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Medio Oriente e Africa

El Far3i: un suono sperimentale ma radicato

Il rapper giordano palestinese El Far3i [Wikimedia Commons]

Il suo nome d’arte significa “il mio ramo”. E proprio come il ramo, che si protende verso il mondo nutrendosi delle proprie radici, la musica di questo artista giordano-palestinese sgorga da un “subconscio regionale” per svilupparsi in direzioni diverse

Ultimo aggiornamento: 19/11/2021 11:20:49

Cantautore, cantante e polistrumentista giordano di origini palestinesi, basato prima ad Amman e ora a Londra, Tareq Abu Kwaik (meglio conosciuto come El Far3i) è un personaggio rilevante della musica araba contemporanea.

 

Il suo nome è già comparso in alcuni episodi precedenti di T-arab, in particolare come membro del gruppo El Morabba3. Insieme al cugino, Tareq ha infatti prestato la sua voce al primo album della band giordana (questa è una delle canzoni in cui il suo timbro profondo è valorizzato al meglio, mentre denuncia l’uso di uranio arricchito in Iraq).

 

El Far3i ha però partecipato e spesso profondamente segnato altri gruppi e progetti, il più importante e longevo dei quali è senza dubbio il movimento 47SOUL (qui intervistati in italiano da un altro nome a noi familiare, Fernanda Fischione, e sui quali si trova molto materiale). Questi ultimi sono i celebri ideatori dello shamstep (avvicinato o incluso al fenomeno più generale e spesso sottostimato dell’electro-sha‘bī), un mix di dabke palestinese, choubi iracheno e musica elettronica, dub, hip-hop e reggae che «abbatte i confini» musicali e geografici.

 

D’altronde, la sua carriera più prolifica è quella da solista, proprio con il nome d’arte di El Far3i (“Il mio ramo”). Il cantante lo spiega così: «ognuno deve essere il proprio ramo, crescere e protendersi verso il mondo nutrendosi delle proprie radici».

 

Un nome che ben si adatta anche al suo percorso di ricerca musicale, che ha visto moltissime ramificazioni: il primissimo lavoro realizzato con il nome Far3 El-Madakhil era marcatamente hip-hop; gli album con il nome El Far3i sono generalmente rap acustico; da poco ha annunciato un’ulteriore evoluzione sotto il nome di El Far3i Flux, che dovrebbe tenere insieme una «versatilità di stile e complessità di idee».

 

Insomma, Tareq è tra gli artisti che più ha rinnovato il panorama musicale contemporaneo, sperimentando costantemente e rivendicando uno stile e un suono arabo (se non proprio Giordano-Palestinese!) “nativo”, filosofia che è ben esplicitata nel titolo del suo ultimo disco: Lazim Tisa (“devi cercare”).

 

Come lui stesso afferma, la sua musica è «radicata in un forte senso di indipendenza»; proviene dal suo «subconscio regionale» (shāmī, “mediorientale” o “levantino” che dir si voglia), con testi che si riferiscono al vissuto «socio-psicologico, politico e personale della vita quotidiana araba, estendendosi alla diaspora».

 

Segui la playlist di T-Arab su Spotify: esplora i brani degli episodi passati e scopri quelli in arrivo 

 

Un po’ come per El Rass, con il quale ha collaborato in passato, si potrebbe aggiungere molto altro su questa figura intellettualmente e musicalmente originale ed eclettica: il rapporto con l’attivismo, l’album sulle possibili delusioni delle “primavere arabe”, la sua identità palestinese, giordana, araba e inglese, le canzoni che gli hanno inaspettatamente procurato milioni di visualizzazioni, quelle meno “impegnate”, quelle d’amore, etc.

 

E proprio con El Rass, El Far3i si è interrogato a lungo, anche partendo dalla propria esperienza personale, sul senso di alienazione e sradicamento (istighrāb) e su un certo “orientalismo” (istishrāq), sfornando alcune canzoni davvero interessanti (segnalo la loro poco conosciuta Meem, incentrata appunto sulla lettera araba “m”).

 

La loro chicca resta però E-stichrak / است/شراك (“Oriental-ismo”, in arabo istishrāq, dove però ist significa “ano” e shirāk, scritto con la kāf e non la qāf, sta per “insidia” e “trabocchetto”), il cui testo arabo – almeno nella sua interezza – non è presente in internet e della quale non esiste una traduzione soddisfacente in nessuna lingua, appunto, “orientalista”. Come si può immaginare dal gioco di parole, una critica sferzante a un certo orientalismo.

