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Medio Oriente e Africa

Dhekra: tra pellegrinaggio e politica, un caso aperto

Tunisina di origine, ma libica d’adozione, è una delle più apprezzate cantanti panarabe, tanto da essersi guadagnata il titolo di “principessa del tarab”. Ma la sua voce è stata anche scomoda, e secondo molti è stato questo a costarle la vita

Ultimo aggiornamento: 16/07/2021 15:11:09

Tra il 28 e il 29 novembre 2003 la polizia egiziana trova quattro corpi senza vita al numero 112 di via Mohamed Mazhar a Zamalek, nel palazzo Sarāy al-Sultān, uno degli edifici più affascinanti dell’isoletta cairota. Si tratta di Dhekra (scritto anche Thikra, Dhikra, Thekra, Zikra), celebre cantante tunisina, suo marito (un importante uomo d’affari e artista egiziano), la sua manager artistica e il coniuge di quest’ultima.

 

La versione ufficiale parla di un marito geloso che ha compiuto un massacro, per poi suicidarsi. Le versioni ufficiose (ben più popolari e variegate: si noti come le diverse narrazioni cambino a seconda della lingua selezionata su Wikipedia), tra cui quella portata avanti nei tribunali anche dai famigliari di Dhekra, sostengono che l’intelligence di alcuni Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, abbia posto a tacere una cantante scomoda.

 

Ma facciamo un passo indietro. Dhikrā Muhammad ‘Abd Allāh al-Dālī, nata in una città alla periferia di Tunisi, a 17 anni registra canzoni, passa alla radio e si fa apprezzare dal pubblico tunisino. È solo l’inizio di una brillante carriera “panaraba”: la sua voce declinerà gradualmente un vasto repertorio arabo, passando dalla Tunisia alla Libia, dall’Egitto alla Siria e infine al Golfo. Dhekra diventa un “classico” della musica araba contemporanea, guadagnandosi il titolo di «principessa del tarab».

 

Perché dunque questa sua fine tragica ha generato così tante narrazioni e le più improbabili speculazioni complottistiche? Forse perché non tornano alcuni elementi delle indagini (l’autopsia, l’arma del delitto, i tour cancellati senza preavviso, il possibile infangamento di alcune prove, le pesanti minacce di morte per blasfemia, il divieto di spostarsi dall’Egitto, etc.). O forse perché Dhekra era talmente “panaraba” da poter passare da un Paese all’altro, in un periodo in cui, tra questi Stati, la tensione era spesso alle stelle. In particolare, il suo speciale rapporto con la Libia non era ben visto nel Golfo, e viceversa. Sono gli anni in cui Gheddafi e Re Abdallah se ne dicono di tutti i colori agli incontri internazionali (Sharm el-Sheikh, marzo 2003), dopo anni di tensioni e provocazioni più o meno esplicite (in cielo e in terra).

 

Segui la playlist di T-Arab su Spotify: esplora i brani degli episodi passati e scopri quelli in arrivo 

 

Secondo le versioni ufficiose, sarebbero proprio le trame internazionali tra questi due Paesi la causa dell’omicidio. In particolare, a scatenare l’ira saudita sarebbe stata una delle 70 canzoni cantate sì da Dhekra, ma scritte dal libico ‘Alī al-Kīlānī (che dirà: «lei era la mia voce e la mia gola […] benché tunisina, era come se fosse nata in qualche wādī vicino a Sirte»).

 

Un paroliere qualunque? Non proprio. Cugino di Gheddafi e suo fedelissimo, al-Kīlānī è stato descritto come “il poeta della Rivoluzione verde e si è occupato, per conto del raìs, di sicurezza, di televisione libica (e della sua potente macchina propagandistica), nonché dell’ufficio di coordinamento dei comitati rivoluzionari.

 

Le sue poesie, musicate e diffuse in tutto il mondo arabo, non hanno mezzi termini: sono sue le parole della canzone pro-palestinese Wayn al-malāyyīn (“Dove sono i milioni [di arabi?]”), magistralmente interpretata da Julia Boutros, che domanda dove sia la rabbia del popolo arabo contro i soprusi israeliani sui palestinesi. È sua anche al-Qiddīs Saddām (“Santo Saddam”), un appassionato elogio di Saddam Hussein e una spietata denuncia ai suoi carnefici.

