Le incomprensioni tra musulmani e non-musulmani sono riconducibili a un «incontro complesso» di civiltà, in cui gli individui veicolano concezioni diverse dello spazio pubblico. È urgente rinegoziare un nuovo senso di appartenenza

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Ultimo aggiornamento: 19/06/2024 11:56:56

Le società europee conoscono una sempre più accentuata “pluralizzazione” culturale e religiosa delle proprie popolazioni e dei propri territori, ma anche una crescente “multiculturalizzazione” delle religioni presenti, che fanno riferimento a repertori di senso diversificati. Le massicce ondate migratorie degli ultimi anni accrescono questa diversità, suscitando interrogativi, o addirittura ansia, in ampi strati di una popolazione già in preda ad altre incertezze legate agli effetti della globalizzazione: la crisi economica e finanziaria del 2008, le ristrutturazioni del mondo del lavoro, le sfide ecologiche, la crisi di legittimità della politica in società disincantate, le tensioni geopolitiche internazionali e il potente impatto di atti terroristici che mirano a destabilizzare le nostre società. Questi ultimi alimentano ormai gran parte dei contenuti mediatici e drenano cospicue risorse finanziarie dagli Stati nel tentativo di garantire la sicurezza delle popolazioni e arginare il radicalismo dei giovani. Per molti nostri concittadini, il futuro appare sempre più incerto.

 

Un innegabile fermento

 

All’interno di queste società esistono pratiche e discorsi religiosi che preoccupano, anche se alcune persone evitano di discuterne per imbarazzo o addirittura per paura di suscitare reazioni negative, perfino tra i loro cari. L’aumento della visibilità dei simboli religiosi, soprattutto di quelli islamici, il mantenimento di vari legami transnazionali e le rivendicazioni delle minoranze, religiose o non-religiose, interrogano e a volte destabilizzano le certezze. Si pensi per esempio ai dibattiti sulla libertà di espressione e sulla libertà religiosa, o più in generale sulle diverse concezioni della democrazia, dei diritti dell’uomo e del rispetto della parità di trattamento per tutti. Ci sono poi le tensioni legate a tutto ciò che è percepito come una messa in discussione dell’autonomia della politica e del diritto dalla religione, agli interrogativi sulla lealtà nei confronti degli Stati europei da parte dei possessori di doppia nazionalità, alle polemiche in merito alle regole concrete che occorrerebbe promuovere per garantire il carattere laico delle istituzioni pubbliche. Suscitano attriti anche alcune questioni legate alle pratiche alimentari e all’abbigliamento, ma soprattutto ai rapporti di genere e alla promiscuità, percepite talvolta come altrettante contestazioni delle attuali modalità di socializzazione di base.

 

A questo proposito, la polemica più recente è stata quella del divieto del burkini su alcune spiagge francesi, esplosa nell’estate 2016. Tali questioni, che riguardano gli aspetti più svariati, sono talvolta percepite come una messa in discussione delle tradizioni, delle consuetudini e, più in generale, dell’identità nazionale o culturale. Alcuni promuovono allora petizioni per riaffermare il proprio attaccamento a certi valori o consuetudini; altri si impegnano in movimenti anti-islamizzazione; altri ancora arrivano a non rispettare quanti sono diversi da loro, manifestandolo con discorsi e/o atti più o meno violenti, simbolicamente o fisicamente. Tuttavia una grande maggioranza silenziosa, costituita da musulmani e non-musulmani, appare dubbiosa e infastidita da queste pratiche perché desidera soltanto vivere serenamente. Altri insorgono più o meno apertamente e mirano a promuovere un vivere insieme più consapevole.

 

Complessivamente è tutta la sfera pubblica europea a essere ormai investita, in un modo o nell’altro, dalla pluralizzazione culturale e religiosa, a qualsiasi livello: delle persone, delle società locali o nazionali, nella quotidianità dei luoghi di socializzazione, sul piano politico nazionale o anche sovranazionale. Nello spazio d’azione condiviso, differenze e divergenze sono espresse in tono polemico piuttosto che con veri scambi di idee, ma c’è anche chi aspira a superarle elaborando, seppure (molto) lentamente, dei nuovi consensi o perfino, anche se raramente, una razionalità comune a partire da processi di co-inclusione reciproca.

