Libano: sfide politiche, militari, economiche e sociali potrebbero far svoltare la democrazia nella primavera del 2009

Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:44:47

È con pacatezza che i Libanesi, sempre divisi in due correnti politiche, hanno accolto la notizia di un prossimo scambio di ambasciatori tra il Libano e la Siria, conformemente ad una decisione che compare in testa al comunicato congiunto pubblicato alla fine del vertice tra i presidenti Bachar el-Assad e Michel Sleiman (13-14 agosto). Certo, si tratta per il Libano di un regalo cospicuo, un regalo atteso dal 1943, anno dell'Indipendenza libanese. Ma tutto questo avviene molto in ritardo e la gioia di vedere l'antica potenza protettrice riconoscere finalmente l'indipendenza del Libano non cancella i trent' anni di lotta, di ingerenze e di sofferenze costati per raggiungerla. Chiaramente vogliamo tutti credere alla buona notizia, ma prevale un certo scetticismo in seno alla maggioranza, tanto più che secondo le parole del ministro siriano degli Affari Esteri, Walid Moallem, i Libanesi hanno sentito gli echi di una terminologia di altri tempi. M. Moallem ha parlato di "relazioni privilegiate" tra il Libano e la Siria, un'espressione che rimanda direttamente a un Trattato di cooperazione, di coordinazione e di amicizia imposto dalla Siria al Libano nel 1991, che stipulava "il massimo grado di coordinazione" nella sfera politica, economica e di sicurezza tra la Siria e il Libano.

Una «coordinazione» così forte che i rapporti diplomatici e di sicurezza avevano finito per passare da Damasco prima di essere trasmessi ai responsabili libanesi! Inoltre, il principio di risanamento delle relazioni tra il Libano e la Siria interviene nel momento in cui la fiducia in buona parte delle forze politiche libanesi e nella Siria continua a mancare. Sintomatico di questa diffidenza è il fatto che il capo del potente "Courant du Futur", M. Saad Hariri, ha dichiarato senza mezzi termini ai giornalisti che non si recherà in Siria finché non sarà stabilità la verità sull'assassinio di suo padre, Rafiq Hariri (14 febbraio 2005), e finché i gravi indizi che pesano sul regime siriano in questo attentato, e in quelli che vi hanno fatto seguito, non saranno venuti meno. Si aspettano, a questo proposito, le conclusioni dell'inchiesta internazionale volta a chiarire le circostanze dell'assassinio di Rafiq Hariri. Il rapporto quasi finale di questa commissione è previsto per la fine del 2008, data alla quale dovrebbe cominciare a riunirsi, all'Aia (Olanda), un tribunale speciale che esaminerà gli indizi e le prove che sono stati riuniti in tre anni di assiduo lavoro.

Non è la sola ipoteca che pesa sul futuro del Libano. Il paese, che esce dall'assurda guerra lanciata da Israele contro Hezbollah nel Luglio 2006, deve affrontare, dopo due anni di crisi in cui tutte le sue istituzioni sono state paralizzate, due opposti fondamentalismi antagonisti, potenziali fonti di violenza: quello di Hezbollah, di ispirazione iraniana e sciita e quello dei gruppi sunniti ispirati dalla dottrina salafita. Con un arsenale che comprende razzi in grado di raggiungere Tel Aviv e il sito nucleare di Dimona, Hezbollah è una sfida costituzionale allo Stato. Esso rifiuta di mettere le sue forze sotto il comando libanese, mentre la sua politica è subordinata, religiosamente, alla Guida suprema della rivoluzione islamica d'Iran. I gruppi integralisti sunniti, da parte loro, sono stati esasperati da un'operazione militare lanciata da Hezbollah, il maggio scorso, contro i miliziani del "Courant du Futur" (sunnita) e dal Partito socialista progressista (Druzo).

Il risveglio militare e l'islamismo sunnita si manifestano per il momento principalmente a Tripoli, capitale del Libano settentrionale. Indipendentemente da queste due potenziali fonti di violenza, l'esercito libanese affronta una minaccia terrorista diretta, che proviene da gruppi che si situano più o meno direttamente nell'orbita di Al-Qaeda, e sarebbero responsabili di un recente attentato in cui sono rimasti uccisi dieci militari di Tripoli. È in questa regione che la truppa aveva schiacciato nel 2007, al costo di pesanti perdite, un movimento insurrezionale condotto da un gruppo sospetto, Fateh el-Islam, vicino ad Al-Qaeda, arroccato nel campo palestinese di Nahr el-Bared. A queste sfide politiche e militari si aggiungono quelle che provengono dalla situazione economica e sociale: disoccupazione, povertà, esodo rurale, emigrazione dei giovani, diseguaglianze scandalose. Un "dialogo nazionale", sotto l'egida del presidente della Repubblica, deve in linea di principio occuparsi di tutte le sfide cui Il Libano fa fronte, ma si presenta sotto cattivi auspici, se teniamo conto delle lezioni del passato. Il contesto regionale e mondiale è dominato dalle presidenziali americane del novembre 2008, dall'evoluzione del dossier del nucleare iraniano e da quello dei negoziati indiretti tra la Siria e Israele. È in queste difficili e delicate condizioni che il Libano deve affrontare una fase determinate della sua vita politica, che dovrà sfociare, nella primavera 2009, in elezioni legislative. Queste elezioni saranno organizzate in base ad una vecchia legge elettorale, e la partita è più o meno pari tra l'attuale maggioranza e l'opposizione. L'esito dello scrutinio si conosce già ovunque i grandi gruppi politici musulmani impongono la loro legge, siano essi sunniti, sciiti o druzi. È l'elettorato cristiano che farà la differenza nelle circoscrizioni nelle quali l'esito della battaglia è incerto. La sorte della democrazia libanese dipenderà dall'intelligenza con la quale la battaglia sarà condotta.