 

Ed è appunto sua mīn yajrā yaqūl? (“Chi oserà dire?”), la canzone che vi presentiamo oggi. Il brano, in origine, è un lungo poema di al-Kīlānī diviso in nove parti (manshūrāt) su diversi temi politici. Nello spezzone che vi proponiamo, il primo del componimento, con chiari toni anti-sauditi, la potente voce di Dhekra accusa la monarchia dei Sa‘ūd di essere serva dell’imperialismo americano e ipocrita, vietando (indirettamente) ai musulmani libici di compiere il pellegrinaggio (hājj) alla Mecca. Proprio quello che stanno compiendo in questa settimana migliaia di musulmani.

 

Questioni personali o complotto internazionale? Non ci è dato sapere di cosa morì realmente la cantante. Sappiamo però che Dhekra, in arabo, significa “memoria”, “anniversario”, “ricordo”. Ed è forse l’aspetto più impressionante di tutta questa storia, vedere quante commemorazioni e quanti tributi esistano ancora oggi per Dhekra e per il suo memorabile sorriso nel meravigliarsi che il pubblico ricordava tutte le sue canzoni a memoria.

 

Buon tarab!

 

Canzone: Mīn yajrā yaqūl

Artista: Dhekra

Anno: tra il 1996 e il 2002

Nazionalità: Tunisia

 

 

Scorri verso il basso per leggere il testo tradotto in italiano e l'originale arabo.

Qui tutte le precedenti puntate.

 

Chi osa dire che non è giusto?
 

Chi osa dire che non è giusto?[1]
[vorremmo] visitare e piangere alla Ka‘ba e alla tomba del Profeta[2]
Ma mi dicono che le lacrime minaccerebbero la sicurezza della flotta[3]
Dicono che la mia voce minaccerebbe la sicurezza della flotta.
«Piangi in cuor tuo,[4] lasciaci stare, non sovvertire la tranquillità del nostro protettore»[5]
Il “protettore” non governa un bel nulla, non fa altro che proteggere la flotta!
S’illude e non capisce! Uno stupido, [che pensa solo a] proteggere il petrolio!
Chi oserà dire che i nostri fratelli[6] ci vietano l’accesso alla Ka‘ba?[7]
Chi oserà dire che i nostri fratelli ci vietano di compiere il pellegrinaggio?[8]
Ci hanno detto che le lacrime minacciano la sicurezza della flotta!
Chi osa dire che non è giusto?

Vi consigliamo di compiere il pellegrinaggio islamico dal Papa e al Vaticano![9]
è più facile che andare alla Mecca o alla Ka‘ba, ed è più sicuro!
Il “protettore” della Mecca[10] è [in realtà] il “ladro” [della Mecca], non mi far dir altro, va![11]
Chi oserà dire al sovrano che perderà la sua poltrona?[12]
Hai usato tutto il tuo tempo per atterrirci,

o stupido, hai subito un bel lavaggio del cervello!
Chi oserà dire che i nostri fratelli ci vietano l’accesso alla Ka‘ba?
Chi oserà dire che i nostri fratelli ci vietano di compiere il pellegrinaggio?
Ci hanno detto che le lacrime minacciano la sicurezza della flotta!
Chi osa dire che non è giusto?

Ho detto loro: «I miei antenati[13] hanno conquistato[14] la Mecca con la spada»
Hanno risposto: «L’Occidente la protegge, tu [qui] sei [solo] l’ospite!»
Ho detto: «Sono un arabo! Ho conquistato la Mecca con la spada!»
Hanno risposto: «L’Occidente la protegge, tu [qui] sei [solo] l’ospite!»
«Piangi in cuor tuo e lasciaci in pace, che le tue lacrime ci causerebbero uno scandalo!»
Han paura che preghiamo alla Ka‘ba e diciamo la verità,
ma si dimenticano che anche da qui, le nostre preghiere saranno esaudite!
Chi oserà dire che i nostri fratelli ci vietano l’accesso alla Ka‘ba?
Chi oserà dire che i nostri fratelli ci vietano di compiere il pellegrinaggio?
Ci hanno detto che le lacrime minacciano la sicurezza della flotta!
Chi osa dire che non è giusto?

La vittoria non proviene da te,[15] e nemmeno lo speriamo!
E se fosse per te,[16] il pellegrinaggio non varrebbe proprio la pena farlo.
Noi compiamo ciò che Dio ha ordinato, il tawāf e il sa‘iy[17] e scriviamo 799[18]
Tu non sei né Abū Dharr[19] né Sayf Allāh al-Maslūl [20]
A che titolo saresti tu il responsabile dei luoghi sacri?[21]
Chi oserà dirti: «vattene, fratello dell’Islam!», non stizzirti!
Andiamo a pulire dove i soldati della flotta hanno lordato!
Chi osa dire che non è giusto?

