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Medio Oriente e Africa

La visita del Papa in Iraq vista dalla stampa araba

Incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico nel Palazzo presidenziale a Baghdad [Foto: Wikimedia Commons]

Le reazioni suscitate dallo storico viaggio di Papa Francesco in Iraq

Ultimo aggiornamento: 11/03/2021 11:25:35

A pochi giorni dalla fine della visita del Papa in Iraq, i quotidiani arabi fanno un bilancio dell’evento. Accanto a reazioni molto positive suscitate in particolare dal valore dell’incontro con i cristiani perseguitati e con il riferimento spirituale della maggioranza sciita, l’Ayatollah ‘Ali al-Sistani, non sono mancate le polemiche per la scelta di non incontrare i rappresentanti religiosi sunniti del Paese. In generale, ancora una volta, il dialogo interreligioso si è confermato un elemento importante della diplomazia mediorientale, proseguendo una tendenza già emersa nel 2019 con la firma ad Abu Dhabi del  documento sulla Fratellanza umana.

 

Di questa rilevanza ha parlato l’intellettuale libanese Ridwān al-Sayyid, che ha posto l’accento sull’alto valore simbolico della visita del Papa aprendo una riflessione su Abramo, «padre dei profeti» e figura che unisce le tre religioni monoteiste – l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam. Ma se le prime due hanno sempre condiviso una sorta di affiliazione spirituale ad Abramo, così non è stato per l’Islam. Al-Sayyid ripercorre quindi brevemente la storia dei rapporti tra la Chiesa e l’Islam da quando, negli anni ’50 del secolo scorso, Louis Massignon, orientalista cattolico, prese atto della necessità di includere anche l’Islam nel «circolo delle “religioni onorate” (!)», riconoscendogli l’affiliazione spirituale ad Abramo. In questo senso il viaggio del papa in Iraq e in particolare la visita alle rovine della città di Ur, «antica capitale che ha dato i natali ad Abramo», è interpretato come il suggello dell’alleanza abramitica tra le tre religioni, che «nell’epoca di Papa Francesco è diventata una convinzione assoluta». Nella riflessione di al-Sayyid, accanto alla dimensione interreligiosa, non manca – sottotraccia – quella geopolitica. Parlando dell’incontro con l’Ayatollah al-Sistani, lo studioso ha infatti definito quest’ultimo «il più alto riferimento sciita nel mondo» in quello che potrebbe sembrare una stilettata alla Guida suprema dell’Iran Khamenei.

 

In un articolo pubblicato su al-Quds al-‘Arabī, quotidiano panarabo con sede a Londra, il giornalista iracheno Muthanna ‘Abdallah commenta la visita del papa con tono disilluso e a tratti quasi sarcastico. «Gli incontri religiosi, la liberazione delle colombe della pace, le immagini del popolo e della cavalleria che scorta il corteo, la preghiera con i membri delle diverse religioni, tutte le immagini che abbiamo visto durante questa visita sono simboliche e non lasceranno alcun segno tangibile nella realtà». Il grande limite della visita non sarebbe però costituito dai leader religiosi quanto dai leader politici, che a differenza dei primi, guidati dai valori, sono preoccupati soltanto dal potere, e non si fanno perciò alcuna remora a sfruttare per fini politici gli incontri tra gli esponenti delle religioni. Nelle parole del giornalista, come il documento della Fratellanza siglato ad Abu Dhabi è stato utilizzato per favorire il processo di normalizzazione dei rapporti tra alcuni Stati arabi e «l’entità sionista», così il viaggio del Papa in Iraq è stato sfruttato dalle autorità politiche locali in cerca di riconoscimento e visibilità, e dagli attori internazionali, che hanno strumentalizzato l’incontro tra il Papa e al-Sistani lasciando intendere come il riferimento di Najaf fosse più importante di quello di Qom. Altro punto di critica è peraltro il fatto che papa Francesco non abbia incontrato alcuna autorità sunnita irachena.

 

Questo appunto si ritrova anche in altri organi d’informazione, tra cui al-Jazeera, che riporta la delusione della componente sunnita del Paese per la mancata visita all’Accademia irachena di diritto islamico della moschea di Abū Hanīfa di Baghdad, considerata uno dei riferimenti istituzionali dei sunniti iracheni.

 

Lo stesso disappunto si ritrova nel quotidiano ‘Arabi21 che, in aggiunta, ha riportato la notizia degli attivisti iracheni infastiditi per la presenza durante la visita del Papa dei leader delle Forze di mobilitazione popolare, una coalizione di milizie paramilitari perlopiù sciite, nata con il sostegno dell’Ayatollah al-Sistani per combattere contro lo Stato islamico, ma che successivamente si è macchiata di crimini di guerra ai danni soprattutto della popolazione sunnita.

 

Di segno opposte sono le considerazioni di Nura bint Muhammad al-Ka‘abi, ministra della Cultura negli Emirati ed editorialista di al-Sharq al-Awsat. Nel suo articolo Uno spirito nuovo pervade Mosul, la ministra ha definito lo slogan ufficiale della visita papale in Iraq «Siete tutti fratelli» l’incarnazione del documento sulla «Fratellanza umana» firmato ad Abu Dhabi. «A Mosul sta nascendo uno spirito nuovo, totalmente diverso rispetto allo spirito nero che l’Isis ha tentato di impiantare nelle anime e nelle menti dei giovani della città. Oggi vediamo i cristiani partecipare alla ricostruzione della moschea al-Nuri e del suo minareto, mentre i musulmani partecipano al restauro e alla ricostruzione delle chiese dell’Immacolata e di Nostra Signora dell’Ora, scoprendo insieme l’antica eredità di Mosul, che si fonda sulla coesione e sul sostegno tra le culture e le religioni, e sull’amicizia tra le persone appartenenti alle diverse confessioni religiose, in un’immagine di civiltà che rappresenta lo spirito della “fratellanza umana”». E in nome di questa fratellanza, la ministra celebra l’impegno del suo Paese, che dal 2018 partecipa all’iniziativa Revive the Spirit of Mosul, lanciata dall’UNESCO, finanziando la ricostruzione sia della moschea al-Nuri che delle due chiese storiche di Mosul.

 

I lavori alla chiesa dell’Ora e al monastero domenicano sono supervisionati da un frate, Olivier Poquillon, ed eseguiti da squadre di operai appartenenti a confessioni religiose diverse. Per ricostruire, insieme agli edifici, anche il tessuto sociale – spiega Poquillon. Restaurare il rapporto di fiducia tra i cittadini è cosa più urgente che mai, racconta il padre domenicano alla BBC araba, perché un’intera generazione di giovani di Mosul non ha potuto fare esperienza del pluralismo religioso che per secoli e fino al 2014 ha caratterizzato la vita della città, dove non esistevano quartieri separati per i musulmani, i cristiani e gli ebrei. La vicenda di cui è stato testimone Poquillon solo poche settimane fa testimonia del profondo cambiamento sociale in atto in Iraq. Alcuni studenti incontrati durante un incontro organizzato dallo storico iracheno ‘Umar Muhammad, autore del blog Mosul Eye, nella madrasa di una moschea della città, gli hanno detto di non aver mai incontrato prima un cristiano. Cosa che non stupisce più di tanto, visto che, racconta ancora il Poquillon, vent’anni fa le chiese erano piene di fedeli ogni domenica, mentre oggi il numero dei cristiani a Mosul non supera le cinquanta famiglie.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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