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Religione e società

Il gigantesco crogiuolo chiamato Nuovo Mondo

Il meticciato è alla base delle culture e della storia dell'America Latina. La nuova società europea, che va formandosi in seguito agli enormi flussi migratori, può forse imparare dall'esperienza sudamericana

La globalizzazione ha fatto assurgere gli eventi di incontro-scontro tra uomini di culture diverse a fenomeno di dimensioni planetarie. La rivoluzione delle comunicazioni, l'intensificarsi degli scambi umani, economici e culturali, e le migrazioni di massa impongono il compito davvero cruciale di fondare positivamente la convivenza fra culture diverse. Il prof. Javier Prades afferma con ragione che «per trovare scenari simili si dovrebbe tornare al tempo delle grandi migrazioni europee e all'epoca delle scoperte geografiche del Cinquecento e Seicento».

 

 

E infatti, la peculiarità di ciò che chiamiamo America Latina, ovvero la novità stessa della sua origine, è data dal grandioso e drammatico incontro-scontro tra uomini e culture, etnie e popoli tra loro diversissimi, un evento senza uguali nell'era cristiana e forse dall'alba stessa della storia. Il Nuovo Mondo è il risultato e, al tempo stesso, l'effetto scatenante di una straordinaria novità storica: le diverse vicende di tanti popoli, isole di grandi civiltà disperse nei vasti oceani del neolitico, fino ad allora a stento in comunicazione persino tra loro, irrompono all'improvviso nella storia universale. La circumnavigazione del litorale africano da parte dei portoghesi sino alle terre del lontano oriente, il compimento di secoli di riconquista nella penisola iberica e l'approdo di Cristoforo Colombo nelle "terre sconosciute", al termine della sua navigazione verso l'oriente, rompono l'assedio della mezzaluna islamica sulla cristianità mediterranea ed europea. Si realizza così una prima grande ondata di mondializzazione: l'espansione della cristianità, che portava nel suo cuore uno slancio verso l'universalità, fa sì che per la prima volta si riveli allo sguardo dell'uomo l'ecumene nella sua interezza. L'orbe cattolico di fatto si duplica con l'evangelizzazione del Nuovo Mondo, proprio nel momento in cui l'Europa subisce la più drammatica delle divisioni con la riforma protestante. È l'alba della modernità.

 

 

Si trattò quindi di un evento molto più complesso e importante di un semplice incontro-scontro tra spagnoli, portoghesi e indios, ai quali si sarebbero aggiunti in seguito gli schiavi neri deportati dall'Africa. Da un lato, giungeva dalla Hispania un'umanità assai variegata, con un retroterra storico più che millenario fatto di successive stratificazioni di civiltà, di complessi incroci etnici e forme di acculturazione, segnata da profonde differenze regionali. Era il risultato anche di secoli di incroci sociali e razziali con moros ed ebrei. D'altra parte, l'appellativo di "indios", dato da Colombo agli abitanti delle nuove terre, costituiva solo un riferimento generico e, per molti versi, erroneo. Non esisteva nel Nuovo Mondo un prototipo di indio, ma una grandissima varietà di civiltà, popoli e gruppi umani, generata da millenari processi migratori, adattamenti e acculturazioni, con diversissimi livelli di sviluppo e interscambi molto limitati. Caratteristica della situazione era la babele delle numerosissime lingue, riconducibili a diverse famiglie linguistiche non legate da alcun denominatore comune. A questa complessa realtà si andrà incorporando il nutrito contingente di schiavi africani, impiegati soprattutto nelle piantagioni tropicali, strappati dai negrieri a differenti società assai stratificate, disperse sulla costa atlantica africana dal fiume Senegal all'Angola. Se si risale alle origini, si può affermare che nel Nuovo Mondo si sono dati appuntamento i tre principali ceppi umani: mongoli, caucasici e neri. Perciò il cattolico José Vasconcelos - Ministro dell'Educazione Pubblica al tempo della rivoluzione messicana - scriverà, secoli dopo, con esaltazione poetica di «razza-sintesi», «razza integrale», «razza cosmica», fatta «con il genio e con il sangue di tutti i popoli». «Noi americani di nascita […] non siamo né indiani né europei, ma una razza mista […]» rifletteva Simón Bolívar durante il suo esilio in Giamaica.

