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Religione e società

Quando i pericoli diventano opportunità

Partecipanti al progetto "Diritti, Doveri, Solidarietà" [Marco Santarelli]

Un monaco e islamologo accompagna dei detenuti musulmani nella riscoperta del loro patrimonio religioso e culturale. Da questa esperienza nascono un progetto educativo, un documentario e un programma di prevenzione della radicalizzazione esportato in tutta Europa

Questo articolo è pubblicato in Oasis 28. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 27/11/2018 14:36:48

Un monaco dei Piccoli Fratelli dell’Annunziata, islamologo, accompagna i detenuti musulmani del carcere “Dozza” di Bologna nella riscoperta del loro patrimonio religioso e culturale. Da questa esperienza sono nati un progetto che ha coinvolto 150 studenti, per lo più di origine maghrebina, una “assemblea costituente”, un documentario e un programma di prevenzione della radicalizzazione esportato in tutta Europa.

 

Ho trascorso molti anni in Medio Oriente, nelle case della mia comunità religiosa. Lì ho studiato a fondo l’arabo e l’Islam. È stato questo il motivo per cui, al rientro in Italia, mi è stato chiesto di svolgere, dal 2009, un servizio di volontariato tra i detenuti musulmani del carcere “Dozza” di Bologna, uno dei più grandi d’Italia e con un numero molto elevato di musulmani, oggi oltre 200 su circa 600 detenuti.

 

In Italia i detenuti stranieri sono più di un terzo del totale, e la percentuale dei musulmani è valutata (sulla base del Paese di provenienza) tra il 30 e il 50 per cento degli stranieri. In termini assoluti parliamo di circa 8-9 mila persone. La mia presenza in mezzo a loro può sembrare paradossale: un monaco cattolico si dedica all’assistenza spirituale dei musulmani!

 

Ho iniziato con colloqui personali, poi incontrando piccoli gruppi nei piani delle celle, per giungere alla realizzazione di percorsi didattici inclusi annualmente nel piano accademico della scuola interna al carcere, che si occupa di circa 250 studenti. In tutti i livelli della mia attività procedo dallo sforzo di tenere realmente conto del patrimonio religioso e culturale dei miei interlocutori. Ritengo infatti che questo patrimonio fornisca preziose risorse per stimolare la rinascita morale di persone che più o meno a lungo hanno violato la legge e che, in mancanza di un intervento educativo specifico per loro, continueranno a farlo anche dopo la scarcerazione (in Italia la recidiva nel reato supera il 70 per cento). Per riuscire a resistere al trauma del passaggio da un introito di 20-30 mila euro al mese con la droga agli 800 di un contratto di formazione, la motivazione religiosa può essere decisiva. Allo stesso tempo, bisogna essere coscienti del fatto che è proprio all’interno del loro patrimonio di tradizioni che si annidano i germi del radicalismo. Il radicalismo, come ben sappiamo, può iniziare in carcere e poi svilupparsi all’esterno in svariate direzioni, inclusa quella del terrorismo. Da un lato la riscoperta delle proprie tradizioni religiose e culturali è quindi positiva, ma presenta dall’altro dei rischi che non possono essere sottovalutati. Per questo essa chiede d’essere accompagnata con molta attenzione. Il “fai da te” in carcere è il più grande pericolo. Ho avuto modo di osservare da vicino molti casi di riscoperta della propria fede che evolvono verso posture di radicalismo religioso.

 

Con i detenuti leggo in lingua originale e traduco in italiano soprattutto testi riguardanti l’etica e il complesso delle virtù consacrate nell’Islam, biografie edificanti, ma anche poesia, letteratura, fiabe, pagine di storia, diari di viaggi. L’ampio ventaglio di temi vuole suggerire il passaggio da un Islam ridotto esclusivamente al suo aspetto dogmatico e cultuale, ciò che facilita la deriva radicale, a un Islam inteso come civiltà, la quale, senza dimenticare il proprio nucleo di fede e di culto, si presenta come geneticamente plurale, perché formatasi, nel corso dei secoli, in stretta relazione con altre fedi, popoli, culture e tradizioni.

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