 

Considerato isolatamente, il testo potrebbe scivolare in un “orientalismo al rovescio” o, se vogliamo, in un “occidentalismo”. Ma proprio quest’ultima parola fa capolino in un’altra canzone del duo, fī l-jalīd (“tra i ghiacci”), che sembra far trasparire la consapevolezza dei due artisti del rischio di una retorica unilaterale: El Far3i si interroga se mai un giorno qualche orientalista non risponderà alle sue critiche con un brano intitolato appunto “occidentalismo” (istighrāb), termine arabo polisemico, che può significare anche “perplessità” e “spaesamento”.

 

Insomma, è una canzone che valeva la pena tradurre, ma che non deve togliere meriti alla carriera da solista di El Far3i. Come è stato ben detto: i “rami” del talento unico di El Far3i portano frutti che meritano di divenire ingredienti di piatti internazionali di primo livello: «Il frutto è delizioso, facile da masticare ma con un retrogusto tagliente». Come la canzone di oggi.

 

Buon tarab

 

Canzone: E-stichrak / است/شراك

Artista: El Far3i e El-Rass

Anno: 2012 

Nazionalità: Giordania [e Libano]

 

 

Scorri verso il basso per leggere il testo tradotto in italiano e l'originale arabo.

Qui tutte le precedenti puntate.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Oriental-ismo

 

Molta gente si domanda,

con tutta la gente che c’è ad Amman,

(perché) ho chiesto a un MC dal Libano[1]

a proposito dell’uomo bianco.[2]

Al suq incontri impiegati delle ambasciate (straniere)

che un domani ti tratterranno male.[3]

Mentre tu ti senti a tuo agio con i turisti

loro ti ispezionano

con interi centri di ricerca seduti al tavolo di fianco

che sussurrano il tuo nome

e che organizzano eventi di solidarietà per te

non appena la casa di tua nonna a Gerusalemme viene abbattuta dai bulldozer.

Chiunque di loro accetterebbe il lavoro a te destinato, 

anche se vengono nella regione per divertirsi.[4]

Gli studenti stranieri di Scienze Politiche 

possono cambiare la demografia di Ramallah

figurati quella di Beirut!

I miei fratelli (là) hanno lo stesso problema[5] 

Il Café al-Hurriyya al Cairo è pieno di giovani maschi

ma neanche una sola donna araba.[6]

Questa non è una tesi ipotetica presa da un libro

sulla storia dell’orientalismo.

Il tuo Far3 el-Madakhel è qui per farti capire

perché non c’è ricompensa per il tuo duro lavoro.

Manifestano al fianco tuo, ma appena le cose si fanno serie

tu ricevi un proiettile nella gamba

mentre i loro governi, per farli evacuare al loro Paese,

inviano loro Burāq.[7] 

E mentre tu ti svegli dal coma

dopo aver inalato gas

loro stanno alla residenza dell’ambasciatore a festeggiare

con un complesso jazz che si sono portati dietro,

discutendo un possibile servizio fotografico in un campo rifugiati

mentre sono al buffet.

Se pubblico un altro brano con El-Rass

la CIA mi ammazza.

La gente del posto pensa che queste imprese straniere

sono qui per portarci un po’ di sviluppo.[8] 

Ma non siamo mica Dubai!

Abbiamo problemi (pure) con l’acqua!

Guardali, che pretendono di mettersi nei miei panni e teorizzano sulle mie radici![9] 

Dovete capire che non tutti quelli che manifestano solidarietà

sono eroici come Rachel Corrie.[10]

Certo, l’etica dell’ospitalità scorre nelle nostre vene, ed è qualcosa di essenziale,

ma questo brano parla piuttosto della malvagità del colonizzatore e della semplicità del mio popolo.

 

Al-salām ‘alaykūm![11]

Jimmy è appena arrivato e ha ottenuto il suo visto all’aeroporto

Ha il tesserino del giornalista inviato, ed è qui per andare a fondo della questione[12] 

Jimmy si eccita per Haifa e non gli interessa il tarab[13] 

Ha appeso sopra il suo letto a Londra il ritratto di Lawrence d’Arabia[14] 

Jimmy è come tanti, il loro orientalismo è sbalorditivo![15] 

Non vedo alcuna differenza tra lui e i sionisti arabisti[15]

che si infiltrano alle dimostrazioni dei nostri fratelli

Occhio alla “generosità araba”! Potremmo finire per offrirti un coltello!

