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Medio Oriente e Africa

Nass El Ghiwane: da ragazzi di strada a leggende

Sono stati identificati con la generazione hippie, ma sono molto di più. La loro musica infatti è un distillato di “marocchinità”, che attinge a un patrimonio ricchissimo di stili e suoni, prestandosi a diversi livelli di lettura, dalla protesta politica alla passione estatica

Ultimo aggiornamento: 30/04/2021 15:26:02

Tarab_Oasis-02.pngMarocco, anni ’70. Dopo una sofferta indipendenza ottenuta negli anni ’50 e il breve regno di Mohammed V, il primo decennio di potere di Hassan II (succeduto al padre nel 1961) è altrettanto turbolento, caratterizzato da rivolte popolari, omicidi, attentati, tentativi di colpo di stato, desaparecidos e un clima di paura e paranoia generale. In parallelo, ma su tutt’altro tono, in questi “anni di piombo” (sanawāt al-rasās), le spiagge del sud del Marocco si riempivano di hippie e musicisti del calibro di Jimi Hendrix, Frank Zappa e Cat Stevens.

 

In questo Marocco, così fervente sia a livello politico che culturale, in un mondo arabo altrettanto in subbuglio, c’era un quartiere periferico di Casablanca particolarmente vivo, quello di Hayy Mohammed, un miscuglio di etnie e folclori da tutto il Marocco, di famiglie contadine e suburbane in cerca di lavoro nel moderno settore industriale della nuova capitale economica. I Nass el Ghiwane sono i figli talentuosi di tutto questo, e in particolare di questo quartiere (awlād al-hayy).[1]

 

All’inizio non erano conosciuti come Nass el Ghiwane: un certo Ali al-Kadiri[2] li aveva ribattezzati i New Dervishes (“i nuovi dervisci”), e voleva indirizzarli (anche nel modo di vestire) verso il fenomeno hippie occidentale, che tanto andava di moda all’epoca. In disaccordo, i membri del gruppo optarono presto per una decisa “marocchinità” a partire proprio dal loro nome, di difficile traduzione, che pesca da tradizioni ancestrali del Marocco profondo.[3]

 

Insomma, dopo qualche buona esibizione (il ristorante Nautilus, la Casa della Gioventù, il Café Theatre) e dopo aver collaborato come musicisti agli spettacoli teatrali al Harraz e al Majdhoub[4] di Tayeb Essidiki, colui che diverrà tra i più celebri drammaturghi marocchini del secolo scorso,[5] approdano al Teatro Nazionale Mohamed V di Rabat: lì, una sera di giugno del 1971 il pubblico si rifiuta categoricamente di ascoltare l’orchestra della radio e televisione marocchina (RTM), obbligando i Nass el Ghiwane a rimanere sul palco. È l’inizio della leggenda.[6]

 

Non c’è spazio qui per ricostruire la ricca discografia del gruppo né il travagliato susseguirsi dei suoi membri (che conferma come dietro al loro nome vi sia più della somma dei singoli artisti). Provo però a ipotizzare quale sia stata la formula vincente del gruppo, che riassumerei nella parola “sintesi” senza compromessi.

Così come i componenti della band, così i loro strumenti (hajhuj, bendir o tbilat, tamtam, darbuka, guembri o sintir, con qualche aggiunta di banjo) sono la sintesi della varietà sonica del Marocco.

 

Allo stesso modo, la loro incantevole fusione di tanti stili musicali è la sintesi della storia e della geografica del Paese maghrebino: dall’aïta (lett. “grido” o “chiamata”, un canto strofico in arabo marocchino tipico delle pianure atlantiche, che varia da temi politico-sociali a lamenti per amori infelici, come nella loro Echems Ettalaa), al melhoun (antica poesia melodica, in origine beduina poi urbanizzatasi, come in Han Wa chfak), al gnawa (musica pentatonica rituale portata in Marocco dagli schiavi subsahariani, come la loro Ghir Khoudouni), l’aissaoui devozionale del Sahara o le litanie sufi degli hamadcha (come in Laayate Alik), le influenze berbere e ben altro ancora.

 

Insomma, i Nass el Ghiwane fanno parte, come dice il loro nome, della “gente” (nass). Sono “i figli del popolo” (Tahar Ben Jelloun dixit), immersi nella realtà marocchina, con testi in un complesso dialetto poetico che ricorda i boughanim, troubadours berberi dell’Alto Atlante (qui in azione) e che come questi ultimi tramanda la saggezza orale del popolo, la cosiddetta eredità materna, sotto forma di favole-pamphlet con una punta di modernità disincantata e ribelle.

