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Cristiani nel mondo musulmano

Mosul: il tramonto della simbiosi cristiano-musulmana

Chiesa caldea di Santa Barbara a Karamles [© Amir Harrak]

Il patrimonio architettonico messo a rischio dall’invasione americana prima e da quella dello Stato Islamico oggi

Questo articolo è pubblicato in Oasis 20. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 24/06/2019 14:29:12

A Mosul il Cristianesimo risale al tempo degli Apostoli. Inizialmente il centro della fede si trovava sulla sponda opposta del Tigri rispetto all’odierna Mosul, sulle rovine della famosa capitale assira Ninive. Nei primi secoli della nostra era, una Diocesi di Ninive è attestata negli atti sinodali della Chiesa Orientale in Mesopotamia. In una parte del palazzo assiro di Sennacherib ricostruita secoli dopo la morte del potente re sono stati ritrovati resti cristiani. Sulle rovine dell’arsenale di Sennacherib era stata costruita una chiesa, attestata nelle fonti siriache, sopra la quale fu successivamente edificata la moschea del Profeta Giona: la sua recente demolizione da parte dello Stato Islamico ha portato alla luce iscrizioni siriache. Nel V secolo d.C., un monaco di Ninive chiamato Yeshu‘yab bar Qusri attraversò il Tigri e costruì un monastero sulle rovine di una postazione militare assira, in quello che è oggi il centro di Mosul. La città fu eretta proprio in questo periodo, circa due secoli prima dell’avvento dell’Islam. La chiesa, intitolata al monaco nella forma un po’ distorta di Esha‘ya (Isaia), sorge sul terreno di quel monastero.

 

 

La regione di Mosul, o quella che viene chiamata oggi Piana di Ninive, è profondamente radicata in territorio assiro. Le sue numerose città e i suoi monasteri sono tutti situati vicino a siti archeologici, i cui nomi non sono arabi. Uno di essi, Karamles è sicuramente assiro: Kar-Mulissu “La fortezza di Mulissu” (moglie della divinità locale Ashur). Dall’inizio del primo millennio a.C. gli abitanti della regione sono di madrelingua aramaica, mentre la lingua del Cristianesimo in Iraq è il siriaco, un dialetto dell’aramaico ancora usato nelle liturgie. Un immenso corpus di letteratura cristiana in questa lingua, attestato già dal secondo secolo, è in parte conservato in rari manoscritti. Per quanto riguarda l’architettura delle chiese, quelle costruite fino a tutto il XIX secolo riflettono antiche piante rinvenute nei siti archeologici di tutto l’Iraq, tra cui Hira nel sud, Tikrit nel centro e Bazyan nel nord.

 

 

 

 

 

Minoranze creative

 

 

Nei primi secoli dell’Islam, Mosul diventò una grande città, che collegava le regioni occidentali dei territori islamici con quelle orientali, per assumere durante il periodo abbaside (750-1240) la funzione di importante centro imperiale. Con il passare del tempo i cristiani rimasero una minoranza consistente a Mosul, concentrandosi nei quartieri cristiani intorno alle loro chiese, che a volte potevano essere fino a quattro o cinque. Dai tempi assiri a oggi la Piana di Ninive ha mantenuto la propria natura rurale, fungendo da granaio della regione e del Paese, un fatto che spiega perché in quattordici secoli di arabizzazione l’aramaico sia rimasta la lingua madre dei cristiani locali. Sebbene a Mosul avessero occasionalmente luogo delle schermaglie, nelle quali gli stessi califfi intervenivano per risolvere i problemi, in generale cristiani e musulmani hanno sempre convissuto nella più grande armonia. Inoltre quando durante l’invasione di Tamerlano, alla fine del XIV secolo, i cristiani fuggirono da Tikrit, Mosul aprì loro le porte, permettendo loro di costruire anche nuove chiese, alcune delle quali sopravvissute fino a oggi. Per di più quando gli armeni e popolazioni di lingua siriaca furono massacrati in massa in Anatolia durante la prima guerra mondiale, Mosul, nonostante i suoi oltre quattro secoli di sottomissione al governo ottomano e poi turco, offrì ospitalità alle migliaia di rifugiati cristiani, dando loro una casa, vestiti, cibo e lavoro. I discendenti di questi popoli perseguitati sono diventati cittadini attivi, fino all’invasione dello Stato Islamico.