Nei loro Paesi, siamo numeri stipati in ghetti

Nei nostri Paesi, sono figure politiche glorificate e rispettate

Hanno portato uno statunitense goffo, 

che dice “dude” ad ogni parola, 

per insegnare alla mia gente i diritti umani[17] 

Mentre l’ingegnere sudanese, fermato al confine, 

si decompone in una prigione[18]

 

Come può la mia società resistere

se permetto al mio nemico giurato

di cambiare la percezione del mio popolo su ciò che è “popolare”?[19]

Come puoi immaginarti che io preghi mentre c'è un McDonald proprio accanto al Ka‘aba?[20]

Piuttosto, dovrebbero distribuire i libri di Edward Said all’entrata![21]

Jimmy ha la cocaina ma di sicuro il poliziotto (all’aeroporto) non gli farà una perquisizione[22]

Questo non è rancore verso l'altro!

Rispetto il rispetto verso l’altro!

Ma se resuscitassero Tupac[23] e mi offrissero di registrare un brano con lui

preferirei lavorare con El Far3i.

 

 

 

است/شراك - E-stichrak

 

[فرع المداخل]

 

ناس كتير بتتساءل

من كل هالناس اللي في عمّان

سألت MC من لبنان

عن وضع الـWhite Man

بتشوف موظفين السفارة بالسوق

بس بكرا بطفصوك

بتشعر بارتياح مع السياح

وهمّ عم بيدرسوك

مراكز أبحاث عالطاولة اللي جنبك

واسمك عم بيهمسوه

عم بيرتبولك فعالية تضامنية

عشان لما بيت ستّك بالقدس يهرسوه

الواحد منهم بياخد وظيفتك

وهو جاي عالمنطقة يتسلّى

طلاب علوم سياسية من برّا

بيغيروا ديمغرافية رام الله

وبَتصوّر ببيروت إخواني

بيعانوا من نفس القضية

مقهى الحرية في القاهرة فيه شباب

بس ولا بنت عربية

هادي مش فرضية مأخودة من كتاب

عن تاريخ الاستشراق

فرع مداخلك أجاك يفهمك

ليش فش مردود من عملك الشاق

بيتظاهروا معاك بس لما تشتد الأمور

إنت بتنطخ بالساق

هم حكوماتهم عشان يروحوهم عبلادهم

بيبتعتولهم براق

ومن ثم أفاق بعد غيبوبة

من استنشاق الغاز

وهم ببيت السفير عاملين حفلة

وجايبين فرقة جاز

بيتناقشوا بطلعة تصوير عالمخيّم

حوالين البوفيه

إذا بنزّل كمان تراك مع الراس

بتقتلني الـCIA

ولاد البلد بيفكروا هاي الشركات الأجنبية

رح تطوّرنا شوي

بس إحنا مش زي دبي

وعنّا مشاكل مَيْ

هاي تقمصوا شخصيتي وبلشوا ينظروا بجذوري

لازم تفهموا أنه مش كل متضامن زي ريتشيل كوري و بطولي

أخلاقيات حسن الضيافة بدمنا إشي أساسي

بس هاد المقطع عن خبث المستعمر وبساطة ناسي

 

[الراس]

 

السلام عليكم

جيمي يعده واصل أخذ فيزا عالمطار

معه بطاقة مراسل جايي يسبر الأغوار

جيمي مهيج على هيفا ما بيعنيله شي الطرب

معلق فوق تخته بلندن صورة لورنس العرب

جيمي متله كتير استشراقهن مستغرَب

ومش شايف الفرق بينه والصهيوني المستعرِب

هودي اليهود يللي بتظاهرات إخواتنا مندسين

احذر الكرم العربي ممكن نضيّفك سكّين

نحن ببلادهم أرقام بغيتّوهات مكدسين

وهنّ ببلادنا حكّام معززين مكرمين

جابوا أخرق أمركاني تيَعلمني حقوق إنساني

بعد كل كلمة بيقول Dude

والمهندس السوداني عم بيعفن بزنزانة وقفوه عالحدود

كيف مجتمعي مقاوم بيكون

وأنا تارك المجال لعدوّي اللدود

يغير نظرة شعبي للشعبي

كيف بدك ياني صلّي وفي ماكدونالدز حد الكعبة

لازم على المداخل يوزعوا كتب ادوارد سعيد

جيمي معه كوكايين بس مش رح يفتشه العميد أكيد

هيدا مش حقد على الغير 

احترام الآخر مرعي

بس اذا عيشوا توباك وعرضوا اعمل معه تراك

بفضل اشتغل مع الفرعي

 


[1] Benché in passato abbia avuto diverse connotazioni, la sigla inglese MC (Master of Ceremonies, ossia “maestro di cerimonie”) è oggi utilizzata come sinonimo di rapper. Qui si riferisce a El Rass, che prenderà la parola in seguito.