 

Adeguamenti in opera

 

Fino a poco tempo fa, le relazioni erano vissute in termini di reciproca indifferenza, non foss’altro che per le tensioni legate a qualsiasi tentativo di innovazione sociale. Tuttavia tre ricerche condotte in Belgio tra il 2006 e il 2014[1], cioè poco prima che apparisse chiaramente la consistenza delle partenze dei giovani per la Siria (e poi il loro ritorno), e prima degli attentati che hanno colpito l’Europa dal Belgio (museo ebraico di Bruxelles, l’attacco fallito a bordo del treno Thalys, le bombe all’aeroporto di Bruxelles e alla fermata della metropolitana di Maalbeek), mostrano che la maggior parte dei belgi, musulmani e non, concepivano già le loro relazioni reciproche in termini di malessere e perfino di tensione. Molti attribuiscono l’origine di questo fenomeno ad atteggiamenti di chiusura osservati negli anni ‘80 soprattutto in seguito alla rivoluzione iraniana, che si poneva in contrapposizione al modello occidentale, e/o all’ascesa del razzismo in un contesto di crisi economica in Europa.

 

Almeno tre aspetti caratterizzano lo stato delle relazioni. In primo luogo, l’assenza di legami e lo sviluppo di una forte chiusura, che contribuiscono alla reciproca ignoranza, alla conduzione di vite parallele e alla persistenza di forti connotazioni etno-nazionali. In secondo luogo, la mancanza di conoscenza e ri-conoscimento, con atteggiamenti di diffidenza reciproca, tanto sembra difficile riuscire a farsi un’opinione dell’altro e a contestualizzare i discorsi in circolazione e/o prenderne le distanze. In terzo luogo, la difficile costruzione di rapporti pacifici o, peggio, le accuse reciproche in cui la responsabilità dei problemi è riversata sull’altro.

 

Tuttavia, esistono numerosi casi di adattamento reciproco, sia sul piano istituzionale sia su quello personale, anche se spesso non sono noti o sono addirittura negati, e questo proprio nel momento in cui l’arrivo quantitativamente rilevante di migranti provenienti da Paesi a maggioranza musulmana costituisce una novità senza precedenti.

 

Da una parte, un po’ ovunque in Europa, si sono adottate numerose misure istituzionali, sebbene con intensità e ritmi diversi. In Belgio, per esempio, il riconoscimento ufficiale del culto islamico è stato precoce (1974), con tutte le conseguenze simboliche e concrete che questo ha comportato: il finanziamento dell’insegnamento islamico nelle scuole pubbliche, con la nomina di oltre 700 professori di religione islamica per la scuola primaria e secondaria; l’istituzione di un organo del culto islamico per fungere da interlocutore con lo Stato, come avviene con tutti gli altri culti riconosciuti; il finanziamento di moschee e imam. Inoltre, la società ha fatto un lavoro su se stessa, soprattutto per inquadrare sul piano istituzionale, o, se necessario, penalizzare in maniera sempre più vincolante, il razzismo e le discriminazioni legati a considerazioni etniche o religiose (legge Moureaux del luglio 1981, creazione del Centro per le pari opportunità e la lotta contro il razzismo del 1993) e, successivamente, anche per elaborare piani volti a promuovere attivamente la diversità soprattutto nell’ambito delle imprese.

 

A livello europeo, nel 1994, l’allora presidente della Commissione Jacques Delors lanciò il progetto “Dare un’anima all’Europa”, per stabilire un dialogo tra le comunità religiose e le istituzioni europee. Nel solco di questa iniziativa, il preambolo del Trattato di Lisbona, firmato nel 2007 ed entrato in vigore nel 2009, menziona «le eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa» come fonte d’ispirazione per la costruzione europea (un modo per promuovere l’inclusione di tutti, Islam compreso), mentre l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea istituisce un dialogo aperto, trasparente e regolare con i rappresentanti delle diverse confessioni. Secondo le definizioni del sociologo Jean-Paul Willaime, queste istituzioni promuovono ora una «laicità di riconoscimento» in quanto, pur rispettando l’autonomia dello Stato e delle religioni e avendo cura di garantire i principi fondamentali di libertà e di non-discriminazione, le istituzioni europee riconoscono «l’apporto sociale, educativo e civico delle religioni integrandolo nella sfera pubblica». Per il sociologo, le istituzioni accettano di prendere ufficialmente in considerazione il ruolo pubblico delle diverse confessioni (tra cui l’Islam) nella vita democratica delle società[2].

