Due artiste e due sorelle, con le loro canzoni intrise di satira e rabbia hanno dato una colonna sonora alla storia libanese recente. Anche quando non avrebbero voluto scriverle, ma si sono trovate costrette a farlo

Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 10:05:23

Michelle e Noel Keserwany sono due sorelle, cantautrici, artiste e registe libanesi (proprio della regione di Keserwan, come indica il loro cognome). La loro traiettoria musicale e i loro “video visionari” ci permettono di rivivere l’ultimo, travagliato, decennio del loro Paese.

 

Siamo nel 2011. Tutto inizia belghalat (“per errore”, che sarà poi il titolo del primo disco, scritto, composto e illustrato interamente da loro): traendo spunto dalla loro vita universitaria all’USEK (Università del Santo Spirito di Kaslik, Libano), appena ventenni scrivono un pezzo intitolato Jagal el-USEK (“I bellocci dell’USEK”), una canzone amatoriale – chitarra e darbuka – che prende in giro un certo tipo di uomo-alfa libanese. Il brano è un successo immediato. Le migliaia di visualizzazioni su YouTube incoraggiano le sorelle a mettere in musica quello che hanno da dire.

 

Qualche mese dopo, nel loro secondo pezzo (2012), la satira tagliente si sposta dal campus universitario al Libano nel suo complesso (dove resterà lungo tutta la loro produzione): un collage di video amatoriali le riprende infatti mentre cavalcano “un cammello nel centro di Beirut” (questo il titolo della canzone, ‘Al jamal bi-wasat Beirut) per poi essere cacciate dalla polizia mentre delle “signore per bene” si tappano il naso. Per chi se lo stesse domandando: no, non è una scena normale. In Libano non ci sono cammelli (se non quei quattro poveri esemplari messi lì apposta per i turisti che visitano il tempio di Baalbek). Queste le parole con cui le sorelle presentano una delle loro provocazioni meglio riuscite finora: «Avete mai sentito, recandovi nel centro di Beirut, di essere ai margini di un concorso di “potere” dove la crème de la crème sfila con le proprie auto nuovissime, i vestiti alla moda, i sigari più lunghi […] e che quando osate entrare nel loro piccolo mondo perfetto rischiate di essere guardati male? […] Chi ha detto che è illegale essere meno fortunati? […] Chi ha detto che è contro la legge andarci a dorso di un cammello?».

 

2013. Terzo brano, terza provocazione: Panique bel Parlament (“Panico al Parlamento”), un video con animazioni grezze e primitive «come i politici libanesi», prende in giro questi ultimi immaginandosi che alcuni problemi tipicamente “libanesi” (dalle tubature dell’acqua che esplodono alle interruzioni dell’elettricità) si verifichino di colpo durante una seduta del Parlamento. Si scatena perciò un inevitabile panico tra i politici (con conseguenti rabbia e zuffe), incapaci di far fronte a queste inaspettate situazioni che rappresentano la realtà quotidiana di molti cittadini libanesi.

 

Il successo di queste canzoni le porta a interrompere carriere parallele nel campo della pubblicità e a dedicarsi a tempo pieno alla loro produzione artistica. Siamo ora nel 2015-2016: in Libano è piena crisi dei rifiuti e la popolazione scende in strada a protestare. Il duo compone Zaffatleh el Tarik (“Ha asfaltato la strada”), una dura requisitoria contro non più solo la classe politica corrotta, ma anche un certo confessionalismo e clientelismo di buona parte della popolazione libanese, ciecamente fedele al proprio leader locale (za‘īm) e al proprio partito “settario”. Dinamiche decennali, accusate di aver condotto il Libano nella crisi peggiore dalla sua nascita, una crisi mal gestita da una classe cleptocratica che costruisce il suo consenso su “favori” (come appunto asfaltare una strada o distribuire beni di prima necessità) familiari, “tribali” e comunitari-confessionali, e non “statali”. Per la quarta volta, le “recidive” ragazze fanno centro, consegnando l’ennesimo prodotto di impatto, con un video esplosivo in cui le si vede ballare in una delle tante cave d’estrazione che stanno “mangiando” le montagne libanesi e nel quale invitano a votare in modo cosciente e critico.