[2] Nel testo originale, in inglese: white man, quasi a indicare una pseudo-categoria etnografica “da esplorare”, ribaltando il paradigma orientalista dell’occidentale che scopre l’uomo arabo (Arab man).
[3] Gli impiegati nelle ambasciate che frequentano il mercato locale (suq) sono coloro che ti “tratteranno male” nel momento in cui ti recherai nelle loro ambasciate per richiedere un visto.
[4] È evidente il riferimento ai think tank e ai centri di ricerca “occidentali”, a certe manifestazioni di solidarietà superficiali, a un certo turismo “esotico”, etc. Si noti infine l’interessante critica all’ “occidentale” che si reca in Paesi arabi “per divertimento” o per ricerca dell’“avventura”, finendo in realtà per rimanere stabilmente, sottraendo così alcuni posti di lavoro alla popolazione locale.
[5] In alcune città arabe (Beirut e Ramallah sono due esempi lampanti) la forte presenza di una compagine straniera più benestante e ricca (spesso impegnata nella cooperazione o, appunto, in studi di scienze internazionali) ha portato alla gentrificazione di alcuni quartieri se non una vera e propria trasformazione della demografia urbana.
[6] Si tratta di uno storico caffè del Cairo, dove spesso i visitatori sono a maggioranza straniera.
[7] Nella tradizione islamica, Burāq è una sorta di destriero alato dal volto femminile, cavalcato da alcuni profeti e in particolare da Muhammad durante il suo viaggio notturno.
[8] Si noti il senso letterale della frase in arabo: “ci svilupperanno un po’”.
[9] Si noti il verbo taqammasa, da cui anche qamīs (da cui deriva a sua volta “camicia”). La critica è qui alle persone che, ritenendo di conoscere così bene una situazione o una persona, pretendono di potersi mettere nei suoi panni.
[10] Rachel Aliene Corrie (1979-2003) è stata un’attivista statunitense, membro dell’International Solidarity Movement, morta schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza, durante una protesta.
[11] Lett. “Che la pace sia su di voi!”, celebre saluto in lingua araba, utilizzato sia in maniera formale che informale, qui pronunciato con un forte accento straniero che scimmiotta l’“occidentale” che tenta di parlare arabo.
[12] Jimmy è un personaggio ricorrente delle prime canzoni di El Rass. Indica lo straniero occidentale (sottinteso: orientalista). Qui è in particolare un Jimmy giornalista inviato che si reca in Medio Oriente per “spiegare” la situazione, per “fare verità”, il quale riceve con grande facilità un visto d’entrata nel Paese, mentre nelle parole di El Far3i si notava la rabbia per la difficoltà di non ottenere facilmente un visto per i Paesi “occidentali”.
[13] Jimmy si eccita davanti alla musica (e più probabilmente, davanti ai videoclip) di Haifa Wehbe, cantante libanese. Il tarab non è invece di suo interesse.
[14] Thomas Edward Lawrence (1888-1935), quintessenza (qui sottintesa) di un certo orientalismo. 
[15] Si noti il gioco di parole tra i termini “orientalismo” (istishrāq, da cui anche sharq, “oriente”) e sbalorditivo (mustaghrab, da cui anche gharb, “occidente”).
[15] Musta‘ribūn, lett. “coloro che sono divenuti arabi”, è utilizzato in questo contesto per riferirsi a coloro che parlano perfettamente arabo e, grazie a queste competenze linguistiche, lavorano come agenti (più o meno segreti) per Israele.
[17] Uno degli aspetti più criticati di un certo orientalismo è un’ingiustificata postura di superiorità che pretende di poter insegnare valori e diritti.
[18] Mentre un impacciato statunitense “insegna” alla “popolazione locale” i “diritti umani”, una persona istruita sudanese (un ingegnere) marcisce in prigione perché fermato al confine (possiamo immaginare: di qualche Paese occidentale). 
[19] Il nemico sta tentando di cambiare la percezione del popolo (sha‘b) arabo: tutto ciò che è popolare (sha‘bī), con il doppio senso di “popolare” e “appartenente al popolo arabo” merita scarsa considerazione, mentre tutto ciò che “straniero” (ajnabī) è più valido e interessante.
[20] Riferimento alla “commercializzazione” di Mecca e Medina da parte del Regno dell’Arabia Saudita.
[21] Edward Said (1935-2003), docente e scrittore statunitense di origini palestinesi, particolarmente noto per la sua critica dell’orientalismo.
[22] Il rapper evoca con questo esempio alcune situazioni in cui lo statuto di “occidentale” permette di corrompere le autorità arabe o, semplicemente, di aggirarle.

[23] Tupac (1971-1996) celeberrimo rapper statunitense.

 

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