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Religione e società

L’esercito di immigrati che va a messa e innalza grattacieli

Campo di lavoro a Musaffah, Abu Dhabi [© Oasis]

Crisi o non crisi, la marcia degli Emirati dal deserto alla “supermetropoli” non si è fermata

Questo articolo è pubblicato in Oasis 11. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 04/02/2019 11:25:15

Crisi o non crisi, la marcia degli Emirati dal deserto alla “supermetropoli” non si è fermata. E continua a ingrossare le fila. Dei sette milioni di residenti, solo il 15% sono autoctoni. Indiani, pakistani, bengalesi, filippini, mediorientali: la colonia di lavoratori provenienti da ogni angolo del globo è impegnata in un colossale esperimento costruttivo destinato a durare altri vent’anni.

 

 

«Ecco gli schiavi». Karan indica un vecchio pullman bianco della Tata con a bordo una cinquantina di uomini. Tuta blu, fazzoletto al collo, qualcuno porta ancora in testa il caschetto protettivo. Sono accasciati sui sedili e hanno lo sguardo perso nel vuoto. Sfiancati, dopo l'ennesima giornata di lavoro là dove deserto e sole la fanno ancora da padroni. È l'esercito di operai che sta tirando su grattacieli, resort e persino isole. È il segreto degli Emirati Arabi Uniti. Li incontri mentre tornano dal lavoro. Ad attenderli non hanno una vera e propria casa, ma campi-dormitorio fatti con contanier impilati uno sull'altro, o casermoni in muratura dove in una stanza di due metri per quattro possono vivere anche sei persone. Colonie di formiche che ogni giorno popolano gli infiniti cantieri di quest'angolo di mondo che da quando ha scoperto di essere seduto su di un mare di petrolio ha cominciato a sognare e costruire.

 

 

Dove sino a cinquant’anni fa c'erano sabbia e capanne fatte con fronde di palma da dattero, adesso ci sono caseggiati, palazzi di 20-30 piani e grattacieli avveniristici che puntano al sole. Altri, molti altri ne verranno perché Abu Dhabi è una città che si sta modernizzando ed espandendo. Vuole raggiungere i fasti di Dubai ma, come ripetono un po' tutti da queste parti, «passo dopo passo e senza commettere gli stessi errori». Da semplice produttore di petrolio vuole trasformarsi in centro turistico, economico e culturale di prim’ordine. Il profilo della città-isola sta cambiando rapidamente grazie a cifre da capogiro e cubature infinite che hanno dato vita a un piano di sviluppo destinato a concludersi nel 2030. Dove adesso vedi sabbia e impalcature verrà su la città incantata. Questo è il messaggio delle società immobiliari che hanno lanciato progetti faraonici un po' ovunque. Per ora sono per lo più foreste di gru, un andirivieni di scavatori e camion. E un mare di immigrati: operai non specializzati che per qualche centinaio di dollari al mese fanno turni anche di 16 ore al giorno scavando sabbia e scalando il cielo.

 

 

Karan è uno di loro. Ha 25 anni, viene da un villaggio del Rajasthan, nel nord-ovest dell'India. Ad Abu Dhabi è arrivato nel 2008, grazie a un mezzo parente sbarcato negli Emirati una decina d'anni fa. Guadagna quasi 600 dollari al mese, riceve sempre lo stipendio e non gli hanno sequestrato il passaporto come invece capita agli “schiavi”. Anche lui vive in un campo-dormitorio poco fuori la città e ha le mani callose di uno che sta in cantiere da una vita. Eppure è convinto della sua fortuna: «Ho un buon lavoro, mi pagano bene e mando a casa i soldi». Questo gli basta e lo rende orgoglioso. «Vuoi vedere quanto è bella la mia piccola?». Sul cellulare appare la foto di una bambina paffuta che sorride da una sedia di plastica rossa. «Si chiama Khusa che nella mia lingua significa “felice”. È nata quando ero già partito». Dall'estero non arrivano solo operai e mano d'opera a basso costo, ma anche insegnanti, giornalisti, medici, manager... Si calcola che degli oltre 6 milioni di abitanti i locali siano solo il 15%.