Un consiglio che daranno di nuovo alle elezioni parlamentari in Libano del 2018 – a nove anni di distanza dalle ultime – con la loro canzone Men3id w Men3id (“ripetiamo ancora e ancora”), dove si parla invece delle tante promesse vuote dei politici.

 

Ma prima di arrivare a quelle elezioni, Michelle e Noel registrano il sopracitato Belghalat (con due o tre pezzi meno famosi ma che meritano comunque un ascolto) e sfornano divertenti rivisitazioni à la libanaise di alcune storie famose (Cenerentola e Romeo e Giulietta) senza dimenticarsi di condannare certi valori patriarcali radicati nella società libanese.

 

Tappa successiva, le proteste libanesi del 2019: pochi mesi dopo lo scoppio delle rivolte, Michelle e Noel pubblicano una canzone su cui stavano lavorando da tempo, un video lucidissimo dai toni questa volta meno satirici e più arrabbiati. Ka'an Aayshin (“Come se stessimo vivendo”) descrive una società libanese soffocata, divisa tra chi vive in un mondo illusorio pur di non vedere la realtà e chi è distrutto da una realtà che uccide e ha già ucciso le generazioni future. Solo la fine del video sembra dare qualche speranza di rivoluzione («non torneremo al tempo in cui vivevamo “come se stessimo vivendo”»).

 

Una speranza che verrà presto spazzata via dal successivo componimento del duo. Agosto 2020: il porto di Beirut esplode, e con lui implode il sistema Libano, a 100 anni dalla sua nascita. Romansiyyeh Siyesiyyeh /Rou7 ya 7amam (“Storia d’amore politica/Vola Colomba”) è la canzone che le due artiste non volevano scrivere, ma si sono trovate costrette a farlo. Ed è la canzone che abbiamo scelto per questa puntata.

 

Infine, l’ultimo loro prodotto, Alf Leileh w Leil (“Le mille e una notte”) si riferisce alla “notte” che sta vivendo il Libano (non solo in senso figurato), in un dialogo tra forze rivoluzionarie e narrazioni dell’establishment, che termina poi in una specie di mantra ripetuto con forza: «Non dimenticheremo, non ci riconcilieremo con voi, non scenderemo a compromessi, non vi saluteremo dandovi la mano».

 

Prima di passare alla canzone di oggi, è necessario però menzionare gli altri lavori di queste due artiste. Insieme hanno diretto, per conto dell’organizzazione non governativa KAFA (ENOUGH) Violence & Exploitation, due video: A Story of People (2019) e "All Hail Civilization" حيّوا الحضارة (2021). Il primo mette in luce la mancanza di alcuni diritti fondamentali in Libano; il secondo è un cortometraggio che spiega le situazioni di ingiustizia che alcune leggi religiose creano nel Paese, violando in particolare i diritti delle donne. In precedenza avevano già collaborato con The Institute for Women’s Studies in the Arab World (IWSAW) alla produzione di un video di sensibilizzazione sulla disparità di genere in Libano.

 

Noel, dal canto suo, presta il suo talento partecipando a diversi progetti, conferenze, interviste, recital di poesie, e attivismo politico sia all’estero sia in patria. Michelle invece si è occupata di molte sceneggiature, affiancando Nadine Labaki in Cafarnao (film nominato agli Oscar 2018); ha illustrato alcuni lavori del compositore Faraj Suleiman (di cui abbiamo parlato in questa puntata di T-arab), dirigendo anche alcuni suoi videoclip; ha collaborato spesso con l’Istituto di Studi Politici e l’Istituto del Mondo Arabo a Parigi, tra concerti e dibattiti; ha insegnato “scrittura creativa” all’Université Saint-Joseph e ha preso parte a The 99 Women Project (un laboratorio collettivo di scrittura teatrale). E, dal suo sito, pare che nuovi progetti siano ora in cantiere.

