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Medio Oriente e Africa

Jawhar: voce poetica delle persone ai margini

Fermo immagine del video di Jawhar su YouTube

Il cantante tunisino, arrivato tardi alla musica, ha provato in ogni modo a prendere le distanze dal suo Paese. Oggi vive in Belgio, ma i suoi testi raccontano “una primavera araba che sta svanendo”

Ultimo aggiornamento: 08/04/2021 08:33:00

Fanno sorridere le decine di etichette applicate a Jawhar Basti. Il Nick Drake tunisino? Il John Martyn nordafricano? Il troubadour Radiohead sensuale e mistico del terzo millennio? L’elegante folk-soul chaabi o il mezoued-folk-ipnotico-intimo arabo? Senza contare quelle che gli stanno davvero strette, come “il cantante di world music”. Davvero basta strimpellare due note sull’oud e cantare in una lingua che non sia l’inglese per parlare di world music?

 

Sul “tono” delle sue canzoni i critici sembrano più unanimi: introspettive, poetiche, intime ed essenziali, come dimostrano i suoi live (e a ben vedere, come richiede il suo nome: jawhar in arabo significa “essenza”).

 

Ma chi è Jawhar? Lui si racconta come un cantante nato a Radès (9 km da Tunisi),  che ha scoperto la musica tardi e che ha iniziato a esprimersi artisticamente in inglese in parte per prendere le distanze dalla Tunisia e dai suoi genitori. In effetti, se la madre è professoressa di letteratura araba, il padre è stato professore, sceneggiatore, direttore di importanti festival teatrali tunisini (Hammamet, Cartagine), ambasciatore in Libano e in Giordania e ministro della cultura del governo di Ben Ali. Non è facile per nessuno essere “il figlio di”.

 

[Qui tutte le puntate di T-arab]

 

Insomma, Jawhar tenta di trovare una sua dimensione identitaria e artistica finendo come “studente immigrato” in Francia, dove occupa le sue giornate tra teatro e letteratura inglese, e dove incide il suo primo album, proprio in questa sua “seconda lingua” (When Rainbows Call, My Rainbows Fly, 2001/2004).

 

L’eredità tunisina bussa però alla porta: dopo un lungo periodo di inattività musicale, torna a Tunisi, fonda la compagnia teatrale APA con Lofti Achour e Anissa Daoud e realizza in arabo colloquiale tunisino una pièce (Hobb Story, 2010) su una certa schizofrenia araba nel vivere la sfera dell’amore e del sesso. Più avanti si occuperà dell’idea di “potere” nelle società arabe (Macbeth, Leila & Ben: A Bloody History, 2012), collaborerà con la coreografa Nawel Skandrani e comparirà in un cortometraggio premiato a Cannes (La laine sur le dos, 2016).

 

Contestualmente, Jawhar ritrova la sua dimensione “tunisina” anche a livello musicale, restando però lontano dal suo Paese (oggi vive in Belgio) e anzi lamentando un’assenza di interesse e strutture per l’industria musicale in Tunisia. Incide dunque due album, Qibla wa Qobla (2014) e Winrah Marah (2018) e partecipa in due progetti più modesti, quello più elettrico Yallah Bye e quello in francese Offo Vrae.

 

Ma Jawhar ha scritto qualcosa di “politico”, per noi rilevante? In alcune sue interviste dice di non esser stato particolarmente engagé nelle rivolte, mentre il suo sito parla di testi «ispirati a una primavera araba che sta svanendo» e in qualche intervista si spinge pure su considerazioni di attualitàDonc?

 

Forse la risposta la troviamo nell’ideazione del suo ultimo album: si tratta di 10 canzoni-storiechaabinello stile e contenuto narrativo, ossia “racconti” di persone ai margini della società, incompresi, che lottano per una loro individualità, mentre la società tenta di soffocarla. È questo il caso della canzone Winrah Marah  (“Dov’è andata Marah?) e del curatissimo  e cliccatissimo videoclip che vede protagonista una delle “dive” del teatro tunisino, Fatma Ben Saïdane, interprete sublime di un’anziana donna che vaga disperata in cerca di un figlio che non ha mai avuto, “immaginato fino alla pazzia”, pur di sfuggire alle pressioni sociali che subiscono le donne senza figli in molte società arabe (e non solo); è il caso del folle del villaggio, da tutti rifiutato, che sente i jinn e incarna una specie di mito di Sisifo rivisitato; della donna che subisce impliciti e subdoli soprusi da parte di un uomo; del giovane che dice Menich Hzin (“non sono triste”), ma che è fortemente disilluso da questa “primavera” ancora incompiuta.