 

 

L'America Latina è nata come continente essenzialmente meticcio, sia etnicamente che culturalmente, sebbene questo meticciato si sia differenziato a seconda dei tempi e dei luoghi, e sia intimamente lacerato e incompiuto a causa di fenomeni di oppressione-esclusione. Nessun altro continente ha assistito a un incrociarsi di razze tanto imponente e complesso. Esso fu indubbiamente favorito dal numero esiguo di donne spagnole e portoghesi che accompagnarono le prime esplorazioni e colonizzazioni. La scarsità di donne pesò soprattutto in Brasile. È importante sottolineare, comunque, che tra spagnoli e portoghesi nel Nuovo Mondo non emerse mai un istinto di ripugnanza sessuale, neppure agli inizi e nonostante la sorpresa dell'incontro con esseri umani sconosciuti. Tutto il contrario! Cronisti e testimoni indios narrano sovente dell'ammirazione degli spagnoli per le giovani indigene e dei portoghesi per le "mulatte". All'inizio del XVI secolo, sia spagnoli che portoghesi vivevano circondati da donne indigene, certo, ottenute sovente con la forza, altre volte ricevute in dono dai capi tribù in segno di amicizia, ma spesso esse stesse attratte dai conquistadores e unite loro spontaneamente. I matrimoni misti furono esplicitamente permessi dalla Corona di Spagna già nel 1501. Numerosi furono i matrimoni tra spagnoli e figlie della nobiltà indigena, e da questi matrimoni venne alla luce la prima generazione meticcia accettata come spagnola, che giocò un ruolo attivo nelle ultime tappe della conquista. La maggior parte dei mettici, però, nasceva da relazioni extraconiugali; i rapporti sessuali casuali e le diverse forme di concubinato sono all'origine della maggioranza degli incroci. Non ci fu "odio razziale" in questo drammatico, disuguale e intenso processo di costituzione di nuovi popoli. Certamente gli spagnoli tenevano molto al proprio linaje, a mo' di orgoglio razziale, rivendicando come titolo di onore la limpieza de sangre, e perciò considerando normalmente degradante il matrimonio regolare con donne di colore. Ma «è rara la famiglia - scrivevano due dei migliori osservatori delle Indias nel XVIII secolo - in cui manchi la mescolanza di sangue». I pregiudizi sociali e razziali finirono per concentrarsi in un'organizzazione sociale che uno studioso cileno chiamò «pigmentocrazia» (alla tonalità più chiara della pelle corrispondevano i livelli più alti nella scala sociale; alla tonalità più scura i livelli più bassi…). Ben più travagliata e drammatica fu la nascita di questi nuovi popoli e la complessa costruzione di nuove società rispetto alla popolazione delle tredici colonie del Nord America; di fronte alle differenze etniche e culturali, gli immigranti anglosassoni e protestanti concepirono la colonizzazione come una frontiera mobile di famiglie e di colonie da trapiantare sempre più a occidente: per essi rimase valido per secoli il detto «l'indiano buono è l'indiano morto»; intanto gli schiavi negri venivano mantenuti in condizioni di assoluta apartheid. È evidente che cattolicesimo e puritanesimo mostrarono differenze sostanziali nell'affrontare queste nuove realtà.