Non parlare per noi e non usarci [a fini politici]. Non accettiamo umiliazioni![22]
La nostra marcia non ha indietreggiato, non accusarla di debolezza o arrendevolezza![23]
La nostra nazione[24] indugia, ma non dimentica[25]
con forza lavoriamo a una rivoluzione!
Noi confidiamo grandemente in Dio, le difficoltà passeranno.
Allora guideremo la sacra marcia[26] verso la Mecca.
Allora diremo al sovrano, perderai la tua poltrona, oh ingiusto!
Allora purificheremo ciò che l’esercito della flotta ha lordato!

 

 

مين يجرا يقول
 

مين يجرا يقول هذا مش معقول
بنزور ونبكي عالكعبة وقبر الرسول
قالوا لي الدمعة بتهدّد أمن الأسطول

إبكي في صدرك هنّينا لا تقلّب راحة راعينا
راعينا حاكم مُش حاكم حامي أسطول
واهم مُش فاهم مَسطول بيحمي البترول
 

مين يجرا يقول إخوتنا عن بيت الله منعتنا
مين يجرا يقول إخوتنا عن حج البيت منعتنا
قالوا لنا الدمعة بتهدّد أمن الأسطول

مين يجرا يقول هذا مش معقول

 

ننصحكم حجّوا للبابا والفاتيكان
أسهل من مكة والكعبة وأكثر أمان

مكة حاميها حراميها خلّي في صدري باقيها
مين يجرا يقول للحاكم كُرسيك يزول
ماك فاضي بينا مَسطول دماغك مغسول
مين يجرا يقول إخوتنا عن بيت الله منعتنا
مين يجرا يقول إخوتنا عن حج البيت منعتنا
قالوا لنا الدمعة بتهدّد أمن الأسطول

مين يجرا يقول هذا مش معقول
 

قلت لهم مكة أنا جدّي فاتحها بسيف
قالولي الغربي يحميها وانتَ اللي الضيف

ابكِ في صدرك ريّحنا لا تسيل دموعك تفضحنا
خافوني ندعي عالكعبة والحق نقول
نسيوا لو ندعي من عندي دعايَ مقبول
مين يجرا يقول إخوتنا عن بيت الله منعتنا
مين يجرا يقول إخوتنا عن حج البيت منعتنا
قالوا لي صوتك بيهدّد أمن الأسطول

مين يجرا يقول هذا مش معقول
 

لا النصر يجينا من قصرك ولا نحلم بِه

والحج إن كانَ بفضلك مَلحوق عليه

فرض الله نطوف ونسعى نكتب سبعة وتسعة تسعة

لا انك أبا ذرّ ولاك سيف الله المسلول

بأيْ صِفة عن أطهر بقعة مسؤول

مين يجرا يقول لك ارحل يا أخ الإسلام لا تزعل

خلينا نطهّر ما دنّس جيش الأسطول

مين يجرا يقول هذا مش معقول

 

لا تكتب عنّا تسيّسنا لا رضينا الذلّ

لا الركب تخلّف لا تسجّل كَلّ ولا مَلّ

أُمتنا تمهل لا تهمِل وبقوة عالثورة تعمل

ثقتنا في الله كبيرة والشِدّة تزول

ونقود الزحف المقدّس للكعبة طول

ساعتها نقول للحاكم كرسيك يزول يا ظالم

وساعتها نطهّر ما دنّس جيش الأسطول

 


