Vie del dialogo /2. Un punto di vista cristiano. Tra tensioni e speranze l’esperienza della Chiesa nel contesto dei Paesi del Nord Africa risulta decisiva per compiere ulteriori passi.
 

Questo articolo è pubblicato in Oasis 8. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:48:26

La nostra riflessione parte da un quadro generale (le relazioni islamo-cristiane) e su questo quadro intende proiettare una luce speciale, quella dell’esperienza di un arabo cristiano nato e cresciuto in un mondo arabo e un cultura araba in gran parte musulmani; un arabo cristiano che, per tutta la sua vita, ha conosciuto solo lo status di minoranza cristiana in mezzo a una schiacciante maggioranza musulmana. Infine, un arabo cristiano che vive attualmente in Tunisia, dove i cristiani sono rispettati e godono di un buon margine di libertà, ma dove sono considerati stranieri, persone cioè che non fanno parte del tessuto sociale della società e ancor meno del Paese. In poche parole sono cristiani di passaggio. Quest’esperienza della Chiesa nel contesto dei Paesi dell’Africa del Nord non è priva di interesse per tutti gli sforzi dispiegati da un parte e dall’altra nell’ambito del dialogo interreligioso in generale, e islamo-cristiano in particolare, tanto più che in certi Paesi dell’Africa del Nord (penso per esempio all’Algeria), le relazioni islamo-cristiane vivono attualmente una tensione crescente, che non sembra ancora risolta. In questo mondo complesso delle odierne relazioni islamo-cristiane, vi sono speranze e sfide al tempo stesso. Comincio dalle speranze.   Innanzitutto, le iniziative di dialogo inter-religioso provenienti da parte musulmana sono in netto aumento. Si assiste al superamento di una psicologia della paura o del dubbio nei confronti di un tema (il dialogo), considerato a lungo una “produzione” esclusivamente cristiana. La visita del Re dell’Arabia Saudita Abdallah in Vaticano, il suo appello a costituire un forum delle tre religioni monoteiste, il congresso mondiale interreligioso da lui presieduto a Madrid, l’invito rivolto dal Re del Bahrein al Papa a visitare il piccolo Regno del Golfo, i frequenti dialoghi interreligiosi tra la Santa Sede e l’Iran sciita, la lettera dei 138 leaders musulmani e il recente seminario del forum cattolico-musulmano in Vaticano sono segni impensabili anche solo qualche anno fa. Nella stessa direzione si situa l’apertura di una chiesa cattolica nel Qatar (il Paese islamico reputato più chiuso dopo l’Arabia Saudita). Resta la grande speranza (sogno) di una chiesa a Riyad o da qualche altra parte in Arabia Saudita. Inoltre, gli Stati musulmani, le associazioni e anche la gente comune, ricorrono molto meno che in passato a manifestazioni violente nella quali si rompe e si brucia ogni cosa non appena un aspetto, un personaggio o un dogma dell’Islam vengono toccati. Ricordiamo ancora le gigantesche manifestazioni successive al discorso di Papa Benedetto XVI a Ratisbona, e ancora di più dopo le famose caricature danesi dedicate alla persona del Profeta dell’Islam. Altre caricature sono state pubblicate, un film “offensivo” è stato girato e sono state le associazioni musulmane europee a predicare la calma e a richiamare a “un modo civile di protestare”. Peraltro il musulmano “comune”, e anche alcuni personaggi “ufficiali” – parlo soprattutto dei paesi del Maghreb – cominciano ad accettare il principio della libertà di coscienza – da distinguere dalla libertà di culto – purché non vi si celino motivazioni materiali, politiche o pubblicitarie. Rimando a centinaia di opinioni espresse sul sito di Al-Jazeera e della BBC sul tema. I diversi casi che hanno riempito le prime pagine dei giornali in Algeria e all’estero più che esempi di conversioni personali, adulte e ben preparate sono il frutto dello zelo – lodevole ma troppo imprudente – di battezzare il più presto possibile (si parla di easy baptism), con l’accento posto su aspetti etnici e nazionalisti che provocano in Algeria una suscettibilità politica e nazionale. Infine, da parte cristiana, sembra essere finito il periodo del dialogo di cortesia, di riunioni segnate da uno spirito di apertura e dalla gioia di poter parlare con i musulmani. È stato un periodo necessario – parlare al cuore – ma doveva condurre a un’ulteriore tappa del dialogo, chiamato dialogo di verità: parlare alla