 

Michelle e Noel Keserwany sono l’emblema di quello sforzo collettivo che desidera “cambiare le cose” in un Libano sempre più diviso. Non troviamo modo migliore di concludere se non con le loro parole: «Pensiamo che ogni persona svolga un ruolo in quella lunga catena dello “spingere le cose in avanti” nella società in cui viviamo […] Pensiamo a questa lotta come una routine che dovrebbe far parte delle nostre vite, non come un obiettivo che dovremmo raggiungere. Le cose potrebbero non essere mai così “perfette” come vorremmo che fossero, ma questo non ci impedisce di lavorare il più duramente possibile per spingere le cose in avanti, e di farlo con tutta l’energia che ancora abbiamo, anche dopo tutte le cose orribili che il sistema politico criminale (libanese) ci ha fatto vivere».

 

Buon tarab!

 

Canzone: Romansiyyeh Siyesiyyeh /Rou7 ya 7amam

Artista: Michelle e Noel Keserwany

Anno: 2020

Nazionalità: Libano

 

 

Storia d’amore politica/Vola colomba

 

Mi piacerebbe tanto incontrare qualcuno che mi faccia volare

Volare via da questo mondo, in un altro luogo…

Con un elicottero privato, ad esempio.[1]

 

Qualcuno che mi dia tutte le attenzioni del caso

Come il “mandato forte” fa con i traditori … ecco così![2]

 

Qualcuno che non mi tratti duramente

Così come abbiam visto fare dalla polizia contro i teppisti[3]

 

Io, onestamente, avrei voluto scrivere una canzone romantica

Ma … «non me lo hanno permesso»[4]

 

O…non mi scorgi tu forse

affogare nell’oceano dell’amor tuo?

No? Bene! Nemmeno io.

Nelle preoccupazioni, affogo!

Nelle bollette, affogo!

È da ottobre che non prendo una lira…tatatan!

 

Il tuo amore ha acceso un fuoco

all’interno delle banche,

mentre si bevono un bicchiere di whisky

con tutti i partiti politici[5]

e distribuiscono in modo equo la fame

a tutte le confessioni religiose

Affinché, una volta affondato, possano ricomprarsi il Paese

con i dollari, a poco prezzo

 

Mentre il Presidente, su un altro pianeta,

appiccica una cicca al vetro

e corre verso le telecamere dicendo:

«Guardate quel che ho fatto! Guardate che risultati!»

 

Paese mio, mio amore, luce dei miei occhi

I governanti di questa nazione me li hanno cavati, gli occhi![6]

 

Hanno ucciso i nostri amici

Ci hanno spaccato sulle nostre teste il Paese

Poi si sono additati tutti, uno con l’altro

Per infine accusarmi!

 

O…vola o colomba, e di’ loro:

Messeri![7]

Non ci pieghiamo[8]

Non ci pieghiamo

E pure se ci piegate

Ritorneremo in piedi! Torneremo in piedi!

 

Il piano di governarci con la paura non ha funzionato

Il popolo libero ha tenuto testa

E quando il leader se ne è accorto

il suo cuore è sprofondato, come la lira[9]

il leader ha aperto il fuoco

il leader ha aperto il fuoco

il leader ha aperto il fuoco

 

Ha aperto il fuoco

per via di un ordine

per via di un comandante

che controllava dei soldatini

che stringevano le loro armi

tutti tesi, fuori controllo[10]

mirando al nemico

e il nemico, che stava loro in fronte

era gente proprio come loro, affamata,

allora tutto il popolo ha pianto

allora tutto il popolo ha pianto

 

Nel frattempo, il leader ci ha anticipato tutti, andando a rammaricarsene[11]

Con chi? Con il suo canale preferito! Che mette tutto a posto![12]

Che sta attento alla sua immagine, lo veste per benino e gli fa fare il ruttino.

 

Dice loro: «Prendete la mia camicia e datemene una nuova,

la mia è sporca di sangue, fate sparire le mie armi[13]

e lasciate che faccia quel che devo fare»

 

…un incidente isolato…

…un incidente isolato…

…un incidente isolato…

«È stato un incidente isolato!»

«È stato un incidente isolato!»

 

O…vola o colomba, e di loro:

Messeri!

Non ci pieghiamo

Non ci pieghiamo

E pure se ci piegate

Torneremo in piedi! (x2)

 

Dove sono le buone maniere?

“Come morire di fame con grazia”

Con classe!

Ben in ordine!

Senza parolacce eh!

