Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 06/06/2022 11:18:45

La missione del diplomatico europeo Enrique Mora a Teheran della settimana scorsa, a cui si è aggiunto il viaggio in Iran  dell’Emiro del Qatar al-Thani, potrebbe aver ridato qualche speranza alla conclusione di quella che, se non fosse in gioco anche la vita delle persone, potremmo chiamare la “telenovela” sull’accordo sul nucleare iraniano. Abbiamo perso il conto del numero di volte in cui all’ottimismo per un traguardo ormai «in vista» sono subito seguiti momenti di assoluto pessimismo nei confronti di una negoziazione «impossibile». Vediamo come andrà stavolta e per ora segnaliamo che, secondo un’analisi pubblicata da Reuters, c’è stato un sottile cambiamento nella comunicazione americana, passata dall’enfasi sulla necessità di raggiungere un accordo prima che sia troppo tardi (ovvero prima che il programma nucleare iraniano sia così avanzato da rendere di fatto inutile il ritorno al JCPOA), a una posizione secondo cui, considerate le alternative, il buon esito del negoziato sarebbe comunque preferibile rispetto alla situazione attuale. Resta il fatto che durante un’audizione al Senato Robert Malley, inviato speciale americano per l’Iran, ha affermato che il raggiungimento di un accordo resta «un enorme punto di domanda».

 

Intanto però il presidente israeliano Naftali Bennett ha reso noto che a fine aprile Joe Biden gli ha comunicato la decisione di non rimuovere i Guardiani della Rivoluzione dalla lista delle organizzazioni terroristiche, uno dei punti su cui i negoziati si sono arenati. Una rassicurazione che, tuttavia, pare non basti a Israele. Si pensa infatti che dietro all’assassinio di Hassan Sayyad Khodaei, membro delle Forze Qods e colonnello dei Guardiani della rivoluzione ci sia proprio lo Stato ebraico, preoccupato «dalla rafforzata presenza in Siria» (che secondo quanto scritto da Giorgio Cafiero è un effetto anche della guerra in Ucraina). L’omicidio è avvenuto domenica a Teheran, in pieno giorno, quando una motocicletta in corsa ha fatto fuoco su Khodaei davanti al suo domicilio, in un quartiere vicino al Parlamento iraniano. Prima di partire per l’Oman, il presidente Ebrahim Raisi ha promesso vendetta contro la «tirannia globale», le cui «mani possono essere rintracciate su questo crimine». Raisi non ha direttamente accusato Israele, ma come ha ricordato il Financial Times, i termini utilizzati sono generalmente riferiti tanto a Israele quanto agli Stati Uniti. Dal canto suo, il Paese guidato da Bennett non ha, come di consueto, commentato l’accaduto, ma stando ad alcune fonti citate dal New York Times Israele avrebbe comunicato agli alleati americani di essere il responsabile dell’azione.

 