 

 

Forse il migliore esempio di simbiosi tra cristiani e musulmani a Mosul si trova nei suoi edifici religiosi e nella sua arte religiosa, specialmente nella scultura. Qui non si può parlare propriamente di architetture o motivi artistici cristiani o musulmani, ma solo di straordinari periodi culturali, propri solo di Mosul e della sua regione, come il periodo degli Atabeg (XIII secolo) e quello dei Jalili (XVIII secolo). Gli edifici che meglio riflettono l’arte e l’architettura di queste epoche culturali sono le chiese e i monasteri e di conseguenza, se queste fossero distrutte, la storia culturale di Mosul scomparirebbe per sempre.

 

 

 

 

Il periodo Atabeg: innovazione e finezza

 

 

Il Califfato Abbaside crollò disastrosamente durante l’invasione mongola nel 1258. Prima di questa data, la stabilità politica abbaside era declinata a tal punto che i vasti possedimenti califfali erano condivisi con governatori semi-autonomi. Nel 1234 Badr al-Din Lu’lu’ si autoproclamò Re di Mosul. Il governatore dimostrò di saper apprezzare arte e architettura, tanto che la città e i dintorni si riempirono di chiese monumentali, moschee e edifici civili dalle belle forme architettoniche e dalla ricca iconografia, caratteristica dell’epoca. Il materiale da costruzione consisteva in una pietra locale, chiamata farsh, che veniva usata dagli antichi assiri per costruire i loro palazzi e templi. Nell’impianto architettonico erano inclusi portali finemente decorati con doppi architravi: quelli superiori sono soltanto ornamentali, mentre quelli inferiori sono costituiti da blocchi intrecciati. Gli stipiti sono ornati con serpenti attorcigliati, leoni accovacciati e un motivo floreale stilizzato, ricorrente nell’arte assira antica, il tutto scolpito in bassorilievo. Le iscrizioni, incise in magistrale calligrafia, erano parte integrante dei programmi costruttivi. Il migliore esempio di quest’originale architettura è il monastero di Mar Behnam, situato nella Piana di Ninive e fondato come battistero nel VI secolo. A metà del XIII secolo fu ricostruito nel miglior stile Atabeg, trasformando la chiesa in una vera e propria icona di creazione umana.

 

 

L’interazione tra cristiani e musulmani nell’arte e nell’architettura si riflette nella facciata della chiesa del monastero di Mar Benham e nel mihrab [piccolo abside che indica la direzione della Mecca, N.d.R.] della vicina moschea di Panjah Ali. In entrambi l’arte è astratta e priva di raffigurazioni umane, diversamente da altre parti della chiesa. Entrambi gli edifici presentano grandi nicchie con la parte superiore intagliata ad alveare, tipica del periodo Atabeg. Al centro della facciata della chiesa, il fondo della nicchia mostra una croce ornamentale in rilievo circondata da iscrizioni; la parte inferiore serviva da supporto per il Vangelo durante la liturgia estiva, che si teneva di solito all’esterno. La nicchia della moschea invece è un mihrab che arriva fino a terra. Ai lati delle nicchie di entrambi gli edifici si trovano due incavi più piccoli, nei quali si usavano mettere delle candele. Tutte le nicchie sono circondate da un fregio ricoperto da iscrizioni scolpite in rilievo. L’iscrizione siriaca è un monito su come pregare con cuore puro, mentre quella araba consiste di versetti coranici. In entrambi i casi le calligrafie sono magistrali. La scrittura siriaca è in Estrangela (il carattere siriaco più antico), ma la mano è unica; probabilmente fu eseguita da un monaco scriba della vicina città di Qaraqosh, che aveva anche copiato dei manoscritti a Edessa e nel monastero dei siriaci nel deserto di Scete in Egitto.

 

 

L’interno della chiesa è un museo di arte lapidaria, di epigrafia e di motivi architettonici. Il “Portale dei due battesimi”, con ricchi ornamenti, è decorato su tre lati da una cornice formata da due serpenti intrecciati in modo tale da formare ventuno false nicchie, le quali sono a loro volta decorate internamente con croci e rilievi di personaggi monastici del passato. Un’iscrizione di due righe sovrasta il tutto, mentre il Credo ne circonda la cornice. Le scanalature di entrambi gli stipiti del portale mostrano un’iscrizione: «Il martire Mar Benham raggiunse la perfezione attraverso due battesimi. Fu immerso nell’acqua, ma questo non gli bastò e fece di più: si lavò nel suo stesso sangue. Quando il suo corpo s’impregnò del sangue del collo e la Chiesa lo vide si interrogò su questo avvenimento, e chiese: chi è costui le cui vesti sono macchiate di sangue?».