 

La loro è proprio una voce “popolare”, franca e vivace, impegnata, poetica, ribelle, critica contro la miseria morale e materiale, allusiva e di dissenso sì, ma mai apertamente politica.

In effetti, i Nass el Ghiwane non si sono mai definiti “politici”, fatto che ha certamente permesso loro di cantare più o meno liberamente in un contesto dove i dissidenti facevano presto a scomparire, guadagnandosi addirittura la stima di Hassan II e del figlio Mohammed VI. Parafrasando un’intervista a Omar Sayyed, attuale leader del gruppo, si può dire che le canzoni dei Nass el Ghiwane erano solo il grido onesto di un mendicante che non spera di ottenere nulla. Questo non ha però frenato le numerose letture politiche del loro repertorio e la ripresa di alcune loro canzoni, durante la timida primavera araba marocchina.

 

Numerosi gli artisti che si sono ispirati a loro (in particolare Lemchaheb e Cheb Khaled), tanti i documentari (su tutti il cult Trances/El-Hāl di Ahmed El Maanouni, restaurato grazie anche alla Cineteca di Bologna), tante le parole di elogio da personaggi del calibro di Martin Scorsese, che volle la loro canzone Ya Sah (“O Fratello”, dedicata a Boujmiî, primo membro del gruppo a scomparire prematuramente) nella colonna sonora del suo film L’ultima tentazione di Cristo (1988).

 

Il loro repertorio è vasto: spesso il tema amoroso, gli appelli all’uguaglianza e alla fratellanza universale, la critica sociale e la politica si mischiano inevitabilmente, come in Wa-anādī anā (“E io grido”), Fine Ghadi Biya Khouya (“Dove mi stai portando, fratello?”) o l’intramontabile Mahmouma (“Tormento”);[7] ci sono poi canzoni dedicate a temi specifici come Essamta (“La cintura”) sulle morti nello stretto di Gibilterra o Sabra wa Chatila sul massacro avvenuto in Libano nel 1982; oppure brani apparentemente spensierati (ma dal forte contenuto allusivo!) sui gatti, sulle api, sulle pulci e sui vassoi del tè, o ancora canzoni dai toni devozionali dedicate al Profeta Muhammad. Di recente, hanno pubblicato una canzone in lingua Tamazight, un brano che suona come un appello alla pace universale e uno sulle primavere arabe.

 

Di “primavera” però, avevano già parlato nel 1972, nel “classico” che vi presentiamo oggi, in perfetto equilibrio tra la loro vena più social-popolare di Nass e quella più ascetico-mistica di Ghiwane. Leggenda narra che, mentre lo stavano eseguendo, vennero interrotti dalla polizia, che chiese di spiegare le allusioni presenti nel testo.

 

I Rolling Stones dell’Africa o i Beatles marocchini? Ancora una volta, la palese inadeguatezza delle nostre descrizioni non fa altro che sottolineare l’eccezionalità dei Nass el Ghiwane, che vi invitiamo a respirare anche attraverso la loro fortissima presenza scenica.

 

Buon tarab e buona visione!

 

Canzone: Subhān Allāh sifnā wlā shtwa

Artista: Nass el Ghiwane

Data di uscita: 1971–1972

Nazionalità: Marocco

 

 

[Qui tutte le puntate di T-Arab]

 

Trovate il testo della canzone scorrendo verso il basso

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Per Dio! La nostra estate si è tramutata in inverno

 

Per Dio! La nostra estate si è tramutata in inverno[8]

E la primavera di questo Paese è divenuta un autunno

Per Dio! La nostra estate si è tramutata in inverno

E la primavera di questo Paese è divenuta un autunno

 

I giorni sono trascorsi, sopraffatti dalla negligenza più totale

E l’ordine è divenuto inspiegabilmente caos. [9]

 

Mi dico, sorpreso, “la religione non è più così forte,

e si è indebolita la fede di noi arabi!”.[10]

 

I sionisti sono diventati molto potenti e tirannici

E quando abbiamo accettato le loro umiliazioni, il Medio Oriente è divenuto cieco.[11]

 

Per Dio! La nostra estate si è tramutata in inverno

E la primavera di questo Paese è divenuta un autunno

 

La tirannia dei governanti ci ha procurato stanchezza e asperità

Non abbiamo pace e il popolo vive nella miseria e nei soprusi.[12]

 

Nessuno dei responsabili accetta di ascoltare il grido del popolo[13]

o servire [con giustizia] senza tradire [il popolo] e senza compiacere gli ordini [dei superiori]?