 

 

Il resto è un mondo arrivato a ondate continue iniziate negli anni '70 e diventate via via sempre più grosse. Neppure la crisi economica globale e lo scoppio della bolla immobiliare di Dubai – un buco di quasi 100 miliardi di dollari – sembrano poter arrestare il flusso. Una pubblicità della Abu Dhabi Commercial Bank recita: «Il mercato è fluttuante. L'ambizione no». Guardandosi attorno si capisce che non è solo uno slogan ad effetto, ma il credo su cui gli Emirati fondano la loro scommessa.

 

 

In questo spicchio di deserto, che misura poco più di 80 mila kmq, si sono incontrati un'immensa offerta d'impiego e un’altrettanto immensa richiesta di lavoro. Stando ad alcune previsioni, nel 2010 gli Emirati potrebbero ritrovarsi con 7 milioni e mezzo di abitanti, oltre 1 milione di persone in più rispetto al 2009. Gli ultimi dati disponibili parlano di quasi 2 milioni di indiani, 1,25 milioni di pakistani, 500 mila bengalesi e più di un milione e mezzo di immigrati provenienti da Cina, Filippine, Thailandia, Afghanistan, Iran e altri Paesi del Medio Oriente. È un circolo vizioso: più cantieri significa più operai, più negozi più commessi e via dicendo. Gli abitanti degli Emirati non saranno mai abbastanza per rispondere a questa domanda d'impiego. Anzi, a dire il vero non intendono lavorare su una impalcatura, dietro le vetrine di uno shopping center o tra le corsie di uno dei tanti ospedali. Preferiscono di gran lunga sedere nei ministeri, nei piani alti delle tante società varate dal governo «per costruire la nazione».

 

 

 

Il Welfare Informale

 

 

Ad Abu Dhabi ogni due passi trovi negozi di materiale edilizio, arredamento, tende e accessori per casa e ufficio. Piccoli o grandi, lussuosi o scalcagnati portano insegne in inglese e in arabo. E lungo gli stradoni che vanno in centro è una sequenza continua di furniture, tailoring e rent a car, inframezzata – ça va sans dire – da banche e moschee. Pare una metafora continuata della società: alla base di ogni palazzo che punta il cielo c'è un negozio. E dentro ad accoglierti c'è sempre un immigrato. Manuel ha 28 anni, è filippino e viene da un villaggio del Marinduque. È arrivato ad Abu Dhabi da poco più di un anno. Ha fatto il cameriere, ma lo hanno licenziato e «oggi è il primo giorno al nuovo lavoro». Te lo dice come per chiederti un po' di comprensione se non sarà rapido e preciso nel servirti. E lo capisci. Ad Abu Dhabi, come in tutti gli Emirati, senza lavoro non puoi stare. Se lo perdi hai trenta giorni per trovarne un altro altrimenti devi andartene. Perché il visto lo garantisce solo il datore di lavoro, da cui dipendi in molti sensi.

 

 

Verso la fine di ogni mese Estrelles fa visita a un'abitazione in una zona residenziale di Abu Dhabi. Sotto la porta trova sempre una busta con dentro 100 dirham, la raccoglie, lascia una ricevuta e va via. Filippina, 31enne, è impiegata di banca specializzata nelle rimesse di denaro degli immigrati. Invece di aspettare i suoi clienti dietro lo sportello va a beccarli nella zona industriale di Mussafah, nei negozi dove fanno i commessi o nelle case in cui sono domestici. La busta di 100 dirham sotto la porta è l'appuntamento fisso con un'anziana connazionale che fa la donna di servizio presso una famiglia di locali. Non le danno il permesso di uscire nemmeno per spedire a casa parte del suo stipendio ai figli. Estrelles non spiega come è venuta a conoscenza di quella donna, dice solo che ha saputo di lei tempo fa, attraverso suoi connazionali.