Chi era Khodaei? Le autorità iraniane non hanno reso noti i suoi incarichi, ma i vertici dei pasdaran lo hanno chiamato «difensore del santuario», una definizione che sono soliti attribuire agli sciiti che agiscono in Siria per proteggere la moschea Sayyidah Zaynab di Damasco (questa da sempre la versione ufficiale). Resoconti pubblicati dalla stampa locale (e citati dal Financial Times) affermano che Khodaei era da poco rientrato proprio dalla Siria, dove aveva compiuto alcune operazioni contro Israele. Le Monde riporta l’opinione di Amos Yadlin, ex capo dell’intelligence militare israeliana, che ha paragonato Khodaei niente meno che a due figure chiave delle operazioni iraniane in Medio Oriente: Imad Moughnieh, mente delle operazioni speciali di Hezbollah, e Qassem Soleimani. Eppure, come ha notato la giornalista Fereshteh Sadeghi su Twitter, è molto difficile trovare foto di Khodaei in Siria, e quelle che le autorità hanno diffuso sembrano essere ritoccate, mentre è strano che una figura così importante non avesse alcun tipo di scorta. Quest’ultimo aspetto sarebbe dovuto al fatto che Khodaei era poco noto e non figurava nella lista dei possibili obiettivi israeliani stilata dai Guardiani della Rivoluzione. Secondo una fonte anonima citata da Amwaj Media ciò si dovrebbe al fatto che Khodaei era poco noto anche in Siria, dove pure sarebbe stato responsabile del trasferimento della tecnologia militare in materia di droni e missili agli alleati di Teheran. Khodaei, sostiene Amwaj Media, avrebbe dunque fatto parte non semplicemente delle Forze Qods, ma in particolare della loro sezione di intelligence, ciò che implicherebbe un’ulteriore capacità di Israele di penetrare nel sistema iraniano. Secondo altre ricostruzioni, nelle Forze Qods Khodaei sarebbe stato invece a capo di un programma mirato a eliminare obiettivi israeliani nella regione. In ogni caso, ha notato Ben Caspit, la guerra sottotraccia tra Israele e Iran si sta intensificando, e l’obiettivo israeliano sembra essere quello di provocare l’irrigidimento della posizione iraniana così da rendere impossibile il raggiungimento di un accordo sul nucleare. Da questo punto di vista è comunque pessimista Zvi Bar'el, il quale su Haaretz ha spiegato che nemmeno le eliminazioni mirate fermeranno il programma nucleare iraniano.

 

Intanto in Iran non mancano i problemi a livello interno: la repressione è sempre più forte e colpisce anche i registi cinematografici e gli autori di documentari, mentre nel sud del Paese un palazzo è crollato uccidendo almeno 11 persone. Il quadro è complicato dal fatto che proseguono le proteste (non su larga scala, finora), motivate soprattutto dalla situazione economica. La maggior parte di queste avviene nel Khuzestan, dove il sottosviluppo e la mancanza di investimenti la fanno da padrone, nonostante la regione sia ricca di idrocarburi.

 

Le tempeste di sabbia che colpiscono i più deboli

 

Una raccolta di foto a cura di The Atlantic mostra come il Medio Oriente, e l’Iraq più di tutti, sia flagellato dalle tempeste di sabbia: quella che lunedì si è abbattuta sul Paese è la nona da metà aprile. Come facilmente immaginabile, non si tratta di un evento meteorologico privo di conseguenze: questa volta le autorità sono state costrette a chiudere gli aeroporti e gli uffici pubblici, mentre precedentemente era stato necessario fermare tutte le operazioni marittime a Bassora. Più di 1.000 persone sono state ospedalizzate con problemi respiratori. La tempesta di lunedì ha poi colpito anche Kuwait e Arabia Saudita.

 

In Iraq, le tempeste di sabbia sono un fenomeno stagionale che si verifica soprattutto in primavera avanzata ed estate, ma la frequenza con cui esse stanno avvenendo  quest’anno è allarmante, tanto che il ministro dell’Ambiente iracheno ha previsto che nei prossimi due decenni una media di 272 giorni all’anno potranno essere segnati da questi fenomeni. La frequenza delle tempeste di sabbia aumenta a causa della siccità, della rapida desertificazione e dei cambiamenti climatici, aspetti che si sommano alle inadempienze della classe politica, non in grado di adottare politiche adeguate per risolvere il problema (o quantomeno mitigarlo). Come ha spiegato l’Economist, «la [crescente] domanda di acqua sta rendendo ancora più secca una regione già arida», mentre uno studio della World Bank del 2019 ha mostrato che azioni come l’iper-sfruttamento delle risorse idriche di fiumi e dei laghi – che sia a scopo irriguo o a causa di costruzioni come le dighe turche sul Tigri e l’Eufrate – contribuisce alla “produzione” di un quarto della polvere del Medio Oriente, che è poi spostata dai venti delle tempeste.