Senza far danni! [14]

 

O…vola o colomba

E di loro, mio Signore

Non ci pieghiamo

Non ci pieghiamo

E pure se ci piegate

Torneremo in piedi! (x2)

 

Vola o colomba e di loro

Vola o colomba

Vola o colomba e di loro

Vola o colomba

 

رومانسية سياسية

 

عبالي اتعرف ع حدًا يخليني طير

طير من هالعالم

روح ع مطرح تاني

بهليكوبتر خاصة مثلًا

 

حدًا يعاملني بطريقة بتعقّد

كيف بيعاملوا العميل بالعهد القوي

هيك

 

حدًا ما يقسى عليّ

يعاملني بحنّية

متل ما شفنا الشرطة بتعامل البلطجية

 

أنا للصراحة كان بدّي ياها تكون غنيّة رومانسية

بس

ما خلّوني

 

آه ألا تراني في بحر حُبك غارقة

لأ؟

منيح، لأنه ولا أنا

فأنا في الهموم غارقة

في الفواتير غارقة

صارلي مش قابضة شي من شهر عشرة

تاتاتن

 

حبّك ولّع نار بقلب المصارف لمّا ع جلسة كاس ويسكي ومع جميع الأحزاب

وزّعوا الجوع بالتساوي

ع كلّ الطوايف

تا يرجعوا يشتروا البلد

بالدولار من بعد الانهيار

 

والرئيس في عالم آخر

لزّق علكة عالقزاز

وركض جاب كاميرا وقالهن

ليكو عملت إنجاز

ليكو عملت إنجاز

 

بلدي حبيبي يا نور عيوني

حكّام البلد عوّروا عيوني

 

قتّلوا أصحابنا

فرطوا البلد ع راسنا

كل واحد دلّ على التاني ورجعوا اتّهموني

 

آه

روح يا حمام وقلّه

يا سيدي

نحن لا نُقمع

لا نُقمع

ولو حتى قمعتونا منرجع منطلع

روح يا حمام وقلّه

يا سيدي

نحن لا نُقمع

لا نُقمع

ولو حتى قمعتونا منرجع منطلع

 

مخطط زعما بالتخويف ما زبط

وقفوا الأحرار

شافهن الزعيم

متل الليرة قلبه هبط

أطلق النار الزعيم

أطلق النار الزعيم

أطلق النار الزعيم

 

أطلق النار من خلال قرار

من خلال قائد ماسك من تحته جنود صغار

ماسكين سلاح

متوترين مش متماسكين

مصوبين على العدو

والعدو يللي بوجّهن

عالم متلهن جوعانين

الشعب كلّه بكى

الشعب كلّه بكى

 

بهالوقت الزعيم سبقنا كلّنا واشتكى

عند مين

إذاعته المفضّلة

اللي بتظبّط كل شي

بتلمّعله صورته

بتلبسه وبتدشيه

قلهن

هدّوا قميصي

اعطوني قميص جديد

قميصي ملطّخ دم

تخلّصوا من فردي

تركوني سمّع فرضي

حادث فردي

حادث فردي

حادث فردي

حادث فردي

حادث فردي

 

روح يا حمام وقلّه

يا سيدي

نحن لا نُقمع

لا نُقمع

ولو حتى قمعتونا منرجع منطلع

 

روح يا حمام وقلّه

يا سيدي

نحن لا نُقمع

لا نُقمع

ولو حتى قمعتونا منرجع منطلع

 

وحسن التصرّف واللياقة

كيف تموت من الجوع وبغاية الأناقة

بكل شياكة

بكل ترتيب

من دون شتائم

من دون تخريب

 

روح يا حمام وقلّه

يا سيدي

نحن لا نُقمع

لا نُقمع

ولو حتى قمعتونا منرجع منطلع

 

روح يا حمام وقلّه

يا سيدي

نحن لا نُقمع

لا نُقمع

ولو حتى قمعتونا منرجع منطلع

 

روح يا حمام وقلّه

روح يا حمام

روح يا حمام وقلّه

روح يا حمام

 

 