[1] Si noti la rima della frase che dà il titolo alla canzone (yaqūlma‘qūl). Ma‘qūl significa letteralmente assennato (‘aql significa “senno”, “intelligenza”).  La frase mish ma‘qūl può essere dunque tradotta: “non è logico”, “non è assennato” e, per estensione, “non è accettabile”, “non è giusto”.
[2] Il pianto qui è inteso come un atto di devozione.
[3] Il testo si riferisce alla flotta navale statunitense, che utilizzava come punto d’appoggio per le sue attività militari l’Arabia Saudita e per estensione, come desidera sottolineare la canzone, i luoghi sacri dell’Islam.
[4] Sadr indica il “petto” e “l’interno” di una persona. Può essere dunque utilizzato anche con il senso di “cuore” e inteso come un pianto “silenzioso”.
[5] Qui l’Arabia Saudita prende la parola, indicando gli Stati Uniti d’America come suo protettore, che non devono essere disturbati dalla voce della cantante. Rā‘ī è un termine arabo polisemico, che può essere tradotto come “pastore”, “padrone”, “patrono”, “protettore”, “guardiano”, “sponsor”.
[6] Con “fratelli” si intende qui fratelli nella fede. Si riferisce dunque ai governanti sauditi (musulmani) che impediscono ai musulmani libici di compiere il pellegrinaggio.
[7] Bayt Allāh, lett. “la casa di Dio”.
[8] Hājj, ossia il pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri fondamentali dell’Islam.
[9] Come visto sopra, il termine hājj denota nel senso comune il pellegrinaggio islamico. La frase è dunque fortemente provocatoria.
[10] Ḥāmī, ma anche khādim e hākim sono titoli che, in passato, sono stati attribuiti (o dei quali ci si è appropriati) per indicare il “protettore” o “protettori” dei luoghi santi dell’Islam. La dinastia saudita, a partire da Faysal b. ‘Abd al-‘Azīz (m. 1975) ha utilizzato questo titolo, non senza polemiche da parte di altre autorità islamiche desiderose di “proteggere” la Mecca al posto loro.
[11] Più letteralmente: “lascia che il resto lo tenga dentro di me ( sadrī)”!
[12] Zāla è un verbo arabo che esprime l’idea di transitorietà. Più letteralmente, “la sua sedia svanirà, scomparirà, sarà rimossa”.
[13] Jadd-ī, lett. “mio nonno”.
[14] Il verbo fataha, lett. “aprire”, è il verbo che solitamente indica le “conquiste” (fath/futūh) arabo-islamiche dei primi secoli.
[15] Lett. “dal tuo palazzo”.
[16] “Se fosse per te” può essere interpretato: 1. Se fossi tu la ragione del pellegrinaggio oppure 2. Se fosse grazie a te che noi possiamo compiere il pellegrinaggio. In entrambi i casi, il paroliere afferma il suo palese disprezzo per la dinastia saudita.
[17] Si tratta di due pratiche fondamentali del pellegrinaggio islamico. Il tawāf è la circumambulazione della Ka‘ba, mentre il sa‘iy è una camminata di andata e ritorno, a passo svelto, tra due collinette adiacenti alla Ka‘ba.
[18] Si riferisce probabilmente a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcuni commenti alla canzone affermano che il testo è scorretto, poiché la risoluzione a cui fa riferimento non è la 799 (riguardante i soprusi israeliani nei confronti della popolazione palestinese), bensì la 748, che portò, tra l’altro, a un embargo aereo totale contro la Libia. Altri commenti confermano che si tratta della risoluzione 799, a voler indicare la “fedeltà” libica alla causa palestinese, a differenza dell’Arabia Saudita.
[19] Abū Dharr al-Ghifārī al-Kinānī (m. ca. 31/652) è stato un Compagno del Profeta Muhammad, nonché archetipo del pio musulmano.
[20] Sayf Allāh al-Maslūl, ossia “la Spada sguainata di Dio”, era il soprannome di Khālid b. al-Walīd (m. ca. 21/642), celebre guerriero arabo musulmano, che si distinse per le sue doti belliche. L’accostamento di questo personaggio con Abū Dharr può essere interpretato come un rifiuto dell’autorità “religiosa” e “militare” della dinastia saudita.
[21] Oppure: “in che veste (sifa)” o “per quale ragione” sei a capo “del punto più puro [sulla terra]?”. Il testo solleva la questione della legittimità della dinastia saudita come “protettrice” della Mecca. Una frase molto simile fu pronunciata da Gheddafi in uno dei suoi scontri pubblici con re Abdallah.
[22] Il termine etico-religioso dhull indica sia “umiliazione” che “disonore” e “ignominia”.
[23] Il termine rakb indica un “convoglio” di persone, una “carovana”, una “processione” o una “parata”. Si tratta forse di un riferimento all’iniziativa di Gheddafi del 1995: il raìs inviò un convoglio aereo carico di pellegrini libici verso la Mecca, sfidando platealmente l’embargo sopracitato. Qui l’articolo di giornale che annunciava la provocazione libica.
[24] Il termine umma è qui (volutamente?) doppio: può indicare una comunità in particolare (in questo caso, la nazione libica) o la Comunità (la umma dei fedeli musulmani). Dato il riferimento a una “rivoluzione”, si è preferito tradurre con nazione, pensando alla rivoluzione culturale attuata da Gheddafi dall’inizio del suo potere. 
[25] Si noti il gioco di parole tra indugiare (mahala) e dimenticare (hamala).
[26] Il termine zahf, lett. “strisciare”, è usato in ambito militare per indicare un “avanzamento” o una marcia a scopo di invasione.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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