 

Finora, per chi è benestante e vive e lavora al chiuso le tempeste di sabbia sono un problema tutto sommato gestibile. Decisamente diverso è il caso di chi si trova in situazioni abitative più precarie (e nella regione mediorientale non sono pochi) e lavora all’aperto. La ricercatrice Abrar Alshammari ha descritto un caso esemplificativo: mentre la tempesta stava per colpire il Kuwait, le app di delivery hanno notificato a tutti gli smartphone dei propri utenti che le consegne – quasi esclusivamente svolte da persone dell’Asia meridionale o comunque non arabi del Golfo – sarebbero proseguite, mettendo a repentaglio in maniera piuttosto evidente l’incolumità dei lavoratori.

 

Il fenomeno delle tempeste di sabbia non riguarda solamente l’Iraq, ma anche Siria (è stata colpita la provincia di Deir Ez-Zor, dove gli ospedali hanno dovuto fare rifornimento di bombole d’ossigeno), Arabia Saudita e Iran (in particolare la zona arida del Khuzestan, dove si sono già verificate in passato proteste per la cattiva gestione delle risorse idriche). Si coglie dunque positivamente la notizia, resa nota giovedì, che i governi di Iraq, Kuwait, Iran e Siria sono pronti a cooperare per stemperare gli effetti di questo fenomeno.

 

Oltre alla salute delle persone, le tempeste di sabbia hanno un importante impatto economico, che va dalle colture rovinate ai danni ai macchinari industriali, dalla chiusura dei porti alle ore di lavoro trascorse a pulire le strade e le altre infrastrutture. Come ha riportato la CNN, la stima del costo per il Medio Oriente di queste tempeste si aggira intorno ai 13 miliardi di dollari. Ed è un dato destinato a crescere.

 

Il Golfo tra petrolio e normalizzazione

 

Un’eccezione a livello mondiale: la regione del Golfo Persico è l’unica al mondo ad aver rivisto al rialzo le stime di crescita del PIL, spinto dal rialzo dei prezzi del petrolio e, nel caso di Dubai, dell’arrivo dei capitali degli oligarchi russi. Tuttavia, paradossalmente, i prezzi elevati del petrolio giocano a sfavore delle petromonarchie nel lungo periodo, ha scritto Le Monde, perché inducono i consumatori a trovare fonti alternative al petrolio, mentre rendono più difficile per i governi dei Paesi produttori attuare le riforme di cui questi necessitano – come la riduzione dei sussidi – proprio mentre i budget statali si gonfiano.

Intanto secondo Axios gli Stati Uniti lavorano per favorire la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. Come? Agendo da mediatori nel passaggio di sovranità di due isole nel Mar Rosso (Tiran e Sanafir) dal Cairo a Riyad. Le isole, demilitarizzate dopo gli accordi tra Israele ed Egitto del 1979, permettono di controllare lo stretto di Tiran che separa il porto giordano di Aqaba da quello israeliano di Eilat. Sempre stando a quanto detto da fonti anonime ad Axios, la Casa Bianca vorrebbe concludere l’accordo entro fine giugno, quando il presidente Biden si recherà in visita in Medio Oriente.

 

Israele: il governo regge, per ora

 

Per ora, la crisi governativa in Israele è risolta. La deputata araba Ghaida Rinawie Zoabi del partito Meret aveva abbandonato la coalizione di governo, che conseguentemente poteva contare soltanto su 59 voti su un totale di 120 della Knesset. Dopo pochi giorni, tuttavia, Zoabi è tornata sui suoi passi perché – a sua detta – i suoi elettori temono che l’alternativa al governo attuale sia un esecutivo che includa il politico di estrema destra Itamar Ben-Gvir. Per ora quindi la crisi di governo è scongiurata, ma in Israele è ormai opinione comune che entro pochi mesi sarà necessario tornare al voto.