 

 

Molte donne di servizio vivono nelle condizioni della sconosciuta signora dei 100 dirham. Alcune subiscono violenze e abusi e per liberarsi arrivano anche a buttarsi dalla finestra. L'aiuto, quando arriva, usa il passa parola tra connazionali. Trapiantati in un contesto multietnico portato agli estremi, gli immigrati hanno un loro welfare informale. Perdi il lavoro? Chiedi ai tuoi connazionali. Stai male, hai bisogno di soldi o hai un qualsiasi problema? Idem. Gli Emirati non concedono la cittadinanza agli stranieri, neppure a quelli che vivono da decenni nel Paese. Così, senza la prospettiva dell'integrazione e a migliaia di chilometri da casa, gli immigrati si rifugiano nella comunità d'origine, cercano le persone che vengono dalla loro stessa città, e sul lavoro fanno gruppo con i connazionali. È una dinamica naturale solo che negli Emirati, in pratica, è istituzionalizzata.

 

 

«Dagli stracci alla ricchezza» è il titolo di un fortunato libro di Mohammed Al Fahim. Nato nel 1948 nell'oasi di Al Ain, a 160 km da Abu Dhabi, appartiene a una famiglia molto legata allo sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, fondatore degli Emirati nel 1971 e primo presidente della Federazione dei sette Stati. Al Fahim appartiene alla generazione che ha vissuto nelle capanne barasti, attraversato il deserto in groppa al cammello e bevuto l'acqua salmastra dei pozzi. È orgoglioso della rivoluzione che ha permesso di bruciare in 40 anni un divario di secoli. Ma lancia un monito alla nuova generazione che oggi vuol far compiere al Paese un nuovo balzo in avanti. Il succo del pensiero di Al Fahim è riassunto in poche parole:

 

 

«Di tutte le lezioni apprese, due sovrastano le altre in importanza. La prima e la più importante è di avere fiducia in Dio, poiché senza di lui non siamo nulla. La seconda è che l'istruzione è uno degli strumenti più potenti e dei pilastri principali di una nazione fiorente; senza di essa la società rischia di appassire e morire».

 

 

«Cinque anni fa per il Consiglio lavoravano 15 persone, adesso è un palazzo di 15 piani». Abdul Aziz è un giovane project manager dell'Abu Dhabi Education Council, l'organismo governativo creato per sviluppare il sistema di istruzione dell'emirato. All'ingresso del palazzo fa bella mostra il modellino di una delle 18 “scuole del futuro” che il Consiglio ha cominciato a realizzare da quest'anno. Avveniristica, eco-sostenibile, dotata delle migliori tecnologie è un po' il simbolo del nuovo corso dell'educazione ad Abu Dhabi. Se per il business immobiliare esiste un progetto governativo che va sino al 2030, per l'istruzione esiste il Piano Strategico decennale lanciato quest'anno dall'Education Council. Abdul Aziz spiega che tra asili, elementari e medie, nella capitale ci sono oltre 250 scuole e di queste quasi la metà sono private. È lo specchio fedele dell'esperimento multietnico che sono gli Emirati, in cui coabitano un groviglio di sistemi educativi. C'è il liceo iraniano e l'asilo cinese, istituti per soli indiani che seguono il curriculum di studi di New Delhi, scuole dove si insegna solo in arabo e altre dove l'unica lingua è l'inglese. L'Abu Dhabi Education Council vuole garantire che tutto questo mondo rispetti standard di qualità comuni e compie ispezioni per verificare la preparazione del corpo docente, la funzionalità delle strutture e il livello delle tasse d'iscrizione.