 

 

Il significato storico di questa capacità di unificazione consiste nel suo rivelarsi strumento indispensabile di acculturazione e di fusione culturale. In questo processo di fusione ciò che era di provenienza ispanica ottenne un ruolo di supremazia. La conquista comportò che l'ispanizzazione acquistasse una funzione dominante. Vennero distrutti con la violenza gli imperi mesoamericani, come quello incaico e quello azteco, anch'essi a loro volta costruiti con la violenza. È chiaro che la cultura della cristianità mediterranea, nella sua espressione ispano-lusitana e nel pieno fermento rinascimentale, era superiore, sotto molteplici aspetti, alle culture indigene più evolute. «Se le creazioni artistiche e religiose delle loro culture più evolute potevano paragonarsi a quelle dell'Oriente, in altri aspetti della loro vita non avevano ancora superato interamente - scrive il grande studioso venezuelano Mariano Picón-Salas - il periodo neolitico». Le civiltà indigene erano prive di risorse spirituali, tecnologiche e politiche adeguate per affrontare la grande sfida storica dell'espansione europea. La debolezza degli indigeni si aggravò con lo sterminio, durante la conquista, della casta sacerdotale, che era depositaria in modo esclusivo degli strumenti culturali più elevati. Questa decapitazione provocò, nella struttura verticale e totalitaria di Tenochtitlan (aztechi) o del Tihuantinsuyo (incas), un improvviso collasso, per l'interruzione delle procedure rituali di iniziazione e di trasmissione delle cosmogonie religiose, dell'astronomia, delle arti plastiche, degli insegnamenti, della scrittura e della poesia. Le masse indigene sottomesse e oppresse nei grandi imperi subirono il crollo dei loro "mondi" tradizionali e assistettero al cambiamento dei loro "signori" con silenziosa indifferenza e misteriosa impassibilità. Decimate dalla catastrofe demografica (provocata soprattutto dalle epidemie), sfruttate nel lavoro dei campi e delle miniere, conservarono soltanto le loro forme culturali rudimentali e residuali nella vita domestica e nella convivenza nei loro villaggi. Nonostante tutto, però, numerosissimi e disparati elementi indigeni furono assimilati in quella fusione culturale. Basta pensare a certi metodi di coltivare la terra, alla preparazione del cibo e all'alimentazione, ai processi artigianali della tessitura, della ceramica e dell'oreficeria, alla persistenza di radici religiose e a molti altri aspetti del costume. Notevole fu anche il loro contributo alle arti plastiche (architettura e scultura) e alla pittura, dove gli indigeni, sotto la guida di maestri europei, seppero imprimere una fisionomia del tutto peculiare alle nuove opere.

 

 

Tutto quanto riuscì a sopravvivere delle comunità e delle culture indigene, tutto quanto poté essere valorizzato, recuperato e persino sviluppato delle tradizioni e delle lingue indigene, fu frutto della passione e dell'intelligenza dei missionari: incontrando gli indigeni nella loro grandiosa opera d'evangelizzazione, essi s'impegnarono nell'attenta osservazione e nello studio sistematico delle culture e delle lingue locali. «Si verificherà il caso, unico nella storia - scrive lo storico colombiano Indalecio Liévano Aguire - di una grande potenza coloniale che consacrerà gran parte dello sforzo intellettuale dei suoi migliori uomini non tanto per risolvere il problema di come sfruttare più efficacemente i nativi dei propri domini, ma piuttosto di come difendere gli indigeni delle terre conquistate dai propri sudditi». Lo storico Lewis Hanke definisce questo ruolo dei missionari, sostenuti prima dalla regina Isabella di Castiglia e poi dagli imperatori Carlo V e Filippo II, la grande «lotta per la giustizia», nel contesto di una grande controversia scoppiata in Spagna e in America. Non sarebbe stato possibile il meticciato etnico e culturale senza l'affermazione dell'umanità degli indios e la difesa della loro libertà e dignità. Tale assunto fu ben chiaro sin dall'inizio e traspare in modo mirabile già nel testamento della regina Isabella di Castiglia. Papa Paolo II, nel suo Breve del 2 giugno 1537, scagliò parole di fuoco contro ogni forma di riduzione in schiavitù degli indigeni, «veri uomini non solo capaci della fede cristiana, ma che […] accorrono con prontezza a riceverla», cui «non si può usurpare la libertà né la proprietà dei loro beni […]». Nei tre successivi Concili di Lima i Vescovi riconfermarono il loro titolo di «Protettori degli indios» contro ogni sopruso di colonizzatori e di supposti «ministri di Dio», in tutti i casi in cui si degradassero a «carnefici degli indios». Las leyes nuevas de Indias saranno frutto di questa opera appassionata di accoglienza dell'umanità indigena sofferente, espressione di «paternale affetto e cura del bene di queste nuove e tenere piante della Chiesa». «Se si è conservata in America la razza indiana - afferma il tedesco Erns Samhaber nel suo ottimo Sudamérica. Biografía di un continente - si deve alla Chiesa cattolica».

