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Islam

Una domanda che attraversa la storia dell’Islam

Manifestazioni per la Siria nel 2011 [Shutterstock]

Provocati dalle rivolte del 2011 e dall’ascesa dell’estremismo, istituzioni islamiche e intellettuali musulmani hanno avviato un’inedita riflessione sul rapporto tra fede e libertà

Questo articolo è pubblicato in Oasis 26. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 28/05/2018 14:22:41

Di jihadismo sentiremo parlare per molti anni ancora. Ma questo numero di Oasis vuole gettare uno sguardo oltre, verso un Medio Oriente che dopo decenni di egemonia culturale islamista cerca di svoltare, se è vero che perfino in Arabia Saudita il principe ereditario Muhammad Bin Salman annuncia di voler aprire una nuova stagione, a livello economico e politico, ma anche sul piano culturale e religioso. Al di là delle valutazioni sulla fattibilità del proclama saudita, è però difficile che la riforma religiosa che tanti invocano possa davvero realizzarsi se non prenderà sul serio la domanda affiorata nel 2011: libertà. Dopo anni di violenza jihadista, settarismi, derive neo-autoritarie, si riparte da qui. O non si riparte per nulla e si sprofonda nella guerra totale.

 

La domanda in realtà accompagna l’ultimo secolo e mezzo della storia araba e islamica a partire da quando, a metà Ottocento, il pensiero riformista mette al centro della sua riflessione la limitazione dell’arbitrio politico. Il testo più significativo di quel periodo, il libro-manifesto del siriano ‘Abd al-Rahmān al-Kawākibī sul dispotismo, di cui proponiamo un estratto nella sezione classici, rimarrà un riferimento per le generazioni successive, alimentando anche la teoria politica di un’intera generazione di ideologi e intellettuali islamisti.

 

Tuttavia, l’antidoto che questi ultimi propongono alla tirannide, un sistema vincolato alla legge divina, considerata come la garanzia più solida per la libertà umana, finisce nel vicolo cieco della teocrazia. E così, proprio in reazione alla pressione islamista, il pensiero sulla libertà cerca oggi nuove strade. Una di queste punta alla rottura epistemologica con quello che l’intellettuale musulmano francese Omero Marongiu-Perria definisce il paradigma dell’egemonia: una visione del mondo in termini di dominante e dominato elaborata durante il periodo medievale e che condiziona ancora il diritto positivo dei Paesi islamici contemporanei. Una variante di questa formula di rinnovamento è proposta da Emran El-Badawi, direttore esecutivo dell’IQSA (International Qur’anic Studies Association): l’apertura degli studi coranici e più in generale della produzione scientifica islamica ai moderni strumenti d’indagine critica che, osteggiati dalle istituzioni ufficiali, hanno trovato un canale di espressione su internet, social network e reti satellitari.

 

E poi c’è anche la soluzione “laica” di chi non avanza necessariamente nuove letture dell’Islam, ma affida la tutela delle libertà civili e politiche agli strumenti offerti dalla tradizione giuridica moderna. È quello che ha fatto di recente il presidente tunisino Beji Caid Essebsi, modificando le norme sul diritto matrimoniale e aprendo alla parità successoria tra uomo e donna, con una decisione che, come racconta nel suo reportage Rolla Scolari, ha preso in contropiede il partito islamico Ennahda. Ed è la strada che suggerisce Mohamed-Chérif Ferjani per una Tunisia che, dopo una transizione post-rivoluzionaria dominata dalla battaglia culturale tra islamisti e laici, discute su come applicare una Costituzione in cui convivono difesa del sacro e tutela della libertà di coscienza. Il tema della libertà è poi particolarmente caro ai cristiani del mondo arabo, che da più di due secoli ne hanno fatto una bandiera. E comprensibilmente, visto che ne va del loro futuro. La necessità di contrastare lo pseudo-califfato ha indotto le istituzioni religiose ufficiali, Egitto e Marocco in testa, a tornare a parlare, forse con quel sovrappiù di convinzione indotto dall’onda d’urto di al-Baghdādī e soci, di cittadinanza e uguaglianza dei diritti tra musulmani e non-musulmani, tema che Salim Daccache esamina attraverso una lettura dei documenti prodotti in quest’ambito dall’Azhar.

 

Il dibattito dunque c’è, ma fatica ad avanzare: non soltanto a causa delle difficili condizioni economiche e politiche, ma anche perché continua a mancare una prospettiva culturale che riesca a risolvere in una nuova sintesi l’alienante alternativa tra tradizione e modernità. Lo aveva capito diversi decenni fa Muhammad Jābir al-Ansārī, uno tra i più importanti filosofi arabi contemporanei e allo stesso tempo uno dei meno noti in Occidente. Già negli anni ’70 Ansārī individuava nella cultura arabo-islamica una forte propensione a superare contraddizioni e lacerazioni attraverso un processo di conciliazione tra gli estremi. Se in epoca classica questa tensione all’unificazione armonica aveva permesso l’assimilazione dell’apporto greco e in particolare della logica aristotelica, il pensiero islamico moderno non è ancora riuscito a confrontarsi fino in fondo con la rivoluzione avvenuta nella ragione occidentale, che, abbandonato l’oggettivismo aristotelico, privilegia la dialettica degli opposti.

 

Nella ricerca di una nuova sintesi, peraltro, non mancano ai musulmani strumenti e risorse. Nei primi secoli, teologi e filosofi furono impegnati in una profonda riflessione sul libero arbitrio umano e sul rapporto tra libertà dell’uomo e libertà di Dio, ricostruito in questo numero dall’articolo di Maria De Cillis. Gli atti dell’uomo sono liberi o predeterminati? Esiste una giustizia a cui anche Dio sia vincolato o l’uomo è fatalmente sottomesso a una volontà insondabile e arbitraria? Fedele alla tendenza concordista ravvisata da Ansārī, l’Islam sunnita elaborò una soluzione di compromesso che mirava a salvaguardare libertà umana e onnipotenza divina, ma che finì per decretare la prevalenza della seconda sulla prima. In epoca moderna il dibattito si è riaperto, ma per saltare direttamente alle conseguenze pratiche: il recupero, contro un fatalismo immobilizzante, di una libera iniziativa e di un dinamismo capaci di contrastare all’interno i regimi dispotici, e all’esterno di tenere testa alla pressione coloniale. Eppure non c’è vera liberazione politica senza un’adeguata fondazione antropologica, che pensi l’uomo come soggetto libero in relazione a Dio e al mondo. Anche questa è una lezione, per quanto essenzialmente negativa, che le primavere arabe ci consegnano.

 

Con una notazione finale, non di poco conto: la riflessione sulla libertà nell’Islam classico, di cui l’epistola attribuita a Hasan al-Basrī e tradotta nei classici è esempio particolarmente felice, è sorta e si è sviluppata in stretto contatto con la teologia cristiana, la quale a sua volta ne è stata influenzata, come mostra bene il breve trattato Sulla libertà del Vescovo Teodoro Abū Qurra (IX secolo). Quella conversazione si è poi esaurita, per lasciare spazio ad altri temi. Sembra ora giunto il momento di riprendere questo “sentiero interrotto” e il primo modo per farlo è sgombrare il campo dai fraintendimenti reciproci. L’articolo di Mustafa Akyol, che abbiamo voluto offrire in apertura, mostra quanto questa riflessione possa risultare decisiva per il nostro tempo. È un cammino che vale la pena di ricominciare a percorrere.

 

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