 

Dal no alla Svezia all’intervento in Siria: tutti gli annunci del presidente Erdoğan (a cura di Mauro Primavera)

 

È stata una settimana ricca di dichiarazioni al vetriolo e annunci a effetto per il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Le prime sono giunte in seguito all’intervento di Kyriakos Mitsotakis al Congresso americano; il premier greco ha infatti criticato gli sconfinamenti dell’aviazione turca in territorio ellenico e, in maniera implicita, l’atteggiamento ostativo di Ankara all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO. Queste affermazioni hanno parecchio infastidito Erdoğan, che lunedì 23 maggio ha minacciato di chiudere i contatti con Mitsotakis, mettendo a rischio l’unità dell’Alleanza Atlantica in un momento assai delicato per l’Europa. Al momento, però, la replica ha sortito un solo effetto, quello di deprezzare ulteriormente la lira turca che, come notato dal Financial Times, in questi giorni ha toccato il valore più basso da inizio anno.

 

È un dato di fatto che la Turchia si sta opponendo all’entrata dei due Paesi scandinavi nella NATO poiché, secondo il presidente, nei parlamenti di Helsinki e Stoccolma siedono persone legate a organizzazioni terroristiche. «È ovvio che si riferisce a me», ha commentato laconica Amineh Kakabaveh, avvocata e deputata svedese vicina alle Forze di Unità di Protezione Nazionale (YPG), le milizie curde che amministrano il Rojava siriano fin dai primi anni della guerra civile.   

 

Ma le obiezioni all’allargamento dell’Alleanza Atlantica servono anche al leader turco per accrescere il proprio potere negoziale e assicurarsi libertà d’azione in Siria. Da qui l’annuncio di Erdoğan di voler avviare una nuova operazione militare nel nord del Paese, la quarta in ordine di tempo dopo “Scudo dell’Eufrate” del 2016, “Ramoscello d’Ulivo” del 2018 e “Primavera di Pace” del 2019. L’obiettivo dichiarato è l’occupazione del territorio di Kobane, città che i curdi sottrassero all’ISIS dopo una lunga offensiva, in modo da collegare le due zone cuscinetto già sotto occupazione turca, il cantone di Afrin e il Rojava settentrionale. Ankara si assicurerebbe così il controllo di circa due terzi dei territori siriani di frontiera, scenario che potrebbe modificare i delicati equilibri geopolitici del conflitto e indebolire l’autogoverno delle YPG.    

 

Significativo, infine, l’incontro di mercoledì 25 maggio in cui, per la prima volta dopo quindici anni, un ministro degli esteri turco si è recato in Israele per un viaggio istituzionale. Mevlut Çavuşoğlu, dopo una breve visita nei territori palestinesi, è stato infatti ricevuto a Gerusalemme dal suo omologo Yair Lapid. L’incontro è certamente servito a migliorare le relazioni tra i due Paesi e a rafforzare la cooperazione energetica, anche se la stampa e gli analisti israeliani hanno manifestato perplessità e scetticismo sull’iniziativa di Ankara. Gabriel Mitchell, direttore dell’Istituto israeliano di politica estera regionale, ha sostenuto su The Times of Israel che occorre risolvere altre questioni in sospeso, prima di poter parlare di partnership e gasdotti. Dello stesso avviso anche Lazar Berzman, che sullo stesso quotidiano osserva come il riavvicinamento sia ancora lontano. A destare preoccupazione è che le relazioni tra i due Stati hanno cominciato a deteriorarsi proprio durante la presidenza di Erdoğan, principalmente per la vicinanza del governo turco a Hamas. 

 

Intanto l’agenzia OdaTV ha annunciato che le forze di polizia di Istanbul hanno arrestato Abu al-Hassan al-Qurashi, nuovo leader dell’ISIS dopo la morte, nel febbraio 2022, di Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, successore di al-Baghdadi. La notizia è stata subito ripresa da Bloomberg e Al-Arabiyya che però non sono riuscite a confermare l’identità del detenuto. Non è la prima volta che i servizi di sicurezza turchi sono impegnati in operazioni del genere: ad esempio, lo scorso marzo un affiliato dello Stato Islamico ricercato dall’Interpol era stato fermato nella città di Ordu, sulla costa del Mar Nero.  