 

 

Alla luce di queste considerazioni, il battessimo quasi generalizzato degli indios non va considerato solo come la riaffermazione più nitida della loro dignità umana, ma anche come la nascita di una nuova identità. Tutte le cronache del primo secolo dell'evangelizzazione raccontano dell'affluenza massiccia, a volte addirittura tumultuosa, degli indios che domandavano il battesimo. C'è una "sete india" di Cristianesimo che S.S. Benedetto XVI ha messo molto opportunamente in risalto nel suo recente discorso ad Aparecida: «Cristo era il Salvatore a cui anelavano silenziosamente». Gli uomini nuovi del meticciato e il nuovo popolo che da essi sorgeva sono dunque segnati dall'impronta della rigenerazione battesimale, all'interno di una nuova alleanza. Gli indios abbattuti e smarriti per il crollo dei loro "mondi", acquisiscono una consapevolezza nuova della loro dignità, scoprono il nuovo senso della loro vita.

 

 

Il cileno Pedro Morandé ha individuato nel culto mariano l'espressione religiosa caratteristica del meticciato ibero-indo-americano: «L'immagine della Pachamama, o Madre terra, e di Tonatzin, o Madre di tutti gli uomini, tanto per citare solo gli esempi della tradizione culturale dei maggiori centri di culto amerindio, trovarono in Maria la possibilità di compenetrarsi, integrarsi e valorizzare la reale esperienza d'incontro che si stava verificando fra popoli che allora iniziavano a conoscersi. Il meticciato trovò anche nel culto mariano la sua via di accesso alla storia della Ibero-America e all'ecumene mondiale che iniziava a formarsi, dato che la venerata immagine di Maria non costituiva un limite giurisdizionale o un principio di differenziazione etnica o sociale, ma rappresentava la possibilità di riconoscere ed esprimere l'unicità della condizione umana, al di là delle circostanze storiche particolari. In Maria si venera e si scopre il significato globale dell'esperienza di figli che provengono da storie diverse, ma che si riconoscono in una stessa origine, e di pellegrini che, nonostante la diversità dei cammini percorsi, scoprono un identico destino. In Lei si venera anche l'incontro fra Dio e l'uomo, e tra le sue braccia si scopre la Parola incarnata che si fa pane, che comprende tutti senza esclusione, ed esaudisce le necessità degli uomini». L'evento storico dell'apparizione mariana di Tepeyac è il fatto decisivo e il simbolo primordiale di questo incontro. L'indigeno Juan Diego è il prediletto e il messaggero della Madre di Cristo e Madre dei nuovi popoli. Ciò permette ai Vescovi latinoamericani di affermare che «il Vangelo incarnato nei nostri popoli li unisce in una originalità storico-culturale che chiamiamo America Latina», la cui identità trova come simbolo luminoso il «volto meticcio di Maria di Guadalupe», grande pedagoga di una evangelizzazione inculturata (cfr. Puebla, 446). Dicono le cronache che negli anni immediatamente successivi alle apparizioni milioni di indigeni chiesero il battesimo.

