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Medio Oriente e Africa

Il campetto e il ponte: prove di riconciliazione nell’Iraq post-Isis

Mosul, 2017. [© Arianna Pagani]

Nella piana di Ninive, diversi progetti cercano di riscostruire edifici e relazioni umane dopo la devastazione causata dai miliziani dello Stato Islamico (ma non solo). Protagonisti sono i giovani, lo sport e la cultura

Ultimo aggiornamento: 30/03/2021 15:48:16

Fotografie di Omar Alamree e Arianna Pagani

 

È una tiepida giornata di metà marzo. La strada che conduce da Erbil a Tob Zawa, villaggio della piana di Ninive a circa ottanta chilometri a est di Mosul, è ancora vestita a festa. Appesi ai pali della luce, sventolano gli addobbi con il volto di Papa Francesco e le insegne “Benvenuto in Kurdistan”. Lasciando la strada principale, disseminata di checkpoint, milizie ed eserciti, ci si immerge nel cuore rurale della piana di Ninive, regione abitata storicamente dalle minoranze assire, yazide, shabaki e turcomanne. All’ingresso di Tob Zawa, controllato dalle milizie sciite di al-Hashd al-Sha‘bī, le gigantografie immortalano in un abbraccio fraterno Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, rispettivamente comandante delle brigate al Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e capo delle milizie irachene Kataib Hezbollah, entrambi uccisi il 3 gennaio 2020 da un attacco statunitense.

2021_iraq-5.jpg[L'ingresso di Tob Zawa è controllato dalle milizie sciite al-Hashd al-Sha'abi. Numerosi segni iconografici come poster, bandiere e scritte inerenti al gruppo sciita © Arianna Pagani]

 

Sulla fotografia campeggia la scritta in arabo Mujāhid, il grande combattente, colui che ha donato la vita per la causa. Non molto distante dal primo checkpoint all’ingresso del villaggio, si percorre una strada polverosa e sterrata, circondata dal nulla. I segni della distruzione sono ancora visibili. Edifici accartocciati dai bombardamenti, case mitragliate con tetti divelti, veicoli carbonizzati usati dall’Isis come autobombe sono ancora lì, quattro anni dopo la liberazione di questi territori dallo Stato islamico. Una delle poche strutture rinnovate è un campetto da calcio e da pallavolo, adiacente a un centro giovanile, anch’esso ristrutturato. Da un pulmino bianco scende un gruppo di adolescenti, tutte ragazze yazide, abbigliate con tute e scarpette da ginnastica. Si allenano due volte a settimana in questo centro sportivo costruito grazie al progetto “United For Peace” (in arabo Ma‘an Li-l-Salām), finanziato e realizzato dal Malteser International, Un Ponte Per e dalla cooperazione tedesca, per rafforzare attraverso lo sport, la cultura e l’arte, la coesione sociale e il dialogo tra le comunità che vivono nella piana di Ninive.

 

Ed è lo sport che qui contribuisce a curare le ferite dell’Isis, del conflitto, della fuga e del ritorno. Lo si intuisce dallo sguardo gioioso di queste ragazze mentre si riscaldano prima di iniziare la partita di pallavolo. Le loro parole lo confermano: «Lo sport ci unisce. Mi ha aiutato a conoscere nuove persone e mi aiuta a non pensare ai problemi», spiega Ranin, 17 anni. «Quando siamo scappati, non pensavo saremmo mai tornati. Mio padre è stato rapito da Daesh [acronimo arabo per Isis], anche mia zia e mio cugino. Di lui non sappiamo più niente. Daesh è una parola proibita a casa. Ho paura ogni volta che la sento», racconta. Anche Nargez, 19 anni, conserva ricordi indicibili. «Daesh ha occupato i nostri territori e le nostre case. Io e la mia famiglia siamo scappati di notte, camminando per giorni nelle montagne. Non potrò mai dimenticarlo». Ranin e Nargez sono due delle migliaia di persone fuggite dalla piana di Ninive nel 2014 quando i miliziani dell’Isis hanno occupato militarmente questa regione. Tutte hanno un familiare rapito o ancora disperso. Per diversi anni hanno vissuto all’interno di campi per sfollati interni a Dohuk, nel Kurdistan iracheno poi, dopo la liberazione, tra la fine del 2017 e il 2018, sono ritornate a vivere qui. Hanno ripreso la scuola e lo sport. Ogni settimana si incontrano con altre squadre dei villaggi limitrofi, di diverse confessioni. «Con lo sport la cosa più bella è che giochi e basta. Non pensi se l’altro è musulmano. L’unico valore è quello dello sport e del rispetto delle regole. Non ci interessa nient’altro», conclude Ranin. 

 

Secondo i risultati dello studio “Costruire la coesione sociale tra cristiani e musulmani attraverso il calcio nell’Iraq post-Isis”, pubblicato su Science ad agosto 2020, nel contesto post-bellico il contatto sociale e lo sport possono contribuire alla ricostruzione della coesione sociale con i coetanei e i conoscenti. Lo studio realizzato da Salma Mousa, ricercatrice post-dottorato presso l’Immigration Policy Lab e il Center for Democracy, Development, and the Rule of Law di Stanford, evidenzia tuttavia che lo sport non ha influenzato i comportamenti sociali generali, come la frequentazione di un ristorante gestito da musulmani o la partecipazione a eventi sociali misti, ma ha incentivato comportamenti tolleranti verso i pari. 

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[All’interno di un centro sportivo a Tobzawa, un gruppo di venti ragazze tra i 13 e 17 anni si incontra quasi ogni giorno per giocare a pallavolo e a basketball © Omar Alamree]

 

Ed è proprio questo lo spirito del progetto “United For Peace”, spiega Martina Pignatti Morano, direttrice dei programmi di cooperazione di Un Ponte Per e responsabile di Peacebuilding. «Il processo di dialogo e cooperazione è difficile per un Paese come l’Iraq, perché naturalmente c’è stata tanta violenza in questi anni e c’è desiderio di vendetta contro i colpevoli o i presunti tali. I giovani e le donne, tuttavia, sono coloro che hanno idee e soluzioni creative per promuovere la riconciliazione ed è per questo che è fondamentale investire in programmi di educazione alla pace. Perché l’arte, lo sport, la cultura e l’istruzione sono il modo per prevenire l’estremismo, sempre. 

 

Lasciando alle spalle le aree remote e abbandonate della piana di Ninive in direzione di Mosul, i checkpoint si moltiplicano. Milizie curde, poi esercito iracheno, milizie sciite e di nuovo esercito iracheno. Un ginepraio di sigle, divise e poteri. Il recente viaggio di Papa Francesco in Iraq facilita il passaggio ai giornalisti. All’entrata della città di Mosul, vicino alla piazza al-Muthnna, lo sguardo distratto cade su un muro di cemento armato pieno di murales colorati. Uno sparuto gruppo di adolescenti vestiti con camici bianchi e pennelli tra le mani è indaffarato a dipingere un nuovo disegno. Si riconosce il volto dell’architetta anglo-irachena Zuha Hadeed, quello di Jask Sparrow e di altri personaggi popolari del mondo del cinema, della cultura o dell’arte. «Siamo tutti volontari», esclama Rasul, 20 anni, studentessa di letteratura all’università di Mosul. «Lo scopo di queste attività è far sapere che noi giovani vogliamo sentirci parte della nostra società, vogliamo migliorarla, colorarla e prenderci cura del posto in cui viviamo». Rasul fa parte del collettivo 7Arts, fondato nel 2020 da un gruppo di studenti e studentesse di diverse facoltà per cambiare l’immagine della città di Mosul. Sono tutti volontari e si danno appuntamento in diversi quartieri della città per colorare un muro, una rotonda o un edificio dove il conflitto non sembra essersene mai andato. «Durante il periodo di Daesh, questo muro era pieno di slogan di Daesh e di colpi di proiettili. Le tracce della guerra sono ancora visibili dopo tutti questi anni. Stiamo cercando il più possibile di nasconderle perché portano molta tristezza agli occhi dei cittadini. Cerchiamo di far vedere alla città la gioia e proviamo a far dimenticare i giorni neri che sono passati». Tra le varie attività del collettivo ci sono anche le prime mostre ed esposizioni, come quella nella sala dell’Istituto culturale franco-iracheno, inaugurata lo scorso 7 febbraio e intitolata “Un tocco di gioventù”. «Abbiamo deciso di concentrarci sulle cose belle che tutti i cittadini accettano, come i personaggi di un cartone animato o di un film. Quando passano davanti ai nostri murales e vedono questi colori così attrattivi, provano gioia, si fermano, scattano una foto e questi colori si diffondono sui social e dove c’era solo nero, oggi c’è colore». 

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[Mosul. 7Arts è un collettivo fondato nel 2020 da un gruppo di studenti e studentesse di diverse facoltà per cambiare l'immagine della città di Mosul © Arianna Pagani]

 

Per chi ha visto Mosul, gli occhi stremati dei suoi cittadini durante l’offensiva militare, i bombardamenti, le voragini nelle strade e le case accartocciate, le voci di questi giovani appaiono come un mezzo miracolo. E anche se la riconciliazione avrà bisogno di tempo, la vita a Mosul lentamente riprende. Anche quella culturale e letteraria. Il caffè Qantara è un luogo dove si respira letteratura e poesia: le travi a vista, i divanetti in stile arabo traforati, tutti rigorosamente intagliati in legno e poi oggetti provenienti da culture e tradizioni diverse del Paese, come statue della cultura yazida o piccole miniature dei mudif, “le case degli ospiti”, di tradizione mesopotamica. E infine, le tipiche porte delle case della città vecchia a memoria di quello che un tempo era Mosul. «Qantara è un’idea che ci è venuta in mente già durante l’occupazione di Daesh. Poiché Daesh ha separato la nostra società, il nostro sogno era quello di ricollegarla all’interno di questo luogo. Il nostro slogan fin da subito è stato “il luogo per tutti”». A parlare è un giovane ingegnere di 35 anni, Younis Shlash, uno dei fondatori di questo centro culturale che accoglie donne e uomini, vanta una libreria ben fornita e ospita letture, presentazioni di libri e concerti.  

 

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[Caffè Qantara, nel cartello in alto a destra: “parete che documenta i crimini dei terroristi dell’Isis” © Arianna Pagani]

 

Mosul è stata per secoli celebrata come un centro di cultura, ma quella vita è stata soppressa anche prima che lo Stato islamico dichiarasse il suo califfato nel 2014. Al Qaeda ha preso di mira i musicisti e gli artisti sulla scia dell’invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2003 e da allora l’espressione culturale è stata soffocata. 

 

«L’idea principale di questo posto è unire le persone con gli stessi valori cercando di ridurre le tensioni nella società dopo quello che è successo in questi anni», spiega il fondatore. «Come sapete, quando Daesh è arrivato, ha messo le comunità l’una contro l’altra, ha cacciato i cristiani e le altre minoranze da Mosul, ha rapito le donne yazide come schiave sessuali, e ha anche attaccato i musulmani sunniti contrari a quell’idea. Ecco perché abbiamo deciso di aprire questo posto per concentrarci sulla coesione sociale e per riportare la pace a Mosul». 

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[Nel centro culturale di Qantara molti ragazzi vengono a studiare e lavorare. In questo centro culturale è stata allestita anche una libreria che ospita letture, presentazioni di libri e concerti © Omar Alamree]

 

Niente è lasciato al caso in questo spazio di cultura. Anche il nome scelto ha un significato ben preciso, spiega sempre Shlash, «Qantara in lingua araba significa “ponte”. Storicamente nella città vecchia di Mosul si usava questo ponte per collegare un edificio all’altro. Sotto questo ponte c’era una porta che era l’ingresso di un rione e la piccola curva in cima a questa porta si chiamava Qantara. Abbiamo scelto questo nome perché collegava la società, e abbiamo deciso di mettere questo ponte qui per ricollegare tutti i giovani che appartengono a questa società». 

 

Mentre Younis racconta con modi garbati la storia di Qantara, in un angolo, un gruppo di uomini discute con un libro e una sigaretta in mano.  «Stiamo parlando di letteratura, di natura e di politica perché tutto ha un’influenza sulla vita politica», spiega Ibrahim Almass, poeta e traduttore di Mosul, «Lo facciamo qui perché troviamo una specie di libertà. Dopo molti anni di sofferenza e di silenzio, oggi torniamo a parlare e a confrontarci». 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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