 

Rassegna della stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

 

In Tunisia si gioca una brutta partita

 

Pochi giorni fa il presidente tunisino Kais Saied ha annunciato che la bozza della nuova Costituzione sarà pronta entro il 30 giugno per essere sottoposta a referendum popolare il 25 luglio prossimo. Dalla commissione incaricata di redigere il nuovo documento, presieduta dal costituzionalista Sadiq Belaid, sono stati esclusi tutti i partiti politici, anche quelli che hanno sostenuto Saied fin dalla prima ora. Alcuni capi partito hanno già annunciato che si opporranno a qualsiasi cambiamento politico stabilito unilateralmente dal presidente.

 

I progetti di Saied stanno incontrando una vasta opposizione a tutti i livelli della società. Mercoledì l’Unione generale tunisina del lavoro, principale sindacato del Paese nonché membro del Quartetto vincitore nel 2015 del premio Nobel per la Pace, ha annunciato che non parteciperà al dialogo nazionale nella forma prevista dal decreto presidenziale.

 

 ‘Arabī21 ha pubblicato la petizione firmata da 72 professori universitari in risposta al decreto che prevede l’istituzione di una commissione consultiva composta dai presidi delle facoltà di Legge. La richiesta dei firmatari è di non coinvolgere le università e gli studenti nei progetti politici.

 

Su al-Quds al-‘Arabī, il giornalista tunisino e anchorman di al-Jazeera Mhammad Krichen ha paragonato le vicende politiche tunisine a una brutta partita di calcio i cui giocatori sono fuori forma e continuano a perdere tempo e sprecare occasioni; i cittadini tunisini sono gli spettatori, alcuni dei quali continuano a sostenere la squadra nonostante la cattiva performance, mentre altri s’indignano. Poi, all’improvviso, un giocatore mediocre quanto i compagni di squadra (allusione a Saied) ferma la partita ed espelle tutti i giocatori con l’obbiettivo di «ripulire l’arena calcistica dalla corruzione», tra il giubilo di alcuni spettatori e la costernazione di altri. Il giocatore mediocre, ha scritto Krichen, si è arrogato il diritto di cambiare le regole del gioco fino a sospendere il campionato nazionale, e in ultima battuta ha deciso di aprire il dialogo nazionale. Attribuendosi lui, ovviamente, il diritto di decidere chi devono essere i suoi interlocutori.

 

L’ex ministro dell’Istruzione tunisino Salem Labiadh (in carica dal 2013 al 2014) ha denunciato su al-‘Arabī al-Jadīd la deriva autoritaria della televisione nazionale tunisina, che dal 25 luglio scorso, quando Saied ha assunto i pieni poteri, ha chiuso le porte ai rappresentanti dei vari partiti politici. Un’evoluzione in netto contrasto con il documento relativo alla “Politica editoriale della televisione nazionale in Tunisia”, che invece invita la tv nazionale a dare visibilità a tutti i partiti e alle attività del Parlamento, in attuazione degli articoli 35 (è garantita la libertà di formare partiti, sindacati e associazioni) e 32 (lo Stato garantisce il diritto all’informazione) della Costituzione del 2014.