 

D’altra parte, sul piano delle persone e delle collettività, si sono spesso sviluppati comportamenti di empatia reciproca. Si sono messe inoltre in campo iniziative per imparare a conoscersi e vivere insieme: vi sono persone che operano concretamente nel proprio quartiere o negli spazi di socializzazione come le scuole o i club sportivi per testimoniare un’attenzione verso l’altro; imprese che accettano l’uso del velo islamico, eventualmente a determinate condizioni, fino a includerlo nell’uniforme della società; direttori delle risorse umane che tentano di soddisfare il loro personale garantendo nelle mense la presenza di prodotti accettabili per i musulmani; musulmani che decidono di creare proprie imprese per poter gestire i vincoli legati alle loro convinzioni; e infine vi sono numerosi ambiti associativi islamici che puntano a far conoscere le proprie attività umanitarie e sensibilizzare anche i non-musulmani.

 

Eppure, nonostante questi adattamenti siano molto importanti e riguardino diversi ambiti, e nonostante gran parte della popolazione musulmana e non-musulmana desideri semplicemente vivere relazioni pacifiche, sembra che queste dinamiche siano improvvisamente poco percepite, poco comprese o (volutamente) ignorate. Si dà più spazio a ciò che sciocca e disturba piuttosto che a ciò che, per quanto silenziosamente o lentamente, sta nascendo. Il fatto di conoscere e addirittura vivere queste pratiche, di poterne fornire esempi concreti[3], consente di per sé di vedere meglio quanta strada sia stata percorsa e riequilibrare i discorsi formulati in modo approssimativo. In linea generale, infatti, molti discorsi rimangono troppo lontani dal terreno, ciò che conferma alcune persone nella loro sensazione di essere particolarmente mal viste, poco rispettate se non perseguitate. Questi risentimenti possono essere tanto più forti quanto più sia presente una difficoltà a interrogarsi su se stessi e sulle proprie responsabilità, personali e collettive, nella costruzione di questi rapporti.

 

Appartenenze plurali

 

Le incomprensioni tra musulmani e non-musulmani sono riconducibili al fatto che, al di là delle conseguenze concrete del radicalismo violento di alcuni, ci troviamo di fronte a un «incontro complesso» di civiltà[4], in cui gli individui veicolano concezioni specifiche della storia e del mondo, del religioso e del politico e del loro rapporto reciproco, dello spazio pubblico, delle loro relazioni con gli altri, con la vita e con la felicità. Il disagio è accresciuto da immaginari reciproci dell’altro che, nonostante il carattere a volte stravagante, non dovrebbero essere trascurati ma decostruiti, a maggior ragione nella tensione dell’attuale contesto geopolitico. Di fatto queste rappresentazioni generano atteggiamenti di distinzione e di rifiuto che, a loro volta, producono reazioni e costruzioni speculari. Tendenzialmente, esse rafforzano la spirale della separazione tra musulmani e non-musulmani. L’affermazione identitaria dimentica che le appartenenze sono sempre plurali e tendono a esserlo sempre più. In questo quadro sarebbe allora più opportuno approfittare delle conflittualità per osare un dibattito e cogliere dove si situino le percezioni diverse e le incomprensioni, stabilire una gerarchia delle problematiche e valutare se sia possibile trovare convergenze.

 

Per cogliere meglio la natura e la portata del complesso incontro di civiltà, occorre aprire nuove prospettive in cui ognuno riconsideri le proprie concezioni del religioso e della democrazia. Da una parte sarebbe utile riconsiderare alcuni discorsi erronei dominanti in Europa, che stabiliscono un legame storico di causa-effetto tra la secolarizzazione delle società e l’avvento della democrazia: è importante ricordare che la secolarizzazione dello Stato è stata possibile innanzitutto nelle società in cui le religioni svolgevano un ruolo centrale, ed è anche grazie alla presenza di gruppi religiosi minoritari che miravano a ottenere un migliore riconoscimento dei loro diritti che è nata la democrazia[5]. E quando alcuni musulmani affermano che la democrazia è già praticata in epoca classica attraverso il concetto della shūrā (consultazione) è importante precisare ciò di cui si parla per meglio cogliere le specificità di ciascun sistema. Di per sé le religioni non svolgono forse un ruolo di critica e argine rispetto allo Stato e alle sue eventuali tentazioni autoritarie? Nelle condizioni attuali, le religioni sono non soltanto vere e proprie riserve di senso, ma anche autentiche risorse identitarie ed etiche, capaci di stimolare e alimentare i dibattiti, le solidarietà, le mobilitazioni e l’azione ma anche il ripiegamento comunitario. E, ampliando il dialogo con Willaime: le religioni non sono forse capaci di trasformarsi e rivitalizzare, oggi più di ieri, la democrazia, dal momento che sanno riappropriarsi delle tradizioni in maniera critica e/o contribuire alla trasmissione e alla legittimazione di principi comuni attraverso culture specifiche? L’Islam in particolare non potrebbe rappresentare una possibilità, spingendo i cittadini ad approfondire il senso e la portata di acquisizioni normative di base quali la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani?