 

 

A sinistra del “Portale dei due Battesimi”, una porta più piccola che conduce al sancta sanctorum è anch’essa riccamente decorata con leoni accovacciati e doppi architravi con belle iscrizioni, alcune in onore del martire Mar Behnam, altre prese dalla liturgia eucaristica siriaca. L’ingresso principale del presbiterio, la Porta Regale, è monumentale. Come le altre porte della chiesa è decorato in maniera elaborata e conduce al presbiterio dove un’iscrizione indica una precedente ricostruzione della struttura nel 1164 d.C.

 

 

Nella chiesa abbondano gli stucchi successivi al periodo Atabeg, incluse due raffigurazioni in rilievo, la prima di Mar Behnam in veste di cavaliere e un’altra di sua sorella Sara, vestita secondo la foggia locale. La cappella della Vergine Maria presenta un soffitto di gesso modellato alto circa 13 metri; la volta stellata è adorna di nervature e celle e la cupola poggia su una base quadrata fatta di motivi geometrici a quadri e a forma di diamante. Finemente decorati, grazie alla morbidezza del gesso, presentano anch’essi iscrizioni in arabo e siriaco.

 

 

Non lontano dal monastero si trova il martyrion ottagonale di Mar Behnam, costruito molto probabilmente durante il VI secolo nello stile dei battisteri della Mesopotamia, che riecheggia quelli Siriaco-Bizantini, come quello di San Simeone lo Stilita. La semi-cupola a nido d’ape che sormonta il feretro è una caratteristica comune negli edifici coevi e in quelli precedenti, fatti di solito in mattoni. Il fregio che incornicia la tomba è coperto da iscrizioni monumentali, di cui una in uiguro, essendo stata restaurata nel periodo mongolo, nel 1300 circa. A destra della tomba del martire, una targa di quel periodo mostra una croce armena, khatchkar, con due scritte, una in armeno e una in siriaco.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il periodo Jalili: imitazione e trasformazione

 

 

A causa delle tensioni tra la Persia e ottomani, nel 1743 lo Shah di Persia Nadir Shah Tahmasp invase la Mesopotamia settentrionale. Il condottiero attaccò Kirkuk, Erbil e la Piana di Ninive, distruggendo tutto quello che si trovava sul suo cammino: chiese, moschee e abitazioni private. Prima che Mosul venisse assediata, la gente della Piana di Ninive cercò rifugio in città e, grazie alla resistenza di musulmani, cristiani, ebrei e yazidi al comando del governatore Hussein Pasha al-Jalili, l’aggressore fu sconfitto, ma non prima di distruggere gran parte della città a colpi di cannone. La ricostruzione fu pressoché immediata grazie ad architetti, tagliapietre e muratori che seguirono lo stile architettonico Atabeg, apportandovi però diverse modifiche, come finestre ornamentali, doppie arcate e motivi geometrici su alti muri. Anche qui, chiese e moschee, i cui costruttori erano soprattutto cristiani, condividono le stesse strutture e gli stessi materiali di costruzione. La pianta della chiesa è cambiata di poco rispetto all’antichità, specialmente per i solidi muri che separano il santuario, il sancta sanctorum, e la navata.

 

 

La chiesa caldea di al-Tahra, dedicata alla Vergine Maria, è un esempio eccezionale di stile Jalili. Il muro che all’interno separa il santuario dal resto dell’edificio è veramente impressionante per le arcate cieche magnificamente arabescate, per i motivi floreali e le forme geometriche che si combinano con iscrizioni siriache e garshuni (arabo scritto in alfabeto siriaco) a formare una facciata straordinariamente bilanciata. Ugualmente interessanti sono due pareti di marmo poste ai lati dell’area antistante la Porta Regale, finemente decorati con motivi floreali e geometrici in rilievo su entrambi i lati. La facciata di ciascuna parete è ornata con disegni a forma di stelle e croci perforate, in modo da formare una finestra longitudinale, mentre le parti laterali sono più modeste e presentano grandi aperture. Lo stile artistico di entrambe le pareti è ispirato al repertorio artistico islamico (ad esempio gli archi a sesto acuto tipici dell’architettura islamica). I due portali che conducono alla chiesa hanno ognuno due architravi, tipici dell’antica scuola Atabeg, coperti da scritte siriache, la cui calligrafia ricorda i manoscritti siriaci. Un altro aspetto di questa ricchezza artistica è l’arco tripartito che si trova all’interno del santuario e che domina il primo gradino che conduce all’altare. La sua funzione liturgica è spiegata dalle iscrizioni in siriaco che ne percorrono i bordi e che descrivono l’altare come completamente immerso nel fuoco sacrificale, un tema adatto al santuario in cui viene offerto il sacrificio divino: «L’altare è fuoco e il Santissimo è fuoco, un fuoco nel fuoco, e il fuoco stesso lo circonda. O sacerdoti, guardatevi dal fuoco perché non vi cadiate per sempre!». L’arte e l’architettura della chiesa di al-Tahra si trovano anche in due moschee di Mosul, Qadhib al-Ban e Nabi Jarjis (il Profeta Giorgio), entrambe recentemente distrutte dallo Stato Islamico.