 

L’autorità farebbe di tutto per prendersi qualche mazzetta

E il testimone distorcerebbe la verità di ciò che ha visto

 

Capisci bene il senso di quel che ti dico, abbraccialo, traine vantaggio, placa la tua sete!

Questo è il segreto dell’essenza nella sua forma più pura e vera.[14]

 

Per Dio! La nostra estate si è tramutata in inverno

E la primavera di questo Paese è divenuta un autunno

Per Dio! La nostra estate si è tramutata in inverno

E la primavera di questo Paese è divenuta un autunno

 

O i miei occhi! Avete versato così tante lacrime

e ho sopportato così tanto dolore.

O i miei occhi! Avete versato così tante lacrime

e ho sopportato così tanto dolore.

 

Quello che sta succedendo mi opprime, mi scuote

e mi lascia senza speranza

Quello che sta succedendo mi opprime, mi scuote

e mi lascia senza speranza

 

Per Dio! A coloro che me lo chiedono dico

Non cercate l’impossibile!

Me lo si può leggere in faccia![15]

Niente mi interessa più![16]

La morte è il mio destino.[17]

 

 

 

سبحان الله صيفنا ولّى شتوة

 

سبحان الله صيفنا ولّى شتوة

ورجع فصل الربيع في البلدان خريف

سبحان الله صيفنا ولّى شتوة

ورجع فصل الربيع في البلدان خريف

 

ومضت أيامنا وسرقتنا سهوة

وتخلطت الديان شلّى ليك نصيف

 

قلت أعجبي أضحت في الدين الرخوة

ولّى الإيمان عندنا في العرب ضعيف

 

الصّهيون في غاية العلو دركوا سطوة

وقبلنا ذلّهم عاد الشرق كفيف

 

سبحان الله صيفنا ولّى شتوة

ورجع فصل الربيع في البلدان خريف

 

جُور الحكّام زادنا تعب وقسوة

لا راحة والعباد في نكدّ وتعسيف

 

ولا تلقى عديل كا يقبل شكوى

يبلّغ ما يخون وما يرضى تكليف

 

والحاكم تا يصول تا يقبض الرشوة

والشاهد كا يدير في الشهادة تحريف

 

افهم المعنى وعيق واستفد واروى

هذا سرّ الكنان ما رامه تصحيف

 

سبحان الله صيفنا ولّى شتوة

ورجع فصل الربيع في البلدان خريف

 

يِكفاك ذا البكا يا عيني
يكفاك هم ذا الحال

يِكفاك ذا البكا يا عيني
يكفاك هم ذا الحال

 

الظرف غشمني ولاحني

ما بقى لي أمال

الظرف غشمني ولاحني

ما بقى لي أمال

 

لله يللي تسألني لا تطالب المحال

قصّتي واضحة في جبيني

ما بقت رغبة تلهيني

على الفراق عوّال

 