 

 

Il sostrato culturale del meticciato americano, come base unitaria e modalità espressiva, genererà il cattolicesimo popolare "barocco". L'America Latina nacque con la prima modernità europea, e cioè con il Barocco, espressione di una modernità incipiente. «Il signor Barocco americano - dice il romanziere cubano Lezama Lima - che è stato il primo a essere autenticamente impiantato nel nostro mondo, partecipa, vigila e accudisce le grandi sintesi che si trovano alla radice del Barocco americano, dell'ispano-indigeno e dell'ispano-negroide». Il Barocco ha rappresentato per l'America Latina nascente una vera "visione cosmica", integrale, capace di comprendere tutti i popoli e tutte le particolarità dell'ambiente naturale, nutrita da un'esperienza reale di incontro e comunicazione di tradizioni culturali diverse, e questo anche nel caso di culture ormai indebolite o di forme di integrazione molto problematiche per i loro protagonisti. Esuberante ed eccessivo, si esprime nella fioritura della pietà popolare, in cui la dimensione misterica della fede cristiana (drammatica e festiva allo stesso tempo) converge con la drammaticità delle cosmogonie indigene, in una ritualità che prevale sulla dimensione morale. La sacramentalizzazione e le innumerevoli devozioni generarono un continuum tra fede e cultura, espresso anche nelle grandi opere d'arte e nella letteratura. Segna la mentalità, la sensibilità estetica e la psicologia collettiva dei nuovi popoli. I suoi maggiori simboli sono l'immagine meticcia di Nostra Signora di Guadalupe, la figura e l'opera meticcia del primo cronista del Perù, l'inca Garcilaso de la Vega, la sintesi profetica e mistica delle sculture del mulatto brasiliano Aleijadinho, i capolavori del Sagrario metropolitano a Città del Messico, la chiesa del convento di Tepozotlán, la chiesa parrocchiale di Tasco e molte altre opere.

 

 

Dopo lo smantellamento, da parte dei maggiori poteri del tempo, della straordinaria esperienza delle reducciones francescane e gesuitiche, in particolare quelle dei guaranies del Paraguay - un grandioso tentativo di incorporazione cristiana e di progresso moderno delle comunità e delle culture indigene verso una nuova civiltà, oltre il dominio della spada e del denaro -, la situazione di emarginazione e di sfruttamento degli indigeni peggiorò nel periodo della dinastia borbonica. Ma questo peggioramento fu molto più «brutale e pericoloso» - come osserva Pierre Chaunu - dopo le guerre di indipendenza. Se un attentissimo scienziato come Humboldt aveva trovato nei suoi lunghi viaggi per il continente, agli inizi del XIX secolo, nativi «poveri ma liberi […] il cui stato è preferibile a quello dei contadini di gran parte dell'Europa settentrionale», le nuove repubbliche, sotto il controllo delle oligarchie creole, procedono alla sistematica abrogazione delle protezioni ancora esistenti per le comunità indigene, si avventano sulle loro terre, confiscano i beni della Chiesa, che costituivano una vasta rete di assistenza per i poveri, e promuovono, paese per paese, campagne di sterminio degli indios, con il trasferimento forzato dei sopravissuti nelle terre gelide del sud, in quelle aride delle alte montagne, costringendo molti a rifugiarsi nella foresta tropicale. Si era passati dal folklore romantico del "buon selvaggio" al disprezzo per le razze "degenerate", secondo i parametri tipici della generazione "progressista" dello scientismo positivista, in cui prevaleva la sintesi ideologica di Spencer, culmine dell'era dell'imperialismo vittoriano. Uno dei padri del razzismo contemporaneo, il Conte di Gobineau, fu console francese in Brasile, da dove scriveva tutto il suo disprezzo per la mescolanza delle razze. Non fu per caso, dunque, che il XX secolo americano si sia aperto con l'esplosione tumultuosa della Rivoluzione messicana e l'irruzione violenta nella storia delle masse contadine e indigene, né che il peruviano Victor R. Haya de la Torre abbia lanciato allora il nuovo concetto di «Indo-America».