 

 

L'obiettivo dichiarato dell'Education Council si riassume in due parole, futuro ed eccellenza. Il modo per raggiungerlo è uno: far arrivare dall'estero un po' tutto, persino gli insegnanti di lingua araba. Certo non è più l'acquisto a scatola chiusa di un tempo, ma ad Abu Dhabi istruzione e cultura si importano. Per Fadi, libanese che vive ad Abu Dhabi dal '78, «è più facile costruire il grattacielo più alto al mondo che una buona scuola o una buona università». Sino a 18 anni i suoi figli hanno studiato nella capitale, «ma quando è arrivato il momento dell'università abbiamo preferito rimandarli in Libano perché qui il livello era ancora troppo basso». Erano gli inizi degli anni '90. Oggi negli Emirati ci sono più di venti università. A Dubai sono comparsi atenei inglesi, australiani e statunitensi; ad Abu Dhabi è arrivata nientemeno che la Sorbona di Parigi e presto toccherà alla New York University. Eppure Fadi rifarebbe oggi la scelta di allora. Sarà per via della diffidenza con cui gli arabi mediorientali guardano i nuovi venuti degli Emirati. Sta di fatto che per lui, che in trent'anni da immigrato ha fatto fortuna, «la cultura non si inventa dall'oggi al domani». In realtà anche ad Abu Dhabi la pensano così e infatti la cultura la importano. Che sia il musical di Cenerentola, la Sorbona di Parigi, la Fiera internazionale del Libro di Francoforte, è secondario. Non a caso, tra i progetti faraonici varati dal governo, c'è Saadiyat island. L'Isola della felicità ospiterà una sede del Louvre e una del Guggenheim, il fulcro di un distretto culturale che dovrà essere il fiore all'occhiello di Abu Dhabi. Per realizzarlo le autorità non badano a spese e hanno le idee chiare. Si sono accaparrate il meglio dell'Occidente a cui però affiancheranno anche un museo nazionale, intitolato allo scomparso sceicco Zayed, per onorare gli ideali del padre della patria e preservare il patrimonio di usi e costumi del Paese.

 

 

 

 

 

Chiamare l’Ufficio Fatwa

 

 

Heritage è una parola ricorrente nel vocabolario ufficiale degli Emirati e ha un suo luogo simbolo ad Abu Dhabi. In pieno centro, nella cornice dei grattacieli di più recente costruzione, c'è uno dei tanti cantieri dove il governo vuole far sorgere “la Trafalgar square degli Emirati”. Il cuore del progetto è la costruzione più antica della città: il palazzo Al Hosn. È un fortino fatto di quattro mura e altrettante torrette che non arrivano ai 10 metri d'altezza. La torre maestra è di metà '700, ma la struttura odierna è del 1930. L'imponenza dei vicini grattacieli e la patina di bianco con cui è stato ricoperto negli ultimi restauri, fanno sembrare Al Hosn una riproduzione buona per i turisti più che per la storia. Ma il patrimonio che gli Emirati vogliono difendere e preservare non sta tanto nel palazzo in sé, piuttosto in quello che dentro le sue mura accadeva, una società e un sistema di rapporti che ancora oggi sono il cuore della società emiratina. Sono i legami di parentela, le usanze e le gerarchie delle tribù beduine, la fede in Dio e nell’Islam: un insieme di elementi semplici e radicati che per un abitante degli Emirati costituiscono il fondamento morale ed etico della migliore società possibile. È un patrimonio che non rappresenta solo l'identità della nazione, ma il modo di vita quotidiano di chi negli Emirati è nato e oggi comanda.