ragione. È d’altronde il tema scelto per la decima assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (in veritate et caritate). Il passaggio non è stato privo di contrasti né di incomprensioni, ma era necessario e anche salutare. Da parte cattolica, la linea attuale in termini di dialogo sembra riassumersi in questo: occorre parlare dei punti che ci uniscono, ma anche di quelli che ci separano, prima di tutto per arricchirsi reciprocamente, poi per tentare di vedere come tutto questo entri alla fine nel piano salvifico di Dio che abbraccia tutta l’umanità. Malintesi Strutturali Si dice in arabo: «l’Oriente è l’Oriente e l’Occidente è l’Occidente: sono due mondi che non si incontreranno mai». Forse è esagerato, ma c’è del vero. Le sensibilità non sono le stesse, le reazioni non sono le stesse, i concetti talvolta non sono gli stessi. Spesso non basta tradurre una parola dal francese in arabo perché abbia lo stesso senso o la stessa consonanza. Durante l’incontro del comitato scientifico di «Oasis» ad Amman è stato sostenuto da più parti – e con grande convinzione – che non c’è bisogno di un dialogo islamo-cristiano in Giordania perché i giordani – cristiani e musulmani – convivono benissimo e costituiscono una sola famiglia. Ci sono dunque dei malintesi di “struttura” tra le due mentalità. La libertà di espressione costituisce un luogo di malinteso che non ha ancora finito di produrre frizioni (discorsi, caricature, battesimo, disegni, film…). E quando questi “colpi di martello” si ripetono a più riprese in un anno, si avvelenano i rapporti tra le persone e le comunità, soprattutto nei Paesi musulmani nei quali vivono minoranze cristiane, locali o straniere. Non bisogna dimenticare che l’Islam si presenta come un sistema unico che ingloba tutto e nel quale tutto “si tiene” (fede, culto, famiglia, figli, vita morale, profeta, vita economica, eredità etc.). Basta dunque toccare uno solo dei punti di questo grande sistema perché l’Islam in quanto tale si senta minacciato o offeso. Un altro malinteso di “struttura” è la nozione di libertà religiosa. Nei Paesi musulmani (eccetto rare eccezioni), le minoranze cristiane godono della libertà di culto, cioè della libertà di praticare la loro fede, in privato come in pubblico. Nella mentalità occidentale, libertà religiosa significa libertà di coscienza, cioè libertà di scegliere la propria religione o di scegliere di non averne una. Questi due ultimi concetti hanno ancora un lungo cammino da fare nella mentalità musulmana. In questo contesto, si capisce perché il discorso sulla reciprocità, benché necessario, diventi problematico. Un’altra sfida, propria per il momento all’Algeria, diventa preoccupante per gli altri Paesi del Maghreb. Oltre allo zelo esagerato e non sempre prudente di qualche evangelico, si nota una linea algerina ufficiale che si irrigidisce e si comincia a parlare di preoccupazioni etniche e politiche. La piccola comunità cristiana di Algeria è coinvolta suo malgrado e ogni intervento dall’esterno (soprattutto da parte della Chiesa occidentale) è considerato un’ingerenza indebita negli affari di un paese indipendente e sovrano. E per quanto poco si conosca il recente passato del Paese, si può misurare la sensibilità nazionale e politica soggiacente. Ripeto: quello che succede in Algeria preoccupa le altre Chiese dell’Africa del Nord, visto il peso geografico, politico ed economico dell’Algeria, per non parlare del suo pesante potenziale salafista. Inoltre il passaggio da un dialogo di carità a un dialogo di verità genera a volte un certo irrigidimento nelle posizioni delle Chiese. È forse il prezzo da pagare, ma è così. Un documento in cui si cita la CEI (Conferenza episcopale italiana) proibisce ai sacerdoti italiani di prestare i luoghi di culto o sale di preghiera ai musulmani. Un documento recente della CEF (Conferenza dei Vescovi di Francia) parla della differenza essenziale tra cristiani e musulmani nel loro modo di parlare di Dio. Lo spirito e il tono di certe dichiarazioni del Magistero della Chiesa universale vanno nello stesso senso. Ancora una volta, questo può essere un passaggio necessario da compiere per arrivare a un dialogo di verità. Resta tuttavia vero che le Chiese che vivono nel mondo arabo-islamico hanno bisogno di sapere su quali criteri si basa l’attuale posizione della Chiesa