 

 

Un’altra chiesa del periodo Jalili, ugualmente bella, è la chiesa siriaca ortodossa dei Santi Sergio e Bacco a Qaraqosh. È un vero museo d’iscrizioni funerarie che include anche un fonte battesimale ottagonale monolitico, completamente inciso in siriaco, come quelli risalenti al XV secolo nella regione di Mosul. La chiesa venne gravemente danneggiata dagli eserciti invasori, ma non appena la guerra terminò, essa venne ricostruita e nuove iscrizioni percorrono ora tutto il muro del santuario. Si tratta di veri e propri annali scolpiti nella pietra, che ricordano molto quelli assiri iscritti nello stesso marmo locale almeno duemila anni prima. Essi parlano dettagliatamente dell’invasione persiana e delle sue conseguenze distruttive, dell’energia dei cristiani nel ricostruire i loro santuari e del ruolo cruciale svolto nella ricostruzione di questa regione assira da un uomo, il Vescovo Karas, abate del monastero di Mar Behnam, conosciuto in quasi tutti gli ambienti ecclesiastici di Qaraqosh. Grazie a lui, la metà del XVIII secolo fu un’epoca di rinascita cristiana nella letteratura, nell’architettura e nell’epigrafia.

 

 

Diverse altre chiese furono costruite o ricostruite a Mosul e nella sua regione in stile Jalili, tra cui altre due chiese siriaco ortodosse a Mosul, al-Tahira e San Tommaso e altre due a Qaraqosh. Ciascuna di esse, di stile Jalili o più recente, possiede collezioni di manoscritti, vasi e accessori liturgici e oggetti cultuali spesso molto più antichi, come ad esempio le croci cerimoniali della chiesa siro-cattolica di al-Tahira a Qaraqosh, le cui iscrizioni in siriaco e armeno risalgono al 1629/1630. Naturalmente alcune chiese furono risparmiate dalla violenza del persiano Nadir Shah, come la chiesa caldea di Santa Barbara, situata a Karamles, una città vicina a Qaraqosh. Essa venne costruita direttamente sopra un tempio assiro sicuramente già prima del XIII secolo, visto che durante recenti lavori di restauro sono stati scoperti resti di principi cristiani assoggettati ai mongoli (XIII secolo) e iscrizioni funerarie che li commemorano.

 

 

Per molti secoli e fino a oggi in Iraq, i cristiani sono stati mastri costruttori di edifici civili, ecclesiastici e islamici, e tagliapietre. Questo spiega perché costruzioni cristiane, musulmane e civili condividano lo stesso repertorio artistico (arabeschi, stucchi, calligrafia), sia durante il periodo Jalili, sia in quello Atabeg. Quanto alla calligrafia arabo-islamica e a quella siriaca, esse svolgono una funzione liturgica simile nell’architettura islamica e in quella cristiana per via della loro natura astratta. Non c’è quindi ragione di parlare di arte e architettura cristiana o islamica, ma solo dell’arte e dell’architettura di diversi periodi storici. È deprimente sapere che tutte queste venerabili chiese e monasteri sono esposti alla distruzione spietata Stato Islamico. Il loro abbattimento non significa solo la fine del Cristianesimo a Mosul e nella sua regione, ma anche l’annientamento del secolare patrimonio culturale cristiano-musulmano della città.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Amir Harrak, Mosul: il tramonto della simbiosi cristiano-musulmana, «Oasis», anno X, n. 20, dicembre 2014, pp. 120-127.

 

Riferimento al formato digitale:

Amir Harrak, Mosul: il tramonto della simbiosi cristiano-musulmana, «Oasis» [online], pubblicato il 1 dicembre 2014, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/mossul-il-tramonto-della-simbiosi-cristiano-musulmana.

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