 

 

Se telefoni allo 8002422 risponde l'Official Fatwa Call Centre. La chiamata è gratuita ed è uno dei servizi offerti dall'Autorità generale per gli affari e le proprietà islamiche di Abu Dhabi. Scegli una lingua tra arabo, inglese o urdu e un muftì risponde in diretta ai tuoi quesiti. L'Islam degli Emirati è anche questo, soluzioni moderne per principi arcaici, un connubio che plasma la vita quotidiana di tutti. Chi sale sull'autobus usa la porta davanti perché non esistono ancora i biglietti e bisogna mettere la monetina ogni volta che si prende un mezzo. È facile che uno straniero, incerto sulla fermata a cui scendere, si piazzi a fianco del conducente per tenere d'occhio la strada. Ma a quel punto l'autista gli dirà di andare dietro: «Davanti solo donne». E non importa se l'autobus è semivuoto, le tre ragazze a bordo sono evidentemente asiatiche e nessuna di loro è musulmana. La legge prevede che uomini e donne viaggino divisi e quindi bisogna adeguarsi.

 

 

In fatto di precetti islamici gli Emirati sono molto più liberali rispetto agli altri Paesi del Golfo. Vedi donne velate da un hijab firmato Gucci alla guida di suv mastodontici, altre che girano con il viso coperto, ma sotto il vestito abaya lasciano intravedere scarpe con tacchi alti e jeans alla moda. La secolarizzazione – assicurano – avanza anche ad Abu Dhabi. Però l'Islam sunnita è la religione nazionale, i cittadini non possono che essere musulmani e non ci si può che convertire all'Islam. La Costituzione afferma la libertà religiosa «in accordo con i costumi tradizionali», il che in pratica significa garantire libertà di culto o poco più. Eppure, grazie alla magnanimità della famiglia reale, quelli che nella vicina Arabia Saudita sono semplici infedeli, ad Abu Dhabi, Dubai e Al Ain ricevono in dono terreni e anche fondi per costruire i loro luoghi di culto. Unica eccezione, gli ebrei. L'Islam per gli Emirati è parte del patrimonio tradizionale del Paese e quindi non si discute. Però si può incontrare uno come Khen Okeh, ministro dell'ambasciata nigeriana ad Abu Dhabi, che alle domande sul livello di libertà religiosa risponde: «Dal mio Paese dovrebbero venire qui per capire cosa significa convivenza. Da noi ci ammazziamo, qui si vive uno affianco all'altro». Per mantenere questo livello di tolleranza, il governo tiene sott'occhio anche le moschee e gli imam che per lo più vengono da fuori. L'Autorità per gli affari islamici, fondata solo nel 2006, si prende la briga di verificare i loro curricula e fa anche colloqui personali. Per tutti, insomma, il segreto è stare ai patti. E questo, per i non musulmani, vuol dire tenere un profilo basso. È una forma soft di dhimmitudine: dentro casa sei libero di professare il tuo credo, fuori la tolleranza islamica lo vieta e detta le sue leggi.

 

 

Quando la sera comincia la messa all'aperto, nel compound della chiesa cattolica di St. Joseph 700 fedeli cantano insieme «Gesù cambia il mio cuore». Nello stesso istante il muezzin della vicina moschea parte con l'adhân che prima surclassa il canto dei cristiani, poi tace e allora nell'aria risuona «Vieni Santo Spirito». Le abitazioni dei cappuccini del Vicariato apostolico d'Arabia e delle suore carmelitane sono proprio sotto i minareti. La moschea e la chiesa confinano tra loro muro a muro. Ma tra villette vecchie e nuove, nei due isolati che danno sulla 17esima strada, è raccolta in pratica tutta la cristianità. Cattolici, ortodossi, anglicani, evangelici, protestanti hanno tutti il loro spazio in questo angolo della città. Se ci capiti quasi non te ne accorgi.

 

 

La chiesa di St. Joseph prima di essere sulla 17esima era sulla Corniche, il lungo mare di Abu Dhabi. C'è una foto in bianco e nero che ritrae la piccola struttura. Sulla facciata e sul tetto ci sono due croci ben visibili e ad occhio e croce la chiesa avrà potuto ospitare non più di un centinaio di persone. Oggi la nuova St. Joseph, costruita nell'83, non ha nessun segno esteriore, ma ha più di 800 posti e al venerdì le persone arrivano sin sul piazzale, mentre a Natale e Pasqua seguono la messa dai saloni attigui collegati in audio-video. I fedeli aumentano di anno in anno e dentro il compound trovi lo stesso groviglio di popoli che si vede in giro per la città. Se fuori il punto di unione è il lavoro, lì è la fede.