Questo ostracismo, ha spiegato Salem Labiadh, riflette la visione del presidente che, ancor prima di essere eletto, aveva espresso, in più di un’occasione, il suo disprezzo per i partiti. In un’intervista rilasciata a un quotidiano locale nel giugno 2019 aveva detto per esempio che «la democrazia parlamentare negli stessi Paesi occidentali è fallita» e che «i partiti sono arrivati in un momento particolare della storia dell’umanità, hanno raggiunto l’apice nel XIX secolo e nel XX secolo per poi diventare marginali dopo la rivoluzione […]. Il loro stato di agonia può protrarsi, ma sicuramente tra qualche anno non avranno più alcun ruolo». L’ex-ministro ha poi concluso la sua riflessione con un monito: «Per un governante, oggi, essere saggio non significa precludere i media pubblici alle persone che la pensano diversamente; significa piuttosto imparare dalle esperienze dei predecessori, credere nel pluralismo e nell’alternanza pacifica al potere, ed essere pronti a lasciare il governo, come dice il proverbio “se [il potere] fosse durato per gli altri, non sarebbe arrivato a te”».

 

E poi ci sono i quotidiani che, pur di screditare i Fratelli musulmani, sono disposti a celebrare l’operato di Kais Saied. In questo genere rientra l’editoriale del giornalista egiziano Ahmed al-Maslamani per al-Ittihād, quotidiano emiratino notoriamente ostile all’Islam politico, che ha descritto una Tunisia devastata dagli anni di governo dei Fratelli musulmani, i quali «hanno spento le luci» e «fatto sprofondare il Paese nelle lotte ideologiche». Ma non tutto è perduto, ha concluso: «se gli estremisti hanno ucciso la gioia e prodotto disperazione, i giovani possono restituire la gioia e lo Stato [di Saied] può restituire la speranza».

 

Al-Sisi prepara gli egiziani alla carestia

 

Notizie interessanti arrivano anche dall’Egitto. Il discorso pronunciato sabato scorso dal presidente ‘Abdel Fattah al-Sisi in occasione dell’inaugurazione del progetto “Futuro dell’Egitto” per l’incremento della produzione agricola nazionale ha suscitato ondate di indignazione sui social e sui quotidiani. Sisi ha infatti invitato la popolazione «a sopportare senza lamentarsi» le condizioni di vita sempre più difficili, portando l’esempio del profeta dell’Islam e dei suoi compagni, che, perseguitati, vissero tre anni nascosti sulle montagne di Mecca cibandosi soltanto di foglie d’albero. C’è chi sui social si è preso gioco dell’ego del presidente, che con queste parole sembra quasi paragonarsi al Profeta, e chi, invece, ha scritto che il Profeta, a differenza di Sisi, «non ha assediato i musulmani, non ha collaborato con gli ebrei contro i musulmani né ha rapito e torturato questi ultimi…».  E comunque, hanno commentato altri in maniera sarcastica, i compagni hanno vissuto di stenti per tre anni, non per nove (gli anni di governo di Sisi).

 

Al-‘Arabī al-Jadīd e pochi altri media, tra cui al-Jazeera, hanno diffuso la notizia dell’esibizione dell’orchestra israeliana “al-Nūr” alle piramidi di Giza nell’ambito delle celebrazioni del 74esimo anniversario della fondazione dello Stato d’Israele, organizzate dall’ambasciata israeliana del Cairo il 14 maggio scorso. L’orchestra, fondata nel 2013 dal musicista israeliano Ariel Cohen, ha acquisito notorietà dopo aver eseguito una celebre canzone emiratina per celebrare gli Accordi di Abramo. 

 

È molto significativo che questa notizia, potenzialmente esplosiva, sia stata resa nota solo una settimana dopo l’evento, e soltanto da pochi quotidiani panarabi ma da nessun giornale egiziano. Se il 15 maggio gli israeliani festeggiano l’anniversario della nascita del loro Stato, per gli arabi è il giorno della Nakba, letteralmente “la catastrofe”, ovvero l’esodo forzato degli arabi palestinesi dai territori occupati da Israele durante la prima guerra arabo-israeliana (1948). È molto probabile quindi che l’evento musicale non sia stato pubblicizzato per evitare l’insorgere di proteste popolari. Neppure un mese prima, infatti, la penisola del Sinai aveva già ospitato un festival musicale israeliano tra le critiche degli egiziani che lamentavano la tempistica dell’evento, organizzato proprio a ridosso del 25 aprile, giorno in cui l’Egitto ricorda la liberazione del Sinai occupato da Israele in seguito alla Guerra dei Sei Giorni.