 

 

Che l'odierna America Latina comprenda una grande varietà di componenti etniche e culturali è cosa fin troppo ovvia. È utile e chiarificatrice, in proposito, la distinzione dell'antropologo brasiliano Darcy Ribeiro tra «popoli testimoni» (fondati sull'eredità, la disgregazione e l'acculturazione delle grandi civiltà indigene, lungo la spina dorsale andina), «popoli nuovi» (sorti dall'incrocio ibero-afro-indigeno, come in Brasile e in parte delle Antille) e «popoli trapiantati» (frutto della massiccia immigrazione europea dalla seconda metà del XIX secolo sulle grandi estensioni pianeggianti del Cono Sudamericano, quasi spopolate). È vero anche che la società latinoamericana continua a essere espressione di un meticciato incompiuto e lacerato. Oggi soprattutto la questione indigena si ripropone con attualità e urgenza. Le aree indigene sono le più arretrate, le più sfruttate, le più povere e le più discriminate, le più bisognose di giustizia e sviluppo. La drammatica questione indigena è una questione di terra e di cultura in una patria comune, senza esclusioni. Va considerato come un processo letale l'assimilazione forzata degli indigeni per mezzo di una modernizzazione che li condanna a diventare proletariato miserabile, privo di cultura e anonimo. Non è, però, un'alternativa realizzabile, né tanto meno auspicabile, una difesa delle cosiddette riserve per gli indios, destinate certamente a dissolversi col tempo. Ogni ingenua o ideologica apologia di comunità indigene primitive, ferme all'età neolitica, è comunque essa stessa un processo letale. Se gli indigeni non hanno a disposizione gli elementi essenziali per dialogare con il tremendo potere della cultura e del lavoro moderno, se si ripiegano sui valori mitici dei loro antenati, se non parlano altro che le rudimentali lingue aborigene, sono condannati a diventare schiavi di nuovi signori o a scomparire in un totale abbandono. Sarebbero costretti ad affrontare senza nessuno strumento di difesa l'assalto della modernità, del suo potere tecnologico e produttivo e dei suoi mezzi di comunicazione di massa. C'è bisogno invece di politiche realistiche e audaci che valorizzino il meglio del loro patrimonio culturale, che contemplino tutte le trasformazioni necessarie in vista dell'alfabetizzazione e della scolarizzazione, per il progresso lavorativo ed economico, l'autogestione comunitaria nell'ambito di orizzonti più vasti e una degna integrazione nella vita delle nazioni. Giovanni Paolo II ha saputo felicemente sintetizzare in una frase un'idea che non vale soltanto per il Messico: «Il Messico ha bisogno dei suoi indigeni e gli indigeni hanno bisogno del Messico»; il Servo di Dio pronunciò queste parole il primo settembre 2002, durante la celebrazione per la canonizzazione di Juan Diego: un forte segnale della valorizzazione della tradizione cattolica dei popoli indigeni e del rinnovato impegno della Chiesa per la loro dignità e i loro diritti.

 

 