 

 

 

 

 

Groviglio di Popoli

 

 

Alle 5 e 30 di mattina di tutti i santi giorni dai tre portoni neri che portano nel compound cattolico cominciano a entrare alla chetichella le persone. Ora delle 6, quando comincia la messa, in chiesa ce ne sono più di 300. C'è chi ha fatto anche 40 km per arrivare e chi scappa via dopo la comunione «non perché è un cattivo cristiano – spiega il cappuccino che ha celebrato messa – ma perché è un buon lavoratore che non vuole arrivare in ritardo». L'andirivieni di gente continua discreto per tutto il giorno sino alle 22 e 30 quando i tre portoni si chiudono. Sembra un rivolo d'acqua che continua imperterrito a fluire. Di prima mattina arrivano i bambini che vanno alla scuola ospitata nel compound, poi il giovane taxista indiano che va a pregare alla grotta della Madonna di Lourdes, poi la signora libanese che porta a benedire una grossa statua della Sacra Famiglia avvolta in una pesante coperta di lana grigia.

 

 

È un flusso di persone che può passare quasi inosservato. Sino a quando non arriva venerdì. Negli Emirati, secondo il precetto musulmano, è l'unico giorno di riposo dal lavoro. E allora gli isolati che danno sulla 17esima strada si riempiono di migliaia di persone. A St. Joseph vengono celebrate 15 messe, quasi 2mila bambini fanno catechismo e all'ombra dei minareti si vendono immagini del Gesù della divina misericordia e dvd dedicati all'anno sacerdotale. Nella vicina chiesa di Sant'Antonio 500 copti ortodossi, per lo più egiziani, passano insieme l'intera giornata dall'alba sino al tramonto. Nemmeno cento metri più in là si incappa in un altro andirivieni di persone. C'è chi va alla chiesa indiana di Mar Thoma, chi verso il nuovissimo centro della comunità evangelica. Altri ancora entrano nel compound della chiesa anglicana di St. Andrew che ospita 25 denominazioni cristiane diverse. Alcune hanno lì la loro chiesa, come i greci ortodossi di San Nicola, altri affittano una delle sale per 150 dirham all'ora. Sembra un porto di mare in cui si ritrovano, una attaccata all'altra, confessioni e Chiese che di per sé avrebbero mille motivi teologici per discutere e litigare. «Per le autorità degli Emirati – dice Clive, il cappellano anglicano – siamo tutti semplicemente cristiani. Ho cercato di spiegare le differenze tra Chiese, confessioni e riti, ma ai loro occhi, tra me e un prete cattolico non c'è differenza».

 

 

In un spazio grande quanto un campo di calcio trovi raccolte tradizioni e riti cattolici altrimenti sparsi per il mondo e ci sono funzioni in tagalog, urdu, malayalam, tamil. È una comunità di migranti e allo stesso tempo una Chiesa orientale. Si calcola che negli Emirati vivano circa un milione di cristiani – quasi un sesto della popolazione – e più della metà, circa 580mila, sono cattolici. Persone che non hanno vergogna di mettersi in ginocchio, vogliono pregare e cantare, aiutano e chiedono aiuto, fanno fatica e non per questo smettono di sperare. Oltre i muri del compound di St. Joseph vigono norme che relegano tutta questa vita a un fatto privato e bandiscono ogni forma di missione. Sono leggi che valgono negli Emirati. Ma nessuno vieta ai cristiani di Occidente di convertirsi di nuovo davanti alla testimonianza di questa giovane Chiesa d'oriente.

 

 

 

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis.

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