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Medio Oriente e Africa

L’Arabia Saudita divorzia dal wahhabismo

Il principe ereditario saudita ha istituito una nuova festività, con la quale riscrive la storia del Paese e punta a dissociare lo Stato dalla sua identità religiosa

Ultimo aggiornamento: 17/02/2022 10:16:13

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Da diversi anni in Arabia Saudita è in atto un processo di ribilanciamento dei rapporti tra la monarchia e il clero wahhabita. Questo processo è iniziato verso la fine del regno di re ‘Abdallah (r. 2005-2015), predecessore di re Salman, ma ha conosciuto degli sviluppi molto rapidi e inattesi dal 2017 in avanti, dopo la nomina di Muhammad Bin Salman (MBS) a principe ereditario.

 

Nella fattispecie, la monarchia ha accresciuto il controllo dello Stato sulla religione e depotenziato molte istituzioni wahhabite. Tra queste, il Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio (noto anche come “polizia religiosa”), incaricato di far rispettare la moralità nei luoghi pubblici, è stato privato dei suoi poteri d’arresto nel 2016, mentre il Consiglio degli Ulema, il più importante organo islamico del Paese, presieduto dal Gran muftì dell’Arabia Saudita, ha visto declinare la sua influenza e oggi partecipa passivamente alla trasformazione del Paese emettendo fatwe e dichiarazioni a sostegno delle politiche dei governanti.

 

A questo si aggiunge il tentativo di limitare l’incidenza dell’Islam nello spazio pubblico. Si collocano in questa linea l’iniziativa di abbassare il volume dei megafoni delle moschee, lanciata lo scorso giugno dal ministero degli Affari religiosi, e l’intenzione espressa da MbS nel corso dell’intervista televisiva rilasciata ad aprile 2021 di ripensare i fondamenti della giurisprudenza islamica e riformare il sistema giudiziario del Paese.

 

Nel loro complesso, queste riforme sono finalizzate a consolidare la monarchia attraverso un crescente accentramento dello Stato e a creare le condizioni necessarie per attuare il progetto di modernizzazione del Paese contenuto nella Vision2030.

 

Fino a oggi, tuttavia, non era chiaro se l’obbiettivo del principe ereditario fosse semplicemente limitare il ruolo dei chierici sottraendo loro il controllo della sfera sociale o superare il wahhabismo, la dottrina religiosa cui lo Stato saudita è legato a doppio filo. La risposta è arrivata alcuni giorni fa

 

A fine gennaio, un decreto reale ha istituito una nuova festività nazionale, il Giorno della Fondazione (in arabo Yawm al-ta’sīs), per ricordare la nascita del primo Regno saudita. La grande novità è che la data a cui viene fatto risalire questo evento è il 1727 e non più il 1744, l’anno in cui Muhammad Ibn Saud e Muhammad Ibn ‘Abd al-Wahhab, fondatore del wahhabismo, suggellarono il patto sul quale fino a oggi si è fondato lo Stato e che per la prima volta nella storia islamica sanciva una chiara divisione tra le prerogative politiche degli emiri (oggi re) e quelle religiose dei chierici. Il 1727 corrisponde invece all’anno in cui Muhammad Ibn Saud assunse il potere e unì le due parti in cui all’epoca era suddivisa Dir‘iyya, la capitale del primo Regno corrispondente oggi alla parte antica di Riyadh. Una novità non da poco.

 

Secondo le indicazioni diramate dal governo, il Giorno della fondazione verrà celebrato ogni anno il 22 febbraio in aggiunta alla festa nazionale del 23 settembre, una ricorrenza introdotta durante il regno di re ‘Abdallah, contro il volere del clero wahhabita, per ricordare l’unificazione del Regno avvenuta nel 1932.

 

La decisione di riscrivere la storia saudita ha un significato politico molto forte, poiché indica la volontà di sminuire il ruolo giocato dal wahhabismo nella nascita del Regno. Questa volontà peraltro è stata espressa chiaramente nella campagna di lancio della nuova festività promossa dal governo saudita sui propri canali istituzionali e sui quotidiani nazionali, oltre che sugli account social dei sostenitori della monarchia. Secondo il politologo saudita Turki al-Hamad, il fatto che la nuova data d’inizio della storia saudita non corrisponda a quella del patto tra potere politico e autorità religiosa «risolve molti problemi sulla natura dello Stato»: il clero wahhabita, ha spiegato al-Hamad, ha giocato un ruolo importante nel primo Stato saudita fungendo da collante tra le varie componenti tribali ed etniche della società del tempo e favorendo l’espansione del Regno, ma poi ha esaurito il suo compito storico e oggi è diventato anacronistico.

 

È arrivato il momento, ha affermato un altro intellettuale saudita sul quotidiano panarabo al-Sharq al-Awsat (di proprietà saudita), di «scrivere la storia dell’esperienza politica». La sua idea, in sintesi, è che la storia dello Stato precede qualsiasi alleanza tra emiri e ulema, e se per molto tempo si è pensato il contrario è solo perché essa è stata scritta da storici provenienti dall’ambito religioso, i quali davano la precedenza agli aspetti intellettuali, culturali e religiosi tralasciando la dimensione politica degli eventi.

 

Nonostante la sua portata rivoluzionaria, questa vicenda non ha suscitato particolari reazioni nella sfera wahhabita. Il ministero degli Affari religiosi, presieduto da ‘Abd al-Latif Āl al-Shaykh (gli Āl al-Shaykh sono discendenti di Muhammad Ibn ‘Abd al-Wahhab), si è limitato a pubblicare un tweet di circostanza sul suo account istituzionale, riportando la notizia con un tono decisamente neutro, mentre il Consiglio degli Ulema, generalmente molto attivo sui social, nei giorni a ridosso della notizia ha serbato il silenzio. Questo atteggiamento tuttavia non deve sorprendere più di tanto, dal momento che da tempo l’establishment wahhabita ha scelto la via del silenzio e difficilmente esprime pubblicamente il proprio disaccordo.      

 

logo_arabia saudita.jpgI caratteri della nuova identità saudita, voluta da MBS per smarcare il Paese dal suo fondamento ideologico, sono stati raffigurati in un logo creato ad hoc per la celebrazione della nuova festività e spiegato sui principali quotidiani del Paese.

 

Al centro vi è rappresentato in maniera stilizzata un uomo (il cittadino saudita) che regge una bandiera bianca, priva della professione di fede islamica presente sull’attuale bandiera: come a ribadire che la religione non è più un elemento fondante dell’identità del Paese, così come non lo è stata per la creazione del regno. Attorno alla figura compaiono quattro simboli: le palme da dattero indicanti «la crescita, la vita e la nobiltà d’animo»; il majlis, cioè il consiglio, che esprime «l’unità e l’armonia culturale-sociale»; il cavallo arabo, che rappresenta «l’eroismo dei principi»; e infine la porta d’ingresso del sūq, il mercato, in riferimento alla «diversificazione economica e all’apertura al mondo». Sotto il logo campeggia l’anno della fondazione del Regno: 1727, indicato usando il calendario gregoriano anziché quello islamico, adottato tradizionalmente in Arabia Saudita.   

 

Riscrivendo la storia del Regno, la monarchia non punta più soltanto a ridimensionare il ruolo del clero, secondo una dialettica tra potere politico e potere religioso che ha caratterizzato tutta la storia del Paese, ma indica di voler promuovere una nuova identità nazionale, emancipandola da quella religiosa. Questo processo apre potenzialmente a sviluppi molto significativi. Scardinato un principio considerato fondante fino a poco tempo fa, non resta che aspettare le prossime mosse di MBS.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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