Negli ultimi quindici anni in diverse regioni dell'America Latina abbiamo assistito all'emergere e all'imporsi, con sempre maggior vigore, di movimenti indigeni in campo sociale e politico. Dimostrano così la forza accumulata in secoli di umiliazioni e oppressioni. L'episcopato latinoamericano, nella V Conferenza Generale ad Aparecida (13-31 maggio 2007), ha voluto sottolineare la solidarietà della Chiesa con gli indigeni per le pesanti e dolorose ingiustizie patite e il suo impegno a favore delle loro legittime rivendicazioni. Tutt'altra cosa però è la manipolazione ideologica di un certo indigenismo, frutto di una curiosa convergenza di caudillos neopopulisti, intellettuali orfani del marxismo, reti internazionali di ONG ambientaliste e indigeniste di origine europea e nord-americana, spesso contrarie a ogni opera di progresso, e potenti interessi che pretendono di "internazionalizzare" l'Amazzonia. Non mancano pastori e missionari, pur pieni di generose intenzioni, che oscillano tra il naif e l'ideologico. In genere tutti costoro convergono nel riproporre la solita "leggenda nera", rivolta contro la Chiesa cattolica e la sua evangelizzazione, nel nutrirsi del mito del "buon selvaggio", nella pretesa di far risorgere in modo artificiale vecchie cosmogonie e mitologie, stregoni, sciamani e riti religiosi, nel contrapporre le radici indigene a quelle ispaniche e, in alcuni casi, nel voler promuovere una "Chiesa indigena" assai autonoma in materia dottrinale e disciplinare. Ma è ben noto che i criteri per le classificazioni razziali, nelle nostre complesse società, sono estremamente aleatori e mancano di rigore scientifico. Alcuni sostengono che trenta milioni di indigeni vivano all'interno della popolazione latinoamericana, ma in realtà si tratta ormai di meticci per ragioni di sangue, di lingua, di cultura e di religione: vengono definiti "indigeni" soltanto a motivo della loro condizione di emarginazione sociale e culturale. La Chiesa, come ha sempre fatto, anche oggi si impegna a divenire sempre più compagnia solidale dei popoli indigeni, ma rimane al tempo stesso «attenta di fronte ai tentativi di sradicare la fede cattolica delle comunità indigene - afferma i documento finale di Aparecida -, cosa che le lascerebbe inermi e confuse dinanzi agli assalti delle ideologie e di alcuni gruppi alienanti, che mettono in grave pericolo il bene delle stesse comunità».

 

 

Durante i lavori della V Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano ad Aparecida, fu avanzata la proposta di definire la società latinoamericana semplicemente come plurietnica, multiculturale, di pluralismo religioso. Certo, la definizione potrebbe sembrare scontata, ma questa apparente superficiale considerazione della realtà nascondeva il rischio di ridurre la concezione dell'America Latina all'idea di un sub-continente senza identità, semplice giustapposizione e contrapposizione di etnie, culture e religioni. È difficile immaginare un presupposto peggiore per affrontare le grandi sfide dello sviluppo, della democratizzazione e dell'integrazione dell'America Latina, per riuscire a realizzare, forte di una propria identità, di propri ideali e interessi, la sua incorporazione positiva e benefica nei dinamismi della globalizzazione!

 

 

Con saggezza i Vescovi latinoamericani ad Aparecida hanno affermato che «la dignità di riconoscerci come una famiglia di latinoamericani e caraibici implica una esperienza singolare di prossimità, fraternità e solidarietà. Non siamo soltanto un continente, un fatto puramente geografico caratterizzato da un disarmonico mosaico di contenuti. Non siamo neanche una somma di popoli e di etnie giustapposti. Una e plurale, l'America Latina è la casa comune, la grande patria di fratelli… "di popoli - come affermò Giovanni Paolo II a Santo Domingo (12 ottobre 1992) - che la geografia stessa, la fede cristiana, la lingua e la cultura hanno unito definitivamente nel cammino della storia"». «Il Vangelo - come ha detto Benedetto XVI inaugurando la V Conferenza - è diventato […] l'elemento portante di una sintesi dinamica che, con varie sfaccettature a seconda delle diverse nazioni, esprime comunque l'identità dei popoli latinoamericani». Il meticciato, ancora una volta, è stato riconosciuto dai Vescovi latinoamericani come la «base sociale e culturale dei nostri popoli», benché lacerato dalle ferite prodotte da tante dominazioni e dall'emarginazione, certamente ancora bisognoso di incorporare in sé Todas las sangres (titolo del noto romanzo del peruviano José M. Arguedas) superando l'ostacolo di stridenti disuguaglianze. Il «tesoro più prezioso» che la Chiesa offre non solo agli indigeni, ma a tutti i latinoamericani, è quello della fede in Gesù Cristo risorto, sorgente inesauribile di comunione con Dio e tra gli uomini, da cui tutti sono riscattati, rigenerati e valorizzati nella loro umanità, divenendo fratelli perché figli dello stesso Padre, membri dello stesso Corpo, uniti da una storia condivisa e da un comune destino.

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