 

Ancora dall’Egitto è giunge la controversia che ha coinvolto il celebre scrittore ‘Ala al-Aswany, ben riassunto da al-Jazeera. Radio Galatz, di proprietà dell’esercito israeliano, ha infatti mandato in onda un’intervista allo scrittore a cura del giornalista israeliano Jacky Hugi in occasione della traduzione in ebraico del romanzo di Aswany “Sono corso verso il Nilo” (2018).

In men che non si dica lo scrittore egiziano si è trovato sotto il fuoco incrociato tanto dei sostenitori del regime egiziano quanto dei suoi oppositori. In sua difesa, al-Aswany ha spiegato che l’intervista diffusa dalla radio israeliana è in realtà la conversazione pubblica avuta con il suo agente letterario a Londra in occasione, per l’appunto, della pubblicazione dell’edizione ebraica del suo romanzo. Per discolparsi, lo scrittore egiziano ha pubblicato il link all’intervista con il suo agente, il quale però all’inizio della conversazione spiega che le risposte sarebbero state tradotte in ebraico e trasmesse alla radio, senza specificare però quale. 

 

Il quotidiano filo-islamista ‘Arabī21 – quasi a voler scagionare in parte al-Aswani, che durante l’intervista ha celebrato la rivoluzione del 2011 – ha aggiunto un dettaglio alla vicenda a partire da un tweet pubblicato dal giornalista israeliano, secondo il quale al-Aswani ha rifiutato un incontro faccia a faccia con Hugi, ritenendolo probabilmente troppo compromettente, e chiedendo di inviare le domande al suo agente.

 

Al-‘Arabī al-Jadīd ha criticato la scelta di al-Aswani, che non ha avuto remore a parlare proprio a una «radio dell’esercito di occupazione» «del desiderio dei popoli di libertà, della dittatura e dell’oppressione», e per di più a due settimane dall’omicidio di Shirin Abu Akle, la giornalista di al-Jazeera uccisa nei territori palestinesi da un soldato israeliano.

 

Una nuova identità islamica per i musulmani del Tatarstan

 

Chiudiamo questa rassegna segnalando un editoriale del politologo ed ex ministro giordano Muhammad Abu Rumman sull’identità islamica dei musulmani che vivono nella Repubblica del Tatarstan, uno degli 85 soggetti della Federazione russa. La riflessione nasce a seguito del Kazan Summit 2022, il 13esimo vertice economico internazionale che dal 19 al 21 maggio scorso ha riunito nella città tatara la Russia e i Paesi dell’Organizzazione della Conferenza islamica.

Secondo l’editorialista sono due gli aspetti significativi che emergono dall’incontro. In primo luogo, il desiderio russo di costruire relazioni con il mondo islamico in risposta all’isolamento imposto dagli Stati uniti e dall’Europa a causa della guerra in Ucraina. Abu Rumman ha segnalato a questo proposito la presenza al summit di molte autorità religiose, sunnite e sciite, e di personalità provenienti in particolare dall’Arabia Saudita e dagli Emirati.

In secondo luogo, l’ex ministro segnala la nascita di un «nuovo modello religioso», diverso dai modelli diffusi nel mondo arabo, che si starebbe affermando sia all’interno della Repubblica tatara, sia nei rapporti tra quest’ultima e il governo federale russo.

 

In breve

 

Continuano le violenze in Burkina Faso, dove 50 civili sono stati uccisi da sospetti jihadisti (France24)

 

La lira libanese ha toccato il suo minimo rispetto al dollaro (al-Jazeera)

 

Mercenari russi del gruppo Wagner accusati di fare uso irregolare di mine e trappole esplosive in Libia (The Guardian)

 

 

 

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