[1] Il testo fa probabilmente riferimento alla vicenda di Amer Fakhoury, un cittadino libanese-statunitense, ex membro dell’Esercito del Libano del Sud (sostenuto da Israele, e perciò attivo fino al ritiro di quest’ultimo dal Libano, nel 2000), accusato di aver assistito e sovrinteso alla tortura e all’uccisione di numerosi prigionieri nella celebre struttura carceraria di Khiyam (guadagnandosi il titolo di “macellaio di Khiyam”). Fuggito dal Paese nel 2000, è stato arrestato nel 2019 durante una sua visita in Libano, e rilasciato nel marzo 2020 causa prescrizione dei capi d’accusa. Poco dopo il suo rilascio, un elicottero militare statunitense lo ha portato fuori dal Libano, in quella che è stata definita una «fuga rocambolesca» non senza evidenti polemiche e implicazioni internazionali.
[2] L’espressione “mandato forte” è stato utilizzato in particolare come slogan dal campo aounista, che vede nella presidenza di Michel Aoun una garanzia di stabilità politica per un “Libano forte”.
[3] Il termine Baltajiyya indica in generale persone che compiono delle attività criminali di qualunque tipo (in particolare: intimidazioni, molestie, furti) ed è stato applicato sia ai manifestanti durante le proteste antigovernative del 2019-2020 (per aver bruciato pneumatici, bloccato le strade, lanciato pietre, creato disordini, etc.) sia a coloro che, ostili a questi manifestanti, li hanno attaccati (bruciando le tende dei sit-in, pestandoli con bastoni e sbarre di ferro, etc.). La parola arriva dal turco baltacı, ossia colui che “porta” o “ha con sé” un “bastone tagliente”, “un’ascia” o “un’alabarda” (balta). Il termine indicava inoltre una sezione dell’esercito ottomano.
[4] Si tratta di una frase che ricorre spesso nella narrazione di alcuni partiti politici libanesi (e in particolare del Movimento Patriottico Libero) criticati per non aver messo in atto alcun cambiamento nel Paese dalla loro ascesa al potere.
[5] Un riferimento al banchiere libanese Salim Sfeir, a capo dell’influente Associazione delle banche (libanesi). Nel 2020 fece scandalo la sua immotivata partecipazione a una sessione del Consiglio dei ministri, per la quale si giustificò con queste parole: «Sono qui (solo) per farmi un bicchiere di whisky con questi signori». Durante le proteste antigovernative del 2019-2020 alcune banche furono incendiate.
[6] Durante le proteste antigovernative del 2019-2020, un manifestante perse la vista a causa dei proiettili di gomma sparati dall’esercito libanese ad altezza uomo.
[7] Nella poesia araba il poeta si rivolge spesso alle colombe, portatrici di buone novelle, soprattutto amorose; il destinatario di questo messaggio d’amore è spesso il mio “signore” o “messere” (sayyidī o sīdī, ma si è preferito renderlo al plurale nel testo).
[8] Qama‘a, traducibile con “frenare”, “piegare”, “domare”, “reprimere”, “schiacciare” o “soffocare”.
[9] Il termine za‘īm, indica il “leader” di un partito settario-confessionale dell’establishment libanese; qui invece un articolo di approfondimento sul crollo (del Libano e della lira libanese).
[10] Si noti il gioco di parole tra māsikīn (“coloro che stringono”) e mutamāsikīn (essere “solidi”, “forti”). I soldati stringono saldamente le loro armi, ma non possiedono tamāsuk, lett. “consistenza”, “logicità”, “solidità” e, per estensione, “controllo della situazione”.
[11] Il termine shakwa, tradotto qui con “rammaricarsi”, denota al contempo un “lamento”, una “rimostranza” e una “doglianza”. Il politico, perciò, non è responsabile di ciò che è successo ma, al contrario, si lamenta e si rammarica dell’accaduto.
[12] Si intende il canale televisivo del partito.
[13] Alcuni degli attuali politici libanesi sono stati i “signori della guerra” durante il conflitto civile libanese, per poi cambiare “camicia” una volta terminati le ostilità.
[14] Alcuni politici e parte dell’opinione pubblica contraria alle proteste antigovernative del 2019-2020 accusavano i manifestanti di non avere buone maniere, (balā akhlāq) di utilizzare un linguaggio volgare e inappropriato, di provocare danni materiali. La strofa prende dunque di mira questa volontà di mantenere un certo “decoro” anche durante delle rivolte popolari (si noti il francesismo shiyāka – qui tradotto “con classe” – dal francese chic).