 

D’altra parte, è altrettanto importante mettere in discussione il nesso tra religione e violenza e i discorsi secondo i quali le religioni sarebbero i principali portatori di barbarie. Se pensiamo alle atrocità della storia del XX secolo, abbiamo il diritto di domandarci se non vi siano stati più massacri legati alle ideologie secolari moderne (come i nazionalismi, lo stalinismo, il nazismo) piuttosto che alle religioni[6]. Questo non per cadere nel relativismo culturale, ma per riaffermare la necessità di guardare le cose con la giusta distanza e riconoscere che le religioni sono anche risorse etiche capaci di stimolare i nuovi slanci collettivi di cui abbiamo bisogno.

 

Sul piano cognitivo, si tratta di acquisire quelle conoscenze, in particolare sulla storia delle idee o sui contributi delle scienze umane, che potrebbero offrire a tutti un migliore quadro globale di comprensione delle relazioni e delle loro problematiche. Altre iniziative potrebbero essere intraprese nell’ambito comportamentale, del saper-fare o del saper-essere, così da rompere con i discorsi estremisti, apologetici e con gli stereotipi, e promuovere dibattiti, fosse anche solo a partire dall’impiego corretto di termini e concetti.

 

In ultima analisi, questo fermento può e deve essere considerato un’opportunità, tanto più ora che ci troviamo in un contesto del tutto inedito in cui tanto le istituzioni politiche quanto quelle religiose sono indebolite e perciò più propense a collaborare. Non dimentichiamo che al di là dei principi di regolamentazione sociale, il cuore pulsante delle nostre democrazie è innanzitutto costituito dal rispetto per le persone e dai contesti che rendono possibili la creazione e l’instaurazione di rapporti di fiducia. Sarebbe necessario iniziare a tener conto delle specificità di ciascuno, elaborare una nuova cultura comune in cui siano ristabilite le priorità, sulla base di dibattiti argomentati che portino a rivedere i modi collettivi di pensare e funzionare. È urgente rinegoziare un vivere insieme in cui ciascuno acconsenta a concedere qualcosa in favore di una collettività rinnovata, che tenga conto dei nuovi pluralismi, ma anche della necessità di far emergere un nuovo senso di appartenenza comune, un’identità di destino. È questo il modo con cui si può fermare la spirale della separazione, a patto che la società civile prenda davvero coscienza dell’urgenza di un sussulto costruttivo.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità dell'autore e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Note

[1] Si veda Jordane De Changy, Felice Dassetto e Brigitte Maréchal, Relations et co-inclusion. Islam en Belgique, L’Harmattan, Paris 2007; Célestine Bocquet, Felice Dassetto e Brigitte Maréchal, Musulmans et non musulmans à Bruxelles, entre tensions et ajustements réciproques, Fondation Roi Baudouin, novembre 2014; Célestine Bocquet, Brigitte Maréchal et alii, Musulmans et non-musulmans en Belgique : des pratiques prometteuses favorisent le vivre ensemble, Fondation Roi Baudouin, novembre 2015. I due report sono disponibili sul sito della Fondation Roi Baudouin e sul sito del Cismoc (www.uclouvain.be/cismoc).
[2] Jean-Paul Willaime, Le retour du religieux dans la sphère publique – Vers une laïcité de reconnaissance et de dialogue, Editions Olivétan, Lyon 2008.
[3] Si vedano in particolare i report sopramenzionati sulle buone pratiche (novembre 2015).
[4] Si veda Felice Dassetto, La rencontre complexe : Occidents et islams, Academia-Bruylant, Louvain-la-Neuve 2004.
[5] Cfr. Peter Van der Veer, The religious origins of democracy, in Gabriel Motzkin e Yochi Fischer (a cura di), Religion and Democracy in Contemporary Europe, Van Leer Jerusalem Institution and Network of European Foundations, London 2008, pp. 75-82.
[6] Eric Hobsbawm citato da José Casanova, The problem of religion and the anxieties of European secular democracy in Gabriel Motzkin e Yochi Fischer (a cura di), Religion and Democracy in Contemporary Europe, Van Leer Jerusalem Institution and Network of European Foundations, London 2008, pp. 63-74.