[1] Il quartiere è anche ricordato per ospitare il centro di detenzione Derb Moulay Cherif, dove proprio a partire da quegli anni furono torturati migliaia di dissidenti politici.
[2] Per semplificarne la ricerca, la maggior parte dei nomi propri arabi (persone, luoghi, strumenti musicali) e dei titoli delle canzoni sono stati riportati nella traslitterazione più comune nella quale appaiono. Ad esempio, Ali al-Kadiri e non ‘Alī al-Qādirī.
[3] Mentre “nass” significa “persone” o “gente”, sul significato di Ghiwane si può leggere di tutto. È spesso tradotto con “gente della trance”, “gente della bohème”, “gente della strada” o “gente della passione estatica”, dando al vocabolo ghiwān il senso di “affetto”, “ardore”, “entusiasmo” ed “ebrietà mistica”. La traduzione con “gente della trance” si è in qualche modo consolidata dopo l’uscita del celebre documentario sul gruppo, intitolato appunto Trances (che traduce però il termine arabo hāl, ossia lo “stato” spirituale delle pratiche sufi). È interessante notare come gli articoli di Wikipedia in arabo standard e in dārija (arabo colloquiale marocchino) sottolineino l’aspetto religioso del gruppo, che sarebbe rintracciabile anche nel loro nome, glossato come la “gente della comprensione (fahāma)”, ossia coloro che sono capaci di andare in profondità, al di là del senso esteriore delle cose (un tratto tipicamente sufi). Alcune fonti descrivono infatti i ghiwān come poeti erranti noti per la loro probità e modestia, capaci di porre in canto e in versi la vita quotidiana di tutti. Ad ogni modo, la scelta del nome deriva dalla canzone melhoun intitolata al-Kāwī, qui interpretata da uno dei più famosi cantanti di poesie melhoun, Houcine Toulali.
[4] Lett. “attratto” da Dio, spesso reso con “ebbro” o “pazzo” di Dio. La seconda pièce è infatti dedicata a Sīdī ‘Abd al-Rahmān al-Majdhūb, un poeta e sufi del sedicesimo secolo, celebre per la sua devozione e i suoi componimenti in arabo colloquiale marocchino.
[5] Tayyeb Essidiki (o Saddiki) fu una figura di spicco del teatro sperimentale e avanguardistico marocchino del XX e XXI secolo. Qui si può trovare qualche informazione sul suo tentativo di integrare, già negli anni ’70, le forme teatrali “europee” con la ricchezza dell’antiche e popolari forme teatrali marocchine (come la halqa, qui qualche esempio moderno dalla piazza di Meknes).
[6] L’enorme successo dei Nass el Ghiwane è stato letto anche alla luce del fenomeno della musica a loro contemporanea. Si è parlato di un pubblico marocchino stanco di ascoltare musica araba di stampo accademico e classico di autori come Umm Kulthum, Abdel al-Halim o Farid al-Atrash, distante sia nei temi (amori impossibili o tormentati, panarabismo, etc.) sia nella lingua (arabo classico o egiziano) sia negli strumenti (violino, cetra, orchestre di stampo “occidentale”).
[7] Come raramente accade per le canzoni di T-arab, fa piacere trovare dei loro testi già tradotti in italiano (qui e qui).
[8] Subhān Allāh significa letteralmente “Lode a Dio!”. Può essere tradotto più semplicemente come un’esclamazione di stupore: “Per Dio!”.
[9] Lett. “e siamo stati sopraffatti dalla distrazione”, dove sahwa può essere tradotto anche con “negligenza”, “trascuratezza”, “dimenticanza”. Sembra qui che il cantante accenni all’importanza di vigilare sempre, un tipico consiglio della tradizione ascetica-mistica, al fine di evitare la perdizione in questo mondo e il non precludersi la salvezza nell’Aldilà.
[10] Lett. rakhwa indica un “affievolirsi” e uno “svigorirsi” della religione, visto come causa di una corruzione morale e dunque anche sociale e politica.
[11] Lett. l’Oriente (al-sharq). I Nass el Ghiwane furono molto attenti agli avvenimenti legati al conflitto arabo-israeliano, in un periodo storico in cui lo scontro era particolarmente “sentito” e “vivo” nella coscienza popolare di gran parte del mondo arabo.
[12] Let. ta‘sīf, dal verbo ‘assafa, sovraccaricare qualcuno di lavoro, legato alla prima forma ‘asafa opprimere, tiranneggiare.
[13] Lett. “accettare rimostranze”, dove shakwā è un termine chiave nella concezione islamica di buon governo: indica infatti il “lamento”, la “rimostranza” e propriamente la “doglianza” rivolto dall’uomo comune (il “piccolo”, il “giusto”) al sovrano o all’autorità, nella speranza di ottenere verità e giustizia.
[14] Si può notare un linguaggio quasi mistico o sufi, con il riferimento al senso più nascosto e dunque più puro delle cose, che termina, poche righe dopo, con un distacco dal mondo.
[15] Lett. jabīn, ossia in “fronte”, locus coranico della sincerità d’animo e d’intenzione (sidq, ikhlās), due concetti cari al linguaggio sufi. 
[16] Lett. nessun desiderio (raghba) mi tange più, dove raghba è spesso opposto nel linguaggio ascetico-mistico a zuhd, ossia alla “rinuncia” di questo mondo, al distacco da ogni preoccupazione o sofferenza mondana.
[17] Lett. firāq indica sia la “morte” che la “separazione” (l’immigrazione?) e in generale il “distacco” (in un’ottica ascetica?).
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