in materia di dialogo con l’Islam per potersi situare e trovare un equilibrio positivo tra la linea ufficiale della Chiesa e le circostanze concrete della loro vita. Sempre nella stessa linea, si comincia a sentire in diverse Chiese d’Europa una certa fatica di fronte all’Islam, una diffidenza crescente e addirittura un inizio di paura. Si inizia a pensare che i musulmani in Europa (almeno alcuni di loro), non solo non si integrano, ma non vogliono integrarsi, e parlano addirittura di “convertire” un’Europa “cristiana” in decadenza dal punto di vista morale e religioso. Peraltro, nei Paesi arabi e musulmani, ci sono tracce assai profonde di sentimenti negativi e diffidenti nei confronti dell’Occidente, sempre considerato nel subconscio musulmano come “cristiano” (il contesto storico-politico, i diversi avvenimenti, i recenti movimenti di evangelizzazione, i conflitti politici in Afghanistan, in Iraq, l’eterno conflitto israelo-palestinese etc.). Il Bianco e il Nero Tutto quel che capita è un movimento storico più forte di noi. Stiamo forse andando verso lo scontro di civiltà o verso un mondo, religiosamente parlando, più aperto e più fraterno? Voglio essere ottimista, basandomi su due testi, uno cristiano l’altro musulmano, nei quali, pur riaffermando ognuno la propria identità religiosa, gli autori lasciano la porta aperta a un dialogo vero e sincero. Il Cardinale Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, aprendo l’ultima sessione plenaria del Consiglio, ha detto: «Siamo credenti e sappiamo bene che Dio solo dà il senso ultimo alla nostra vita e alla storia umana. Siamo anche impegnati a cercare la Verità, ad amarla, a trasmetterla e a difenderla. E se da una parte sappiamo, come cristiani, che lo Spirito Santo opera in ogni uomo e in ogni donna indipendentemente dal suo credo religioso e spirituale, dall’altra siamo tenuti a dichiarare che Cristo è la Via, la Verità e la Vita. Gesù ci ha rivelato la verità su Dio e sull’uomo, e questo costituisce per noi la Buona Novella. Non possiamo mettere questa verità sotto il moggio. Nondimeno, la verità è inseparabile dalla carità. Dio è Amore e Verità. La verità ispira sentimenti, comportamenti e atti d’amore». Il secondo testo è preso dal discorso del Re Abdallah, sovrano dell’Arabia Saudita, pronunciato in occasione di una conferenza, tenutasi alla Mecca all’inizio del giugno 2008, che ha riunito più di 500 ulema musulmani intorno al tema del dialogo interreligioso: «siete riuniti oggi per dire al mondo che siamo la voce della giustizia e dei valori morali umani, la voce della convivialità e del dialogo. Tuttavia, quanto numerose e difficili sono le sfide che la Nazione islamica incontra in questo momento in cui i nemici, e tra questi i figli estremisti di questa stessa nazione, si uniscono con tanta animosità per nuocere all’Islam, alla sua equità e ai suoi nobili obiettivi… Il dialogo è destinato a opporsi alle minacce generate dalle chiusure, dall’ignoranza e dalle ristrettezze di veduta, affinché il mondo comprenda i precetti dell’Islam senza rancore né animosità. L’Islam ha scelto la via e definito i principi del dialogo con i fedeli delle altre religioni, e questa via passa per i valori comuni delle tre religioni monoteiste. Questi valori provano ripugnanza per il tradimento, rifiutano i crimini e combattono il terrorismo». Aggiungiamo che il Re saudita propone di pagare dei corsi di formazione al dialogo per 40.000 imam. Ha già ottenuto il nihil obstat degli ulema sauditi e attende ora quello degli altri paesi islamici. Il mondo del dialogo islamo-cristiano non è monolitico. C’è del bianco e c’è del nero. Tutto sta nel saper navigare tra i due. Questa nuova fase della storia del dialogo islamo-cristiano alla fine non potrà che essere per il bene degli uni e degli altri. L’errore da evitare è quello di camminare su questa strada con sentimenti di diffidenza, di distanza o di conflitto. Se si giungerà a leggere questo nuovo “segno dei tempi”, a leggerlo cioè come un messaggio che il Signore ci manda, saremo aiutati ad arricchirci di ogni piccola parte di verità che il Creatore ha seminato in ogni uomo, in ogni tempo e in ogni luogo, e potremo dare all’uomo di oggi la testimonianza che la vera fede in Dio non può che avvicinare i credenti gli uni agli altri nel rispetto e nella collaborazione.  

Tags