusione che il sacrificio della vita, la propria e quella degli altri, riscatti il male.

 

the big Sick.jpegC’è anche chi è capace di ridere sui musulmani d’Occidente, sulle abitudini frutto di superstizione, sugli europei ignoranti. Cherchez la Femme! (Due sotto il burqa), un film francese realizzato dall’iraniana Sou Abadi e The Big Sick ‒ il matrimonio si può evitare... l'amore no, scritto e interpretato dal pachistano Kumail Nanjiani, affrontano i paradossi che nascono dall’innesto di culture e tradizioni antiche su un mondo nuovo, disposto ad accogliere chi arriva, soprattutto le nuove generazioni, ma restio ad approfondire, anche a favore dell’altro, le ragioni della propria identità. Ed eccoci di nuovo ai costumi, come all’inizio. Ma adesso si parla di burqa, e le cose si fanno più serie. Difficile valorizzare uno strumento, se non di tortura, per lo meno di sottomissione. La Abadi, che ha trascorso la giovinezza in Iran prima di emigrare a Parigi, ci prova, sfidando insulti e minacce dei gruppi fondamentalisti. Il suo protagonista è Armand, origine iraniana, studente di Scienze politiche a Parigi. Fa un certo effetto vederlo correre per le strade della Ville Lumière, intabarrato nell’orrendo indumento che lascia scoperti soltanto gli occhi, per incontrare la fidanzata Leila, chiusa in casa dal fratello Mahmoud radicalizzato durante un viaggio nello Yemen. Finisce che Mahmoud si innamora di lei, Sheherazade, che poi è un lui, e la chiede in sposa a un finto padre. «“Veniamo alla dote. 100 cammelli”. “Ma dove li trovo 100 cammelli a Parigi?”. “Importali”». Non è la storia, a colpire, ricca com’è di gag classiche sul tema del travestitismo, con un occhio rivolto al Billy Wilder di A qualcuno piace caldo e l’altro al documentario. Colpisce Parigi, capace di accogliere tutti e di non accettare nessuno, che rimane sullo sfondo e non prende parte al gioco. Colpisce la città vera che si intravede dietro il film, tra gli impiegati degli uffici e le smorfie di chi, all’aeroporto, si scansa davanti a una ragazza in burqa che scappa da qualcuno, da qualcosa. C’è una guerra in atto, tra gli immigrati che si sono integrati e gli amici di Mahmoud: ma da che parte stanno Parigi e i parigini? Siamo sicuri che è tutto un gioco? Anche The Big Sick – Il matrimonio si può evitare... l’amore no pretende di ridere su qualcosa che alle nostre orecchie suona male: i matrimoni combinati, in patria come all’estero. Ma le battute, più che sulle ragioni, sono rivolte a dettagli innocui. E va bene che il protagonista è un comico, che fa l’autista per Uber e sogna New York. Ma quando il padre della sua ragazza gli chiede: «Cosa pensi dell’11 Settembre? Tu, da che parte stai?», la risposta non fa ridere: «Abbiamo perso 19 veri eroi. Era una battuta». Kumail è un pakistano post secolarizzato: non prega ma finge di pregare, non vuole sposare ragazze pakistane ma conserva le foto di quelle che la madre gli presenta, non segue le regole dell’Islam ma non vuole problemi. Proprio come noi.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Emma Neri, Come il cinema normalizza l’Islam, «Oasis», anno XIV, n. 28, novembre 2018, pp. 140-142.

 

Riferimento al formato digitale:

Emma Neri, Come il cinema normalizza l’Islam, «Oasis» [online], pubblicato il 22 novembre 2018, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/come-il-cinema-normalizza-l-islam.

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