 

Abbiamo scelto di presentarvi l’ultima canzone dell’album, divenuta popolare anche grazie alla sua apparizione nella celebre serie televisiva tunisina Affaire 460. Anch’essa è acustica, intensa e densa, ma non per questo dolce e spensierata. Jawhar la definisce una canzone non tanto contro la religione, quanto contro l’ipocrisia religiosa degli islamisti, contro chi insiste nel voler imporre il proprio credo agli altri. S’intitola Khusūf “eclissi”, e considerando che la mezzaluna è tra i simboli islamici per eccellenza, si intuisce la critica, poetica ma tagliente. Qualche commento su YouTube si spinge fino a vedere nel testo «giovani tunisini che partono per l’illusione del jihad in Siria, ingannati da paradisi ultraterreni e vergini che non avranno mai». Qui una versione scarna, dal vivo, in radio. In questo caso, niente inganni: è proprio così la sua voce.

 

Buon tarab!

 

[Qui tutte le puntate di T-arab]

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Eclissi[1]

 

Con la religione si son comprati un biglietto

Per un paradiso d’illusioni e palazzi vuoti[2]

Mentre passano gli anni

compiendo azioni che distruggono l’anima.[3]

 

Han venduto il giorno

Per comprarsi il sonno

Han fatto apparire un’eclissi

Mandando la notte in pezzi[4]

 

Eppure la notte continua a scorrere

Mentre noi rimaniamo ancora così lontani dal nostro Destino[5]

 

Cosa valgono gli anni passati a negoziare

tra una rak‘a e una preghiera funebre?[6]

 

Han venduto il giorno

Per comprarsi il sonno

Han fatto apparire un’eclissi

Mandando la notte in pezzi

 

Condizionandoci, seminando in noi paura[7]

 

La notte è andata in pezzi

La notte è andata in pezzi

 

Sono passati anni, nella paura.

La notte è andata in pezzi

Già si annuncia il giorno,

ma c’è solo un’eclissi

Un’eclissi

Un’eclissi

 

 

خسوف

 

بالدّين اشراوا تذاكر

لجنّة سراب وقصور قبور

والأعمار اللي تتراكم

تحت أفعال تنقض الروح

 

باعوا اليوم

اشراوا النوم

جابوا الخسوف

طاح اللّيل طروف

 

اللّيل مازال مسافر

واحنا بعاد على المرسوم

شو الأعمار اللي تتساوم

بالركعات وصلاة الموت

 

باعوا اليوم

اشراوا النوم

جابوا الخسوف

طاح اللّيل طروف

 

بين ظروف
وزرع الخوف

طاح اللّيل طروف

 

طاح اللّيل طروف

راحوا أعمار في الخوف

طاح اللّيل طروف

نهار جهار خسوف

 

خسوف خسوف خسوف خسوف خسوف

 


[1] Due termini arabi indicano il fenomeno dell’eclissi: khusūf per l’eclissi lunare, kusūf per l’eclissi solare. È evidente qui il riferimento a un’eclissi “religiosa”. In generale, il testo della canzone è altamente metaforico e poetico. Tentiamo di proporvi una traduzione fedele che restituisca però l’essenzialità dei versi arabi.
[2] Più letteralmente: “palazzi di sepolcri”, ossia grandiosi palazzi, esternamente impattanti ma interiormente vuoti e morti come tombe.
[3] La parola qui tradotta con anima è “rūh”, più propriamente lo “spirito”. Il verbo qui tradotto con “distruggere” indica in realtà un vero e proprio “sgretolamento”. La frase può essere resa più semplicemente con: “passano i loro anni nel peccato”.
[4] Numerose sono le possibili interpretazioni e dunque traduzioni di questo ritornello: abbiamo optato per una traduzione relativamente letterale, per lasciar parlare il testo. D’altronde, l’idea di “vendere” il giorno può essere interpretata come uno “sprecare” o “gettare via” il giorno, ossia “la luce”, il “bene”. Al contrario, “per comprarsi il sonno” può essere inteso come un “garantirsi” un certo riposo, una certa agiatezza (nelle tenebre, d’altronde). Infine, “hanno fatto apparire un’eclissi” può essere forse interpretato con quest’aggiunta: “su di noi”.
[5] Marsūm, letteralmente ciò che è stato disegnato, il Destino o Disegno (divino).
[6] La rak‘a è “l’unità costitutiva” della preghiera islamica, ossia una serie di movimenti e orazioni che compongono la salāt o preghiera islamica “canonica”, a sua volta diversa dalla du‘ā o preghiera “volontaria”, spesso di invocazione. Interessante l’utilizzo del verbo tasāwama, che indica precisamente l’atto di “negoziare”, di “discutere il prezzo” di un bene, forse a indicare una concezione mercantilistica della relazione al divino, fatta di calcoli umani. Infine, si noti l’assenza di un vero orizzonte escatologico, racchiusa nel riferimento alla “preghiera funebre” (salāt al-mawt).
[7] Si tratta di un’interpretazione del testo, che recita in modo più scarno: “in certe condizioni, seminando paure”.
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