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Cristiani nel mondo musulmano

«Abbiamo salvato gli esseri umani e la loro cultura»

In fuga da Mosul dopo un attacco di Isis, 2016 [cosimoattanasio - Redline / Shutterstock.com]

Dopo la sconfitta militare dello Stato Islamico, nell’Iraq del Nord stanno tornando i cristiani. Ne abbiamo parlato con il nuovo Arcivescovo caldeo di Mosul

Ultimo aggiornamento: 22/03/2019 10:33:41

Costretti a fuggire dall’avanzata dell’Isis, dopo cinque anni i cristiani stanno tornando a Mosul e nella piana di Ninive. Da gennaio la città ha di nuovo un Arcivescovo caldeo, Najib Mikhael Moussa, che prima di diventare pastore di uomini ha messo in salvo il loro patrimonio culturale.

Intervista a cura di Chiara Pellegrino

 

 

In Iraq lo Stato Islamico è stato militarmente sconfitto. I cristiani stanno tornando a Mosul e nella Piana di Ninive?

Più dell’80% dei cristiani sono già ritornati nella piana di Ninive ma non ancora a Mosul, perché la città non è sicura. Diverse famiglie sono tornate in città ma dopo una settimana si sono ritrasferite a Erbil o nella piana di Ninive perché non si sentivano al sicuro. Attualmente a Mosul ci sono soltanto 40-50 famiglie cristiane. Nella piana di Ninive 6 o 7 villaggi hanno accolto i cristiani, sono villaggi di Shabak [gruppo etno-linguistico minoritario dell’Iraq, NdR] e villaggi misti in cui convivono famiglie musulmane e famiglie cristiane, come Qaraqosh, Karamles, Batnaya e Talkief.

 

Come sono i rapporti tra cristiani e musulmani iracheni, soprattutto con gli sciiti?

Ci sono musulmani sunniti e sciiti a Mosul e nella piana di Ninive. A Mosul sono in maggioranza sunniti mentre nella piana di Ninive sono per lo più sciiti. Oggi le milizie sciite che rappresentano il governo dominano la regione sul piano militare. Il rapporto tra cristiani e musulmani varia secondo i giorni e le zone: i sunniti e gli sciiti si contendono molti luoghi nella piana di Ninive e vogliono impossessarsi dei territori cristiani. Perciò vengono commesse molte ingiustizie e intimidazioni da parte delle famiglie che vogliono mettere le mani sulle terre dei cristiani, che vivono là da duemila anni. 

 

Come sarà possibile ricostruire la fiducia e la convivenza tra le diverse componenti della società?

Fin dalla mia nomina ad Arcivescovo di Mosul, il 18 gennaio scorso, e il successivo insediamento, ho detto chiaramente che vogliamo tendere la mano, costruire ponti tra le religioni e le etnie per superare il passato, vivere il presente fraternamente e ricostruire Mosul mano nella mano. Le chiese di Mosul sono in gran parte distrutte, ma tra coloro che hanno pulito e riappeso le croci c’erano anche dei giovani musulmani.

Arcivescovo e comunità.jpg

La comunità cristiana di Mosul dà il benvenuto all'Arcivescovo

 

Nel Documento sulla fraternità umana sottoscritto ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam dell’Azhar, viene menzionata la nozione di piena cittadinanza e la rinuncia all’uso del termine «minoranze». Questa dichiarazione può avere un significato anche per i musulmani e i cristiani iracheni?

La dichiarazione del Papa e dell’Imam dell’Azhar è stata un atto coraggioso e un passo in avanti molto positivo, accolto con favore tanto dai cristiani quanto dai musulmani. Secondo me questa dichiarazione sta già cominciando a portare frutti; alla radio e nei media alcuni musulmani e il governo stesso cominciano a utilizzare questo linguaggio di fratellanza umana prendendo le distanze dalle dichiarazioni fanatiche e dalle prediche dei falsi profeti. Speriamo vivamente che questa dichiarazione porti molto presto dei frutti.  

 

Prima di diventare Arcivescovo Lei ha fondato il Centro digitale dei manoscritti orientali di Mosul. Com’è nata l’idea di creare questo centro?

È nata nel 1989 nel convento dei domenicani, dove ho iniziato a collezionare manoscritti e libri antichi, documenti e corrispondenze per custodirli e digitalizzarli. Il centro, istituito nel 1990, oggi conserva 8.000 manoscritti e oltre 40.000 documenti digitalizzati, appartenenti a chiese, monasteri e conventi iracheni, oltre che ad altre confessioni. Abbiamo anche manoscritti musulmani, yazidi e mandei. Molti di questi risalgono all’XI e XII secolo. Ci sono anche diversi dizionari di grande importanza, manoscritti di filosofia, astrologia e astronomia, Bibbie, vite dei santi e testi liturgici molto rari risalenti al XIII e XIV secolo. Nel 2007 abbiamo trasferito tutta la raccolta a Qaraqosh, un villaggio 30 chilometri da Mosul. Eravamo già stati minacciati e attaccati diverse volte dai jihadisti di al-Qaida e di altri gruppi. Il 6 agosto 2014 con l’avanzata dello Stato Islamico nella piana di Ninive il patrimonio è stato trasferito a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Oggi è sano e salvo, come gli uomini. Abbiamo salvato entrambi, gli esseri umani e la loro cultura. Questo patrimonio iracheno e mondiale è diventato nomade, come la popolazione cristiana irachena, anch’essa nomade.  

 

C’è molta tensione tra i partiti politici cristiani e la Chiesa caldea d’Iraq, accusata d’ingerenza nella vita politica del Paese. Che cosa sta accadendo esattamente e qual è la posizione della Chiesa rispetto al problema?

La tensione è tra i partiti politici e la Chiesa in generale, non solo quella caldea. Probabilmente è più evidente con la Chiesa caldea perché è maggioritaria e abbiamo un Patriarca molto forte e molto aperto, che vuole la riconciliazione tra i partiti politici, la Chiesa e il governo. Questo è il motivo per cui ci sono molte tensioni con i partiti politici che vogliono imporsi nel campo. La Chiesa ha sempre adottato una posizione aperta, difende il diritto di tutti i cittadini e di tutti i cristiani, siano essi cattolici o non cattolici, caldei o non caldei. Questi partiti disturbano un po’ l’insieme nella misura in cui mancano di un coordinamento interno che dia prova di un’unità cristiana. Come arcivescovo di Mosul, dico che cercheremo di lavorare con i musulmani, i cristiani e tutte le parti presenti, per l’oggi e per il domani. Vogliamo vivere la pace e cercheremo sempre